Buon Natale…

2009 Dicembre 25

Da Repubblica.it

Buon Natale. Ai precari, che non possono nemmeno imbadire una tavolata per le feste. E il cenone lo vedono solo sulle pagine dei giornali. Sempre se riescono a comprarne uno.

Buon Natale. A chi, da aprile, in terra d’Abruzzo, dove i pastori lasciavano gli stazzi e andavano verso il mare, aspetta ancora una casa per tornare alla normalità, se così può chiamarsi.

Buon Natale. A chi vive drammi quotidiani, a chi combatte contro una malattia, contro una tragedia, contro ironici imprevisti. Cercando di non far pesare la situazione a chi gli sta vicino.

Buon Natale. A chi è solo e cerca rifugio, senza dover rischiare di finire assiderato o bruciato da qualche balordo.

Buon Natale. A chi si sforza di formare una famiglia, ottenere un lavoro, difendere la propria sovranità.

Buon Natale. A chi combatte le discriminazioni, facendo rivalere la propria identità. Fregandosene di violenze e ignoranti luoghi comuni.

Buon Natale. A chi ha voglia di vivere, che lotta per guadagnarsi la felicità. A chi spera nel domani, a chi sa gioire anche delle disgrazie.

Buon Natale. Ai “Papi“. Autosufficienti abbastanza per superare lesioni ed altrui esagitazioni. Più fortunati di molti. Loro.

Buon Natale. A chi ama. E a chi odia. Entrambi sentimenti umani.

Carne al fuoco

2009 Dicembre 18

Un comune della nuova provincia BAT (già, perché è dall’ambito locale che parte la formazione dell’Italia), ultimamente, è abbastanza in apprensione per il suo futuro. In pratica, dopo tante vicissitudini, carte bollate, misteri e interrogativi su zone protette, valutazioni di impatti ambientali e tutto ciò che la mente del Legislatore è riuscita a partorire in anni e anni di esperienze, nelle campagne circostanti, con buona probabilità, si vedranno discariche più vaste, affiancate magari da un impianto a biomasse, nella migliore delle ipotesi. Per lo meno un’energia rinnovabile, a quanto pare.

Scrivere la parola “biomasse” preannuncia sicuramente un mattone pesante da illustrare. In effetti, una conferenza pubblica tra associazioni ambientaliste e amministrazione comunale è stata organizzata qualche giorno fa proprio per delucidare sul punto qualche cittadino più interessato. Quello medio di una realtà a prevalenza agricola, infatti, difficilmente conosce il significato specifico di “percolato” o di “termovalorizzatore”. Tuttavia, i suoi interessi li salvaguarda bene, benissimo. Può facilmente immaginare come un impianto costoso, ma fonte ovvia di denaro per le casse di qualche imprenditore e del Palazzo di Città, possa “rubare” acqua alle sue colture e sa per certo che un immondezzaio, vicino al suo appezzamento di terreno, ove si reca ogni mattina alle 5, potrebbe danneggiare quest’ultimo irreversibilmente.

Comunque, con termini più “aulici”, alcune persone più esperte nei vari campi hanno tentato, con il dibattito, di “educarne” altre sull’argomento, offrendo più punti di vista. Ma, come era ovvio prospettarsi, sfortunatamente le cose non sono andate proprio per il verso giusto. Gli interventi prolissi, uniti ai troppi tecnicismi e ai contraddittori fuori tempo, hanno certamente distolto le attenzioni, creando più confusione che chiarezza in una platea inizialmente curiosa. Nel cui mezzo, però, siedevano troppe teste politiche, pronte a sostenere o contrastare, quasi con cori da stadio, Sindaco (nonché Presidente provinciale) e suo vice, presenti tra i relatori. Al loro fianco, una delegata della Legambiente regionale. Che, nel contempo, è assessore provinciale della giunta di centro-destra. Al lato opposto della povera moderatrice (che ha tentato il possibile per arginare alcune intemperanze) erano seduti due membri del WWF locale, padroni di casa. Uno di loro dal noto passato politico di centro-sinistra. In un paese piccolo, le caratteristiche di schieramento hanno influenza nell’opinione pubblica. Per farla breve, è un’etichetta che difficilmente si stacca.

Non appena i toni tra i protagonisti si sono accesi, con contrapposizioni di pensieri e vedute, senza contare i fogli svolazzanti, la disciplina degli spettatori è andata contestualmente a puttane (con decenza parlando). Nella tribuna, la zona bassa, prossima al palco, era dominata per lo più da esponenti dell’Italia dei Valori e del PRI. Il primo è un partito che, a livello comunale, è fondamentalmente un coeso gruppo di persone che cambia la bandiera (rimanendo però coerente alle proprie battaglie, specie contro gli attuali governanti). Il secondo, invece, è rappresentato da “disarcionati” della Giunta pre-rimpasto, con logico “dente avvelenato” nei confronti del Primo cittadino (e scarpe con qualche sassolino di troppo). Uno dei quadranti “alti” era occupato da una buona fetta di organico del centro-destra della comunità. Conseguente il déjà-vu: urla reciproche, polemiche, accuse e anche qualche insulto. Se fossero volate miniature del campanile, il triste quadretto sarebbe stato completo.

Brutto scenario. Tant’è vero che qualcuno, tra il pubblico, non ha potuto nemmeno far riferimento alle parole “raccolta differenziata” o “bilancio”. In quel frangente si è sentito dare – traducendo – del “cazzaro disinformato” da due amministratori, che hanno evidentemente preferito usare sarcasmo e menefreghismo come risposta, piuttosto che esplicitare i “perché” su determinate condizioni. Entrambi, poi, continuando con questa falsariga, a dispetto della recente “dichiarazione d’amore” promulgata dal (soprattutto loro) leader nazionale, avrebbero (rectius: hanno) volentieri ostracizzato e apostrofato persino un *presunto* applauso rivolto ad una controparte politica. Forzando la loro posizione, dimenticando di essere eletti dal popolo. Forse.

Tutto ciò, per concludere, è servito davvero a poco. Peccato per gli sforzi iniziali. Probabilmente, visto quanto accaduto, qualche salotto televisivo pomeridiano sarebbe stato più costruttivo. Almeno per la gente del luogo…

In nome dell’amore

2009 Dicembre 17

1. Diffondere la pace

Sarebbe meglio “fermarsi” finché si è in tempo. Si auspicano, dopo l’attentato (alla fine, tale è) al premier, in questi momenti uscito dall’ospedale e scosso da quanto gli è successo, la calma, l’abbassamento dei toni, la civiltà. Insomma, si va alla ricerca un clima pacifico, almeno per votare una finanziaria (appena passata alla Camera) dai molteplici dubbi e su cui, un (bel) po’ grottescamente, è stata posta la fiducia. Invece l’atmosfera è sempre bollente e, tra i messaggi “pacifisti”, si può annoverare questo:

«La mano di chi ha aggredito il Presidente del Consiglio è stata armata da una spietata campagna di odio: ognuno si assuma la propria responsabilità [...] un network composto dal gruppo editoriale “Repubblica-L’Espresso”, dal mattinale delle procure “Il Fatto”, da quel terrorista mediatico di nome Travaglio, da alcuni pm che vanno in tv a parlarne, da un partito, Italia dei Valori e dal suo leader Di Pietro, da qualche settore giustizialista, Onorevole Bersani, del suo partito»

Le parole sono dell’Onorevole Fabrizio Cicchitto, fedelissimo del celebre degente. Oggettivamente, non sembrano tutte “cuoricini e nuvolette”. Puntare il dito, infatti, contro presunti mandanti (pare che qualcuno di essi abbia già annunciato querela rivolta al parlamentare del PdL) non certo spinge al confronto e al dialogo. Non per altro, Di Pietro, per esempio, con la sua consueta verve, definisce i nominati «condannati a morte», mentre altri suoi colleghi tacciano il partito di maggioranza come «popolo della mafia».

Per evitare l’accumularsi di rancori, quindi, è necessario proporre scremature. Qual è il principale mezzo di comunicazione, oggigiorno? Internet, ovviamente. Social network, blog, live streaming sono fonti particolarmente calde, specie per quanto concerne la politica. “Velenose”, per qualcuno. Per questo, l’Onorevole-presentatrice di Mela Verde Gabriella Carlucci rispolvera la richiesta di abolizione dell’anonimato sul web. In realtà, proprio su Facebook, dove sono sorti i gruppi pro Tartaglia, comunque successivi all’aggressione, difficilmente un iscritto non vi apporrà i propri nome e cognome autentici. Segno che la privacy dei singoli, per quanto possa credersi diversamente, è definitivamente andata a quel paese. Con il loro placet, tra l’altro.

Tuttavia, per quanto le previsioni (espresse anche dai maggiori bloggers) possano sembrare al limite del “catastrofico” per l’internauta medio, che ha paura di perdere le foto di gruppo dei compleanni o le possibilità di cercare parole dal significato arcano, più realisticamente sono di difficile applicazione: sia perché antitetiche con i progetti di dotare chiunque della “banda larga“, sia perché c’è un ente superiore su questa fattispecie chiamato Unione Europea. Oltretutto censire (e/o censurare) i siti non converrebbe a prescindere: ciò scaturirebbe avvitamenti burocratici, rischi di antinomie e più elevate proteste nei confronti dei gestori, intesi come governanti. In breve, togliere la possibilità di collegarsi velocemente alla rete ad un individuo del 2009 equivale a rubare il proverbiale lecca-lecca ad un bambino.

2. Perdonare il nemico

Probabilmente il Presidente del Consiglio avrebbe preferito non vedere questi scenari. Paradossalmente, nel frangente, il più pacato, tra i tanti ad esporsi, è proprio lui. Impedito per logici motivi a presenziare in pubblico fisicamente, lo fa – ironia della sorte – virtualmente, porgendo l’altra guancia (ok, mai frase fu più inappropriata…) tramite la finestra on-line del partito.

«Grazie di cuore ai tantissimi che mi hanno mandato messaggi di vicinanza e di affetto. Ripeto a tutti di stare sereni e sicuri. L’amore vince sempre sull’odio».

Qualcuno, però, ha recepito il messaggio in maniera distorta. O, chissà, ha preferito quello di Cicchitto lanciato dagli scranni di Montecitorio. A cartelli di solidarietà, specie dei fans, si accostano così quelli di disprezzo “per Di Pietro e questa sinistra vigliacca”, rei, secondo i luoghi comuni, di aver scatenato le ire dello psicolabile lanciatore di souvenir. Le opposizioni tra persone di idee diverse, anche sulla possibilità di satira, vanno però oltre i semplici cartelloni e si tramutano in patetiche liti nei forum o nella vita reale.

È un peccato. Verosimilmente questa conclusione, concausa di tanto ardore da ambo le parti, è figlia di quanto accaduto nel passato. Senza contare le scene degne di un film di Bud Spencer e Terence Hill (almeno i due provocavano unicamente la più sana ilarità), prodotte da taluni rappresentanti in più riprese, per alcuni cittadini è stato impossibile non ricordarsi di essere una massa di coglioni, allorquando non votanti a favore del detentore di quel pensiero, e conseguenti artefici del possibile avvento di terrore, miseria e morte (e altro ancora).

Lo stesso che emise quei comunicati, in questi giorni si domanda «Perché mi odiano?» Vattelapesca. Può pure essere che il solito caricaturato “Cipputi” avesse frainteso, all’epoca…

Chi può dirlo. L’illustre paziente (fino a stamane) del San Raffaele, ora, è un anziano che, senza ironia alcuna, ha bisogno (come i suoi coetanei medi) di riposo, lontano dagli stress della politica e del lavoro. Può considerarsi fortunato, anche perché non ha subito danni peggiori (meglio non immaginare…). E poi è notoriamente ricco, tanto da potersi pagare le cure anche per eventuali plastiche. Come metro di paragone, il pensiero deve andare a tutti quei ragazzi rimasti magari irrimediabilmente sfigurati in incidenti. Che, naturalmente, non hanno le possibilità economiche per assorbire lesioni morali e fisiche, anche quando ripagati dalle assicurazioni. La loro colpa? Essere nel posto sbagliato, nel momento sbagliato.

Colpo in testa!

2009 Dicembre 14

ATTENTATO! Si tratta di ATTENTATO!

Il Presidente del Consiglio, come ormai è arci-iper-super-ultra noto, è stato vittima di uno spiacevole contrattempo dopo il comizio del PdL organizzato a Milano. Stando alle prime notizie, il 42enne, incensurato, con presunti disturbi mentali, è stato arrestato (ovviamente) e ora rischierà un bel po’. Evitando di offendere chicchessia, effettivamente non è molto saggio lanciare contro una persona (men che meno il Capo dell’Esecutivo) un souvenir di dubbio gusto, raffigurante il Duomo meneghino (quindi pure tagliente, oltre che “contundente”, con tutte quelle guglie), preferendolo alla classica torta in faccia. Già cinque anni fa, però, a Roma qualcuno tentò la stessa azione con un cavalletto. Il reo, in quel caso, non presentava patologie particolari.

Gesto pericoloso, stigmatizzabile. Sicuramente condannabile. Forse premeditato. Secondo le ultime dichiarazioni del premier prima dell’”aggressione”, l’Italia non dev’essere “uno stato di polizia (tributaria…)”, ma nemmeno un’anarchia. Un gesto simile, tanto idiota quanto clamoroso, ha creato una nuova aura di attenzione attorno alla figura perennemente inquadrata del più popolare Cavaliere del Lavoro del Paese. La medesima immagine che, fino a qualche anno fa, non stimolava affatto Benigni, oggi stimolerebbe l’altrui violenza. Dopotutto, alcune sue frasi si dimostrano tendenzialmente irritanti (come talune di oggi pomeriggio, non tralasciando quelle di qualche giorno fa). Ma l’irrazionalità non serve ad alcunché, se non a garantire attestati di solidarietà (ipocriti e non), far saltare denti ed insanguinare labbra (senza escludere il carcere per chi ha commesso il delitto). Insomma, ad ogni azione corrisponde sempre una reazione uguale e contraria (legge della forza fisica?).

Non passano che poche ore e il popolo del web si dimostra scatenato. Impossibile non fare satira, nonostante la gravità dell’intera vicenda e dei danni riportati dal leader del PdL (ora piantonato in ospedale), augurare buoni auspici per il futuro, pubblicandoli sui forum, o postare opinioni nei vari blog (compreso questo). Non è da escludere che, da qui a poco, qualche gioco flash sul tema prenda vita. Tuttavia creare gruppi sul solito Facebook di supporto per l’aggressore o di ribrezzo nei confronti del ferito, per quanto ironici possano essere, sono anch’essi, quantomeno, di scarso rispetto. Tantomeno possono alleggerire un clima rovente, a dispetto della temperatura stagionale.

Per contestare bastano pure i fischi. Chi è su un palco, però, non può aspettarsi atteggiamenti diversi se parla per primo di “odio, catastrofismi, vergogne”, e così via. Come si suol dire, “c’è modo e modo”. È lapalissiano sostenere che una convergenza assoluta di pensieri sia realmente impossibile, ma non lo è la creazione di un dialogo. Altrettanto logicamente, gridare persino all’”atto di terrorismo” (in egual misura al sarcasmo virtuale e alla spregiudicatezza concreta) è, prendendo in prestito espressioni dal passato, inutile e controproducente.

Indispensabile porsi un’altra domanda, visto l’andazzo. Conclusasi l’orazione, da pochi centimetri una scultura pseudo-gotica (e magari made in China) è piombata indisturbata sulla testa di una delle più alte cariche dello Stato (che, per quanto controversa, va rispettata per lo meno quando svolge le funzioni inerenti al ruolo istituzionale). Il servizio d’ordine c’era, ma se al posto della miniatura vi fosse stato un coltello o una pistola? Dopo i precedenti, ci si immaginava una migliore “difesa” delle Istituzioni, in tutti i sensi. Oggi questo status è stato smentito. In soldoni, se non è al sicuro il Presidente del Consiglio, l’intera Nazione non può a sua volta sentirsi protetta, contrariamente a quanto sempre ostentato dal Governo.

Il cui membro principale, barcollante, ha mostrato le piaghe alla folla.

Palle clamorose

2009 Dicembre 10


«Che palle! E sempre di quello si parla?» Il “quello” in questione altri non è che il Presidente del Consiglio italiano. Ma – è necessario ripeterlo fino allo sfinimento – è impossibile non occuparsi delle sue dichiarazioni, se le frasi che diffonde davanti ad una platea Europea sono concretamente obiettabili (per non dire altro). Forse per atteggiamenti plateali, come l’ultimo che si illustrerà in seguito, e su cui bisogna porre ancora una volta attenzione (perché sarebbe meglio perdere 5 minuti di tempo nel leggere quattro stronzate – a quanto pare, le parolacce attirano maggiormente gli spettatori; ma in effettivo non si tratta di stronzate – su questioni politiche e di interesse generale, piuttosto che farsi pippe mentali su argomenti di arguto interesse come la lunghezza della minigonna da indossare in serata), alcuni si ritrovano in piazza per protestare contro una ed una sola persona. Piccola. Tra i sei miliardi di abitanti del Pianeta.

Ebbene, il Nostro, oggi, era a Bonn davanti alla platea del congresso del PPE, gruppo che raccoglie le forze dell’area di centro-destra dell’UE. Doverosamente, ha dovuto parlare della situazione nel suo Paese. Con uno stile degno di un novello Abatantuono, che illustra “il Vangelo secondo Me” agli ultras durante una famosa scena di “Eccezziunale… veramente”, il Capo del Governo, valoroso nell’aver «una maggioranza coesa e forte», illustra sé stesso come «super», nonché dotato di “palle”, con la solita classe che lo contraddistingue. Su questo, ormai, non v’erano poi grossi dubbi. A meno che non si trattasse delle palle di Natale, visto che siamo in periodo. O, peggio, delle palle al piede stereotipo dei detenuti.

A tal proposito, nel mentre, la Camera dei Deputati ha negato, con voto segreto, l’autorizzazione a procedere per l’arresto a carico di Nicola Cosentino, sottosegretario all’Economia. Quest’ultimo fu accusato dalla Procura di Napoli di avere collusioni con la camorra (= mafia). La richiesta di custodia cautelare del Tribunale partenopeo, quindi, finisce nel nulla.

Con la logica del Primo Ministro, quell’idea probabilmente proviene da qualche giudice «che sta con la sinistra», la quale «cerca di avere ragione del centro-destra attraverso i processi». Ergo esisterebbe un partito dei giudici affiliato alla sinistra (più verosimilmente, esistono correnti all’interno della magistratura…), cavalcante un’onda inquisitoria “ad personam”, dato che, sempre seguendo il filo del suo discorso, «in Italia non c’è l’immunità parlamentare, in Italia i PM non dipendono dal Governo». Nonostante sia laureato in Giurisprudenza, il maggior rappresentante dell’Esecutivo dimentica che l’immunità parlamentare (di cui Cosentino può essere mero esempio) è garantita esplicitamente dall’art. 68 co. 2 e 3 della Costituzione. Non solo: è lapalissiano che ogni Pubblico Ministero sia indipendente da qualsiasi ruolo schierato, essendo un’altra fattispecie esclusiva del potere Giudiziario, esercitante in modo terzo e imparziale l’azione penale, ai sensi dell’art. 112 della Carta.

Guarda caso, la stessa che vorrebbe modificare, annunciandolo senza timori, né remore. Il tentativo venne fatto già nel 2006, ma finì con una secca vittoria per il mantenimento dei testi tuttora vigenti. Dopo tre anni, la volontà permane. In linea teorica, commettere un fatto diretto a mutare la Costituzione comporta una pena superiore ad anni 12 (283 c.p.). Anche la Consulta, nel mirino (andando per facili intuizioni) perché ha bocciato il “Lodo Alfano“, si sarebbe trasformata «in organo politico». Il Presidente della Repubblica, invece, sarebbe tale da quasi diciotto anni («abbiamo avuto purtroppo tre Presidenti della Repubblica consecutivi tutti di sinistra»). Sono parole di una gravità estrema, tra l’altro potenzialmente perseguibili (l’art. 290 del Codice Penale lo indicizza come vilipendio) e che, incredibilmente, sono frutto di una delle Alte Cariche dello Stato.

L’amenità maggiore (difficile trovare altre apposizioni, nel frangente), però, è sintetizzata nel periodo che segue: «La sovranità in Italia è passata dal Parlamento al partito dei giudici». Palle (per rimanere ancora in tema): ARTICOLO 1 Cost.: [...] La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Quindi la vera democrazia è solo rappresentata dai tre poteri fondamentali qui riassunti in un’unica sintassi, ma in effettivo è in mano ai cittadini. Molti di loro assimilano con ignavia qualsiasi discorso, senza approfondimento. Basta l’immagine curata e solare. Conseguentemente, ci si preoccupa di più per altre condanne, come quella di un popolare fotografo tacciato di estorsione.

Condannato a tre anni e otto mesi di carcere dai magistrati milanesi, il reo “si vergogna di essere italiano”. Non deve preoccuparsi: non è il solo…

Stimoli giusti

2009 Dicembre 10

Roba di stamattina: «Lavorando di più in procura e senza le luci delle telecamere si arresta qualche latitante in più, con qualche convegno in meno e qualche latitante in più si fa il bene del Paese». Dopotutto, è una verità. Le parole provengono dal Ministro della Giustizia Alfano. Che, assieme a Maroni, riferiva in Senato sui meriti del Governo per la lotta alla mafia. È necessario smentire con i fatti e le cifre le illazioni dei giorni scorsi su collaborazioni tra cosche ed alcuni membri dell’Esecutivo. Gli arresti eccellenti sarebbero stati un esempio convincente, stando alle varie dichiarazioni carpite dai media.

Qualcuno, d’altronde, aveva osato affermare che i boss Fidanzati e Nicchi erano stati fermati “ad orologeria”: in pratica, cosa c’è di meglio di una bella retata ai danni dei clan per confermare l’esatto contrario di quanto pronunciato dal pentito Spatuzza in Tribunale? In realtà, ad operare non è direttamente il Governo: le forze di polizia si occupano dei casi, mettendo a disposizione tutti gli strumenti possibili, su mandato delle Procure. Forse anche per questo, per lo meno dall’entrata in vigore della Costituzione, il potere Giudiziario è a fondamento dello Stato, affiancato ad Esecutivo e Legislativo. Quando si consegue la cattura di un criminale, tuttavia, non vi dovrebbero essere particolari meriti. Forse converrebbe destinarli all’Italia intera, senza partiti, né schieramenti.

Infatti, per quanto concerne la lotta alle organizzazioni malavitose, bisogna ricordare che il Presidente del Consiglio reggente ha difeso il suo attuale organico, in quanto avrebbe “fatto di più” rispetto ad altri predecessori. Andando per gradi, però, e soffermando l’attenzione solamente ad altri blitz di cui ritenersi “orgogliosi”, basta digitare su un qualsiasi motore di ricerca per scoprire che Totò Riina, il Capo dei Capi di una nota fiction made in Mediaset, finì una latitanza durata quasi circa 24 anni nel gennaio 1993 (Governo Amato), mentre Bernardo Provenzano, nascosto dal 1963 e condannato in contumacia a tre ergastoli, venne bloccato l’11 aprile 2006 (quando il III Governo dell’attuale premier era vicino allo smantellamento pre-elettorale).

Proseguendo, è alquanto curioso arpionare la cosiddetta Piovra rivendendo i beni ad essa confiscati; tanto prevede l’ultima Finanziaria vicina all’approvazione. Chissà, tra i privati presenti all’asta, facilmente un prestanome può farsi avanti, riportando terreni, ville e quant’altro in tasche non così pulite. Per quanto sia indispensabile “fare cassa” per un Paese, non servirà certo vendere quelle proprietà, che rappresentano una parte irrisoria di un intero bilancio. Non per altro, le raccolte firme sono già partite e in molti hanno già protestato. Verosimilmente, secondo qualche opinione, non è stato lo studio migliore compiuto dal Legislatore. E, a margine, non saranno un paio di regimi al carcere duro a poter tagliare dei tentacoli già avvinghiati alle prede.

Per finire, l’esortazione del Guardasigilli è sicuramente costruttiva. Dovrebbe motivare i magistrati a dare il meglio. Estendere il medesimo consiglio ai politici andrebbe bene lo stesso?

Forza infantile

2009 Dicembre 6
di leoman3000

Quanto avvenuto a Pistoia non ha bisogno di commenti.

Cosa si può dire, infatti, su due donne che, senza apparente ragione (e pure se ne avessero qualcuna non giustificherebbe una condotta così), trattavano bambini di pochi mesi in modo decisamente aberrante? Botte, scuotimenti, schiaffi e altre amenità. Tanto subivano i piccoli clienti di un asilo privato della cittadina toscana. Grazie ad alcuni segnali, colti dai genitori un po’ più attenti, la Polizia ha sorvegliato l’attività squallida delle due “educatrici”, riprese dalle telecamere a circuito chiuso mentre compivano uno spettacolo indescrivibile, sotto gli occhi traumatizzati di altre potenziali vittime. Perché è impossibile descrivere con termini morbidi chiunque osi trattare un corpicino al pari di un sacco di patate.

Efferatezza e determinazione, sfruttate in un’azione platealmente immorale, si sono trasformate in lacrime di angoscia da parte delle “maestre”. Di coccodrillo, in realtà. Nonostante avessero un dovere di maggiore responsabilità, dato che la struttura in cui si prendevano cura, in modo originalissimo, dei piccoli era privata, hanno dimostrato di mantenere un comportamento dedito più al proprio interesse, preferendo lasciare i pargoli nel vomito. Vedendo le immagini, sembra decisamente improbabile un classico “rigonfiamento” delle notizie, utlie allo scalpore mediatico. Altrimenti, d’altronde, non si spiegherebbero le urgenze dei magistrati e il regime dell’isolamento deciso per la 28enne e la 41enne, chiaramente già colpevoli e difficilmente difendibili persino dal più cinico avvocato (e, difatti, entrambi i legali non hanno richiesto particolari attenuanti).

Violenza privata, su minore, unita con percosse e lesioni personali, senza dimenticare circostanze aggravanti varie ed eventuali. Queste sono le ipotesi di reato che si possono facilmente imputare alle due donne. Sbirciando velocemente il codice, approssivativamente un PM potrebbe chiedere fino a circa 10 anni di reclusione per entrambe, come proposta più severa. Ma si sa come vanno le cose, tra buone condotte, richieste di domiciliari e quant’altro (indulti?), nel corso del tempo. Di conseguenza, i molti che chiedono sui soliti social network persino l’ergastolo (alla luce di quanto passato sui media) rimarranno delusi. Per le signore in questione, logicamente, si profila un periodo da passare sotto il proverbiale “sole a scacchi”. Con tutti i pericoli del caso. I regolamenti non scritti degli istituti carcerari, soprattutto per quanto riguarda la voce “violenza minorile”, non vanno troppo per il sottile.

Vi è un rovescio della medaglia. I genitori, oggi, sono superimpegnati. Difficilmente riescono a tenere le proprie creature; verosimilmente non possono portarle sui luoghi di lavoro. Allora sono costretti a portare la progenie, anche se registra pochi mesi di vita, negli asili nido, spesso strutture private, tra le braccia di sconosciuti (per lo più ragazze) e pagando nel contempo cospicue somme. Ma un bambino che invoca la mamma, vedendola solo la sera, è davvero felice? Quali fondamenti può avere da signorine che, nel bene o nel male, sono comunque costrette a gestire una trentina di ragazzetti pieni di esigenze ogni giorno?

Contrapposizioni: serve crescere un proprio frutto, sapendo di non poter assistere pienamente al suo sviluppo, affidandolo ad assoluti estranei, con il rischio di ritrovarlo con gli occhi gonfi dal pianto ogni giorno?

Il pentito

2009 Dicembre 4

Al peggio non c’è mai fine.

Considerando che oggi il pentito di “Cosa Nostra” Gaspare Spatuzza (uno che ha assistito alle più efferate stragi, dall’omicidio Di Matteo alla morte di Don Puglisi, senza dimenticare la “supervisione” delle vetture negli attentati di via D’Amelio a Palermo e via dei Gergofili a Firenze) ha deposto a Torino mettendo in mezzo i nomi dell’attuale Presidente del Consiglio e del suo amico e socio di lunga data, nonché Senatore e cofondatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri, già condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa in primo grado, creare un gruppo Facebook per esultare della morte di Falcone e Borsellino, magistrati che hanno pagato con la vita la loro lotta, è, se non proprio stupido, quantomeno abietto (euf.).

Come desumibile, Dell’Utri (contrariamente al Capo del Governo) è imputato nel processo in grado d’appello dove testimonia Spatuzza. Sarebbe stato uno dei tramiti tra mafia e politica. Ma quale affidabilità può garantire un uomo che per anni ha affiancato il progetto di metter su una macchina mortale, per quanto abbia cercato in tutti i modi di dichiarare la sua “redenzione”? Come se non bastasse, la partecipazione dell’ora collaboratore di giustizia nel procedimento ha creato un clamore mediatico tale da oscurare altri temi. A questo punto, per qualcuno conviene scendere in campo.

Il premier, che ha qualche giorno fa richiesto un rinvio di udienza (nel processo Mills, la cui posizione era stata stralciata per gli effetti del Lodo Alfano) per legittimo impedimento, dovendo inaugurare una galleria sulla Salerno-Reggio Calabria (evento a cui, poi, non ha più preso parte), riparla di “macchinazioni“, sottolineando un costante impegno contro la mafia. Resta da spiegare, pertanto, il perché della messa in vendita dei beni confiscati alle cosche, previsto dalla recente Finanziaria: se la lotta è così dura come si dice…

Dell’Utri, in presenza dei giornalisti, sostiene in soldoni che la mafia sta cercando di buttare giù un Governo che opera per abbattere muri di omertà e minacce. Tali espressioni verranno successivamente condivise anche da alcuni notabili membri del PdL. Inoltre conferma di aver conosciuto Mangano, il cosiddetto “stalliere di Arcore”, condannato all’ergastolo per reati di simile fattura, morto nel 2000, definendolo nuovamente “eroico“. Rispondendo alla domanda, secondo il think tank del Popolo della Libertà, evidentemente, la fattibilità delle parole di Spatuzza è irrisoria, forse più spinta verso il complotto. Deducibile che “un mafioso, anche se pentito, resta un mafioso”. Vabbé, probabilmente per Mangano non sarà così.

Però, effettivamente, c’è da chiedersi quale fosse la ragione di voler (tentare di) far fuori Maurizio Costanzo, ad esempio. Ossia uno che ebbe la tessera P2 successiva a quella del Primo Ministro in carica. Non vi sarebbe ragione di partecipare, per quanto marginalmente, all’assassinio di un amico e dipendente di Canale 5. Sempre se non c’entrassero ospitate di giudici da reprimere, contestate da volti che diverranno molto popolari, nelle sue trasmissioni. Concludendo, è un argomento su cui andare cauti. Gli scenari disegnati, al di là dei paraventi posti davanti ai banchi del Tribunale torinese, potrebbero essere inquietanti.

Mai augurarsi un coinvolgimento di personalità, specie del Governo, in queste tresche. I beneplaciti di chicchessia (1, 3, 5, 15 milioni di persone…?) sarebbero inutili, se le tristi ipotesi dovessero concretizzarsi.

Controllo della stabilità

2009 Dicembre 2


«Grazie anche alla sua gente, che so che la ama: e questo è dimostrato dai risultati delle elezioni che sono sotto gli occhi di tutti

La frase è riferita ad Aleksandr Lukashenko, Presidente della Bielorussia dal 1994. Di dottrina comunista, tanto da essere definito, senza troppi giri di parole, un dittatore, nell’ultima tornata elettorale del 2006 viene confermato con una percentuale bulgara (82,6%). Quella che una volta era chiamata Russia Bianca ha ricevuto la visita del Presidente del Consiglio italiano. Lo stesso che ha pronunciato le parole di cui sopra. Storia del 30 novembre 2009.

Il 17 gennaio 2005, l’allora Capo del Governo di casa nostra, invece, parlava così:

«Se la sinistra andasse al governo il risultato sarebbe miseria, terrore e morte, come accade in tutti i posti dove governa il comunismo.»

Questo avrebbe fatto presupporre che mai un rappresentante del Bel Paese potesse varcare un suolo governato da ovvi “distruttori”, magari “despoti”. Invece, ora, è stato confermato il contrario. Giù i tabù, giù i luoghi comuni. Imperativi: anticipare i tempi e il resto dell’Occidente. Per guardare in avanti.

Già, peccato che chi presiedeva l’esecutivo nel 2005 è il medesimo che elogia i portatori di “miseria, terrore e morte” in questi giorni. Solo i morti e gli stupidi non cambiano mai opinione. Aforisma di James Russel Lowell. Uno che diceva anche Comunismo è barbarie.

A questo punto, bisogna ricordare che l’espressione popolare, per quanto importante (anzi, fondamentale) per la sopravvivenza di una Nazione, non è elemento imprescindibile per governare tranquillamente. L’alta percentuale, in uno Stato realmente democratico, non è un’immunità. Qualcuno (e non un altro qualsiasi), in qualche modo, ha voluto ricordarlo per l’ennesima volta, in termini, stavolta, più alla portata del cittadino medio. “Tradito”, si fa per dire, da qualche microfono aperto. Comunque, perché mai quel “qualcuno” dovrebbe giustificarsi? E con chi? I problemi, qualora vi fossero, si risolvono audita altera parte: la monarchia assoluta è prerogativa del Vaticano, oggi.

Proprio la vicinanza allo Stato Pontificio ha garantito nel resto della Penisola la tradizione cattolica. Sulle nostre tavole i presepi sono già pronti; nelle nostre camere da letto (ma non solo), i crocifissi ci guardano. Allora perché non inserirne uno sul tassello bianco del Tricolore? Dato che gli svizzeri dicono “no” al minareto (sempre per la potenza della voce popolare), i confinanti possono parimenti rivendicare la morale religiosa, inserendo nel loro vessillo un simbolo analogo a quello presente nello stendardo elvetico (la cui croce greca che fa bella mostra in campo rosso discende dal Sacro Romano Impero Germanico).

La proposta (di per sé antinomica – tanto per cambiare – con l’art. 12 Cost.) è della Lega Nord. Si, quella che esalta usi e costumi delle terre padane. Che tante volte ha gridato Roma Ladrona (pur avendo quattro ministri, un vice, quattro sottosegretari, 26 senatori e 60 deputati nell’Urbe) e che ha dispensato riti celtici. E che ha persino una “sua” bandiera identificativa.

Più di un blogger ha presentato delle alternative. Perché, allora, non sostituire il verde sole delle Alpi con una brillante croce latina?

La Piovra 11

2009 Novembre 28

Riassunto delle puntate precedenti. “La Piovra” era uno sceneggiato televisivo, diviso in 10 serie trasmesse tra il 1984 e il 2001, che seguiva da vicino le cronache (romanzate) della mafia siciliana (il titolo stesso, infatti, lasciava intedere la tentacolarità dell’organizzazione) e di chi cercava di ostacolarne le operazioni, mettendo in pericolo la propria vita e quella dei cari. La fiction, seguitissima (punte anche di 14 milioni di spettatori), ha avuto come protagonisti – tra gli altri – Michele Placido, Vittorio Mezzogiorno e Raoul Bova, nonché un cattivissimo Remo Girone nei panni del colluso Tano Cariddi. Per chi ha vissuto la televisione di quegli anni, “La Piovra” era un appuntamento fisso, capace di mostrare nel dettaglio, tramite una sceneggiatura comprensibile ed intrigante, quanto di tragico potesse gravitare attorno a quel mondo.

Cronaca di oggi. “Libero” e “Il Giornale”, testate vicine al Presidente del Consiglio, lasciano nuovamente trapelare delle supposizioni, già anticipate nelle precedenti uscite: un avviso di garanzia potrebbe essere recapitato al Capo del Governo da un giorno all’altro per un presunto coinvolgimento con la mafia. Nel quotidiano di Feltri compare un’immagine a tutta pagina del premier accompagnata dal titolo “Se questo è un mafioso”, parafrasi del romanzo di Primo Levi. L’inchiesta partirebbe da Firenze (in un attentato morirono 5 persone nel ‘93), coordinata, per ovvi motivi, con Palermo. Il nome del Presidente sarebbe fuoriuscito dalle dichiarazioni rilasciate da alcuni pentiti.

Inizialmente, il diretto interessato ha mostrato spirito sulla questione. E alle smentite di portavoce ed esponenti della stessa coalizione (ma, curiosamente, non dei giornali a lui prossimi, che credono più al solito complotto della magistratura, coadiuvata per l’occasione dai collaboratori di giustizia) si è unita la battuta “ricorsiva”: «C’è qualcuno che dice che mi sono molto occupato di mafia, a partire dal ‘92. È vero: sulla mafia ho raccontato molte storielle…».

Altre mancate conferme arrivano dalla Procura del Capoluogo toscano. Che, comunque, è tenuta al segreto d’ufficio (art. 329 c.p.p.); dunque, anche se l’indiscrezione fosse vera, sarebbe obbligata per deontologia a non far trasparire le «voci infondate e infamanti», così come bollate dal Primo Ministro. Poche ore dopo, però, il medesimo pronuncia pubblicamente questa frase; una manna per la stampa, dopo parecchi silenzi: «Se trovo chi ha fatto le nove serie de La Piovra e chi scrive libri sulla mafia facendoci fare brutta figura nel mondo giuro che lo strozzo». Altra ironia? Di certo da molti non gradita.

La prima eccezione riguarda, più marginalmente, il numero delle serie de “La Piovra” (dieci, non nove: nell’episodio finale Cariddi si gettava tra la lava dell’Etna…). La “brutta figura nel mondo”, poi, verrebbe più dai drammatici eventi di cronaca che da qualche produzione, solitamente circoscritta al nostro territorio. Platealmente, non sono Cosa Nostra, Camorra o ‘Ndrangheta le sole responsabili delle figuracce: probabilmente il Cavaliere non ha visto l’ultimo spot di “Le Monde“. Vabbé, non è da escludere che i media francesi siano già insufflati

Per completare il quadro, le repliche non sono tardate, soprattutto dagli stessi protagonisti della popolare ricostruzione della Rai. Placido, o meglio il Commissario Cattani (personaggio che interpretava nella miniserie, ucciso nella quarta edizione), sottolinea l’incoerenza nell’affermazione («”Il Capo dei Capi” è un prodotto di Canale5»), indicando, con esempi concreti, le azioni stragistiche commesse dalle cosche (gli omicidi Falcone – Borsellino su tutti: due magistrati, del resto). In effetti, anche “Gomorra”, il best-seller di Saviano incentrato sugli atti e fatti relativi alla Camorra (altra zona d’Italia, ma sempre di “cupola” si tratta), è diffuso dalla Mondadori (casa editrice di proprietà – exlodo” – della famiglia del Presidente del Consiglio).

Tirando le somme, pur piegati da costrizioni, minacce, ricatti come no, strozzarsi da soli è un po’ difficile.