Pace e tranquillità

2010 febbraio 7

È un sabato sera come tanti. In una non meglio precisata cittadina pugliese si vive la classica “movida”. Come ogni weekend che si rispetti. Dopo una settimana di lavoro, studio e scuola, è logico che adolescenti e ragazzi bevano qualcosa insieme ai loro coetanei o si trattengano un po’ di più a parlare, sfogando quelle piccole tensioni dei giorni precedenti. Non ci saranno ancora tasse da pagare, famiglie da gestire e figli da sfamare. Ma, in relazione all’età, ognuno ha una propria preoccupazione da smaltire o un cruccio da confidare.

Chi frequenta i locali del paese, generalmente, è gente “a posto”. Non si droga abitualmente, non fa gare con le macchine, insomma non ama provare nuove sensazioni. Al massimo si concede un cicchetto di rum o un pacchetto di sigarette (pur potendone fare a meno; ma vabbé, in compagnia “ci sta”). Si riunisce nel centro o in periferia, a seconda dei “prodotti” offerti dalle singole attività. La musica, dentro gli ambienti, non può mancare. A volte è abbastanza alta, ma non fastidiosa. Se poi vi è così tanta necessità di esternare i pareri o qualche pettegolezzo vario ed eventuale sui capelli di “quella tipa seduta al tavolo di fronte” assieme al braccio destro di una vita, c’è sempre il bagno una piazzetta antistante pronta ad accogliere ed ascoltare, con discrezione e senza ripercussioni, i segreti di centinaia di persone.

Nell’indistinguibile babele di parole volanti che si viene a creare, con l’onomatopeico “tunz tunz” ritmato a fare da ulteriore sottofondo, c’è chi ha da lamentarsi. Ovviamente, coloro che abitano in prossimità degli esercizi commerciali non possono perennemente gradire il ronzio notturno. A maggior ragione quando sanno che la domenica mattina dovranno alzarsi presto per dare un’occhiata all’appezzamento di terra che da 25 anni a questa parte coltivano a dieci chilometri dal centro abitato. E poi, loro hanno diritto a riposare. Alla pari di chi ha intenzione di divertirsi. Vero o no?

Nelle grandi realtà, o nei luoghi di villeggiatura, gli inquilini (residenti dunque in posti “movimentati”) hanno sviluppato un callo non indifferente nell’ammortizzare qualsivoglia fastidio di pari misura. Quelli di più piccoli territori, evidentemente meno abituati ai flussi turistici, un bel po’ meno. Qualcuno, quindi, pensa bene di risolvere tutto democraticamente. Dopotutto, anche l’articolo 1 della Costituzione può essere interpretato in maniera soggettiva. Alcuni condomini, domiciliati sopra uno di detti bar, pensano bene di inscenare una bella “giustizia fai da te”. Insulti agli avventori (“sfaticati delinquenti”), poi ai gestori, urlati e sbraitati a più non posso: la musica diviene sinfonia, in confronto. In lingua comprensibile a pochi (leggasi “dialetto”), tra gli sguardi atterriti e le bevande impugnate, le auto vengono considerate dai protestanti come facili prede di sfregi, alla pari di mobili e televisori presenti nel locale. S’incazzano perché devono addormentarsi. Peccato che i vestiti indossati da questi, anche abbastanza eleganti, facessero presupporre che fossero rientrati in casa non da troppo tempo.

Fortunatamente le minacce sono rimaste solo verbali, per quanto un poco rassicurante “te la facciamo pagare” spedito al proprietario abbia concluso la piéce (realisticamente più accostabile ad una sceneggiata napoletana, visti i toni della tenzone) degli infastiditi. Che strano: magari sono tra quelli che si rammaricano se i giovani non hanno punti di riferimento per le serate. Eppure è la mentalità stereotipata di una comunità in via di sviluppo, o quasi, che di frequente vorrebbe le proverbiali “botte piena e moglie ubriaca”. Plausibile che i paganti di sotto abbiano fatto baldoria. Però non giustifica le gestualità e le invettive lanciate dalla scalinata a qualunque cosa si muovesse.

A ciascuno il suo. Il diritto di “vivere” è sacrosanto. La civiltà, invece, deve tagliare altri traguardi.

“Lascio che le cose mi portino altrove”

2010 febbraio 3

Perché Sanremo è Sanremo. Deve ancora iniziare la 60a edizione del Festival e già si pongono discussioni su canzoni e cantanti. E meno male che nessun comune mortale ha ancora ascoltato in anteprima le opere, né ha potuto percepire le capacità vocali dei singoli artisti! Allora possono iscriversi Povia con la composizione dedicata ad Eluana Englaro; Cristicchi, autore di un testo irriverente, probabile causa del forfait di Madame “Carlà” Bruni (in veste di ospite); il Principe (spodestato) Emanuele Filiberto in compagnia di Pupo; infine Morgan, che, però, rilascia interviste su “Max”. Il mondo precipita. Per la serie, “non c’era di meglio da fare”?

Un po’ per tutti. L’ex giudice di X-Factor, intervistato dal periodico Rizzoli, in soldoni dichiara di fumare crack abitualmente, decantandone le proprietà terapeutiche*. A margine, non risparmia qualche frecciatina sulla televisione italiana, insufflata, secondo lui, dal governo e dal clientelismo (e, a quanto pare, tutto ’sto resoconto sarà disponibile integralmente da domani nelle edicole). C’è da chiedersi perché non abbia lasciato subito la sua postazione, vista l’aria respirata (in senso figurato, stavolta).

Almeno apparentemente, non sono stati tanto gli attacchi contro le istituzioni e la TV quanto la confessione dell’uso di sostanze stupefacenti a far gridare allo scandalo. Morgan, comunque, “sconcertato, amareggiato, addolorato e disperato”, non tarda a smentire quanto trapelato: anche lui “frainteso”, “vittima di congiure”. Nessuno mette in dubbio la sua buona fede, sia nelle frasi percepite dal cronista che nel racconto dell’esperienza soggettiva, dovuta a cause personali ed insindacabili. Tantomeno nessuno deve metterne in discussione l’impegno musicale e/o lavorativo, per quanto i gusti possano variare da individuo ad individuo. Altra domanda: quale interesse potrebbe mai avere il già frontman dei Bluvertigo a minimizzare la questione sulle droghe? Solo ad un masochista (o ad un delinquente) verrebbe in mente di pubblicizzare cocaina o derivati alla vigilia di una manifestazione di carattere nazionale qual è il Festival della canzone italiana. Oltretutto, è luogo comune inquadrare personaggi del jet-set come abituali consumatori di simili “robe”. A fine ulteriormente esemplificativo, sarebbe incredibile pensare ad una diffusione anomala di ecstasy tra i giovani perché “Tizio” ne ha allegramente consigliato l’uso.

Oltre alla contro-smentita sulle modalità dell’incontro da parte del giornale (concordato, con tanto di servizio fotografico), in virtù di quanto sopra, ministri ed onorevoli hanno stigmatizzato e condannato quanto avrebbe detto il cantautore. Forse talvolta eccessivamente, rispetto a quanto potesse desumersi dal contenuto del pezzo (c’è chi gli ha pubblicamente consigliato di entrare “in una comunità di recupero per tossicodipendenti” o chi l’ha etichettato come “cattivo maestro”). Addirittura, in ossequio ai valori della passerella sanremese, qualche deputato ha proposto una sorta di “test anti-doping” per i partecipanti. Alla fine, il “trio M” (Mazza, Masi e Mazzi; nell’ordine direttore di RaiUno, direttore generale RAI e direttore artistico dello spettacolo) ha optato, per il momento, per l’esclusione di Marco Castoldi (in arte Morgan) dalla kermesse. Che ora è “traumatizzato”, per quanto gli siano giunte, in contrapposizione, attestazioni di solidarietà e petizioni a favore.

Vedendo il contrappasso, è stato un modo svincolarsi dalle convinzioni, dalle pose e dalle posizioni. Senza ricorrere a mezzi, per così dire, “particolari”.

*Artt. 72 e 73 D.P.R. 309/90

Giorni memorabili

2010 gennaio 31

Il 27 gennaio è stato il “Giorno della Memoria”. Questa data fu scelta perché l’Armata Rossa (l’esercito sovietico), nel 1945, aveva varcato i cancelli di Auschwitz e circa 7.000 persone furono tratte in salvo. Oltre 1.200.000, invece, rimasero lì senza possibilità di superare da vivi i cancelli. Flebile la speranza nell’Arbeit macht frei da parte di questi ultimi. Una grande illusione, più realisticamente una beffa.

Qualcuno, in base ai “corsi e ricorsi storici”, sosteneva che la Storia fosse destinata a ripetersi come un ciclo continuo. In parte vero. Ma la Storia insegna maggiormente ad evitare errori commessi in passato: se fosse un circolo vizioso, ora, magari, saremmo nel bel mezzo di una guerra nucleare. Nei discorsi di rito, spesso si pronunciano commossi “Mai più!”. Difficile risolvere tutti i conflitti con appena due parole. Genocidi silenziosi avvengono ancora e di questi sappiamo ben poco. Inorridiamo quando si scoprono le fosse comuni nell’ex Jugoslavia e nel vedere immagini del massacro etnico tra Ruanda e Burundi. Quest’ultimo risale appena ad undici anni fa.

Sono passati 618 anni dalla fine del Medioevo. Nonostante tutto si parla ancora di crociati e jihadisti. E tra Israele e Hamas (attenzione: Hamas, non Palestina) va avanti un conflitto subdolo da 23 anni; ma è dal 1948 i Paesi Arabi confinanti non hanno accolto di buon grado la “confisca” di una grossa fetta della stessa Palestina. Ecco uno dei fulcri mondiali dov’è centrata la questione. L’organizzazione fondamentalista islamica nega la Shoah, soprattutto per motivi di principio conseguenti a diatribe centenarie. Altri Paesi operano con i medesimi mezzi (su tutti l’Iran). In breve, le future generazioni che seguono questi “credo” non sapranno di persone arse e ossa intagliate.

Anche la Chiesa fu, suo malgrado, coinvolta – tornando al punto – sulla negazione dell’Olocausto. La figura di Pio XII è ancora adesso definita “ambigua”. Diverse le teorie del complotto ricreate, così come le versioni discordanti sul comportamento del Pontefice, ora, però, considerato “venerabile”. Esattamente un anno fa, invece, la corrente cattolica Lefebvriana (riabilitata e poi ricontestata) rimaneva sulle classiche posizioni ortodosse, non ammettendo l’evidenza su alcuni tratti della Shoah (inequivocabile un “le camere a gas non sono mai esistite” del suo portavoce). Come si spiegherebbero, dunque, quei capannoni pieni di gente nuda?

Il 10 febbraio si rimembra un altro giorno della memoria. Più correttamente, il “Giorno del ricordo”, troppe volte snobbato dai media. Il precedente, come detto, è accompagnato da varie manifestazioni e rappresentazioni, ovviamente ben curate da giornali e TV, anche (logicamente) per le proporzioni che quella tragedia ha avuto.

Statistiche inferiori quelle delle “foibe”, paragonate a quelle del cosiddetto Olocausto, ma non per questo meno importanti. Veniva uccisa gente per l’unica colpa di essere “Italiana” secondo il regime comunista di Tito, intenzionato a guadagnare, al termine della Seconda Guerra Mondiale, vantaggi economici e strategici dai territori di Istria e Dalmazia (ora in Croazia, una volta in territorio italiano).

Persone ancora vive, assieme a corpi trucidati o torturati, venivano gettate dai partigiani del regime in cavità naturali profonde decine di metri. La cifra delle vittime è tuttora sconosciuta; alcune stime parlano di 10-15.000 tra profughi jugoslavi, prelati, politici (senza distinguo) e semplici popolani divisi tra Venezia Giulia e le fiordate coste Dalmate.

Una tragedia immane per l’Italia, finita per troppi anni in secondo piano. Altrettanto spesso (forse perché poco descritta) posta in mano ai revisionisti, sempre a prescindere dalla esposizione politica. Pure in questo caso taluni nostalgici, attualmente, sarebbero capaci di non confermare l’accaduto. Risultato dei totalitarismi, accomunati da un solo colore: né rosso, neppure nero. Probabilmente andrebbe meglio il bianco. Un colore neutro, anonimo. Come quello delle ossa dei martiri.

Tali sono, in quanto rimasti fedeli al vero ideale, alla propria fede, fino all’ultimo istante della vita.

Un giorno in pretura

2010 gennaio 24

Le procure, ultimamente, stanno svolgendo in maniera poco “tranquilla” il loro lavoro. Sicuramente per il tenore di qualche personaggio coinvolto in indagini e processi.

A quanto pare, e solo per iniziare, Vendola risulterebbe indagato (necessario ricordare la presenza del Segreto), alla vigilia delle primarie, con a carico l’ipotesi di concussione, avendo proposto un luminare pugliese operante negli States come primario di un Ente Ecclesiastico Ospedaliero. Come già detto, se a livello morale la ratio dell’intervento del Presidente della Puglia è condivisibile, non lo è così tanto in ambito di diritto. Bisognerà aspettare la pronuncia finale del GUP per risolvere definitivamente il “mistero”.

Chi è già certamente sotto indagine, invece, è il Sindaco di Bologna Flavio Delbono. Da poco più di 6 mesi nelle vesti di Primo cittadino felsineo, ma dal 2003 vicepresidente dell’Emilia-Romagna, l’esponente del centro-sinistra avrebbe commesso abuso di ufficio, peculato e truffa aggravata, con la complicità dell’ex segretaria (nonché ex compagna) circa le prime due fattispecie di reato. In pratica, compiva viaggi intercontinentali con la partner, sfruttando fondi pubblici. Niente di male, se le destinazioni non fossero state Cancun o un villaggio turistico vicino a Santo Domingo (almeno, tanto emerge dai reportage delle grandi testate nazionali; di conseguenza quanto scritto fin qui è da considerare, comunque, con “beneficio d’inventario”).

Una situazione meglio delineata riguarda ben 36 esponenti della Lega Nord, tra cui si annoverano un altro Sindaco in carica, il trevigiano Gian Paolo Gobbo, ed un altro che fu, il meneghino Formentini. I militanti sono stati appena rinviati a giudizio con l’accusa di costituzione di banda armata (le “camicie verdi” sono così assimilabili secondo i magistrati; dopotutto minacciarono la secessione…): per loro potrebbero essere richiesti addirittura 12 anni di reclusione. I fatti sono datati: risalgono al 1996. Ma tra rinvii, immunità, richieste di pareri e quant’altro, l’ultima decisione è stata presa poche ore fa (escludendo altri 8 membri del partito – tre di loro Ministri in carica -, su cui non si può procedere). La prescrizione, ad ogni modo, non è un’utopia per i legali degli imputati.

Ancora più certa è la vicenda relativa a Totò Cuffaro. Anche lui ex Presidente della Regione Sicilia, fu costretto a dimettersi durante il suo secondo mandato, perché due anni fa venne condannato in primo grado per favoreggiamento e rivelazione di segreto d’ufficio. Per lui era stata avanzata anche l’aggravante dello stampo mafioso, tralasciata in prima istanza. L’aver informato persone sotto intercettazione della presenza di microspie gli è valso 5 anni di reclusione, più un’interdizione dai pubblici uffici come pena accessoria. Tutto ciò sospeso, in attesa di una pronuncia di appello, arrivata esattamente dopo 2 anni (per la serie “tempo ragionevole” ex 111 Cost.), che non solo di fatto conferma la sentenza del precedente grado, ma considera anche la circostanza della collaborazione mafiosa. Gli anni da scontare diventano così 7 per Cuffaro che, nel frattempo, era diventato senatore dell’UdC. Compito a cui, in virtù dell’inibizione ad libitum “riattivatasi”, dovrà rinunciare (per ora, però, lascerà solo gli incarichi di partito).

Infine, l’ultimo ad aver ricevuto un’informazione di chiusura delle indagini, assieme ad altre 11 persone, è stato il Presidente del Consiglio. Compravendita di diritti televisivi per creare fondi neri in casa Mediaset (via Mediatrade, società che si occupa proprio di queste operazioni). Il falso in bilancio è depenalizzato in alcuni casi, ma non lo è l’appropriazione indebita, né la frode fiscale. Il colmo per una personalità al vertice dello Stato, costretta dunque ad affrontare un nuovo processo. Ed ecco partire il carosello di opinioni del PdL; un déjà-vu. “Morte della Giustizia”, “toghe rosse”, “accanimento”, “uso politico”, “orologeria” e così via. Inconfutabile è che questo decreto giunge proprio in vista delle elezioni regionali e durante un periodo molto delicato per l’azienda (la stessa che trasmette Forum: ironico…). Quello che, in genere, non si sa riguarda i magistrati del pubblico ministero (mossi, di solito, da cittadini che hanno subito un pregiudizio). Questi, coadiuvati dalla cosiddetta polizia giudiziaria, raccolgono gli elementi utili per poter formulare concretamente un’accusa. In soldoni, sarebbe estremamente controproducente (per economia e buon senso) far partire un nuovo procedimento per il capriccio di qualche presunto “adepto sinistroide”, mellifluamente mescolato negli uffici dei Tribunali. Concludendo, permane il curioso controsenso (c’è chi lo chiama “conflitto d’interessi”): in questi casi chi prende parola difende la personalità pubblica (quella che dovrebbe amalgamare i poteri dello Stato in un’unica sinergia) o l’imprenditore (costretto a tutelare l’interesse privato)? Curiosità: se venisse approvato il disegno di legge, per questa inchiesta verranno applicate le regole di quel “processo breve” tanto ricercato…

Analizzate le deduzioni, eccezioni e richieste, citando quanto spesso si legge in comparse e dispositivi, è inutile domandare (riconvenzionalmente?) perché la fiducia nei politici (più che nella politica) non è ai massimi storici.

Primari(e)

2010 gennaio 22


Bene. Dopo mesi e mesi di discussioni e incertezze, alla fine Nichi Vendola sarà il candidato del centro-sinistra per la Puglia.

Anzi, no.

Quando tutto sembrava andare liscio come l’olio per il Presidente uscente, con la rinuncia di Michele Emiliano, ù Sinn’c d’ Baer, il PD nazionale ha deciso (con il beneplacito dell’assemblea regionale) che Vendola dovrà attraversare nuovamente lo scoglio delle primarie, volute all’ultimo momento, vedendosela con Francesco Boccia, già battuto nella medesima occasione nel 2005 per una manciata di voti. Nonostante alcuni sondaggi vadano contro il rappresentante “vero e proprio” del Partito Democratico, i vertici hanno preferito questa opzione.

Prima di tutto, verosimilmente, per una questione di principio. Perché dovrebbe essere eleggibile una persona, certo, della stessa coalizione, ma di una lista minoritaria e più estremista, che allontanerebbe correnti più centriste, sicuramente utili per la causa? Servono voti a favore una sinistra litigiosa, più in crisi nel meridione, di un centro-destra che, allo stato, si vede costretto a proporre nuovamente candidature a personalità più popolari che politiche in senso stretto. Tra proposte di giudici, imprenditori ed ex sindaci, infatti, spunta pure il nome di Attilio Romita, noto anchorman (barese) del Tg1.

Nella precedente tornata, invece, a sorpresa Vendola superò Boccia (e, alla corsa alla poltrona, lo stesso sbaragliò l’altro favorito Fitto, ora Ministro – tra l’altro “inarrestabile” per volere del Parlamento -, per pochi voti). Non è da escludere che, anche stavolta, si possano ribaltare i pronostici della vigilia, proprio in virtù del blocco di maggioranza rappresentato dal partito di D’Alema. Quest’ultimo sembra che abbia piazzato una netta impronta su tali nuovi movimenti (d’altronde, la Puglia è la sua terra). È tuttavia evidente che non tutto il PD li abbia accolti così positivamente: saranno diversi i “dissidenti” che preferiranno la “strada vecchia”, a dispetto di tutte le problematiche affrontate fino ad oggi dall’amministrazione ancora in carica. In particolar modo, il “rimpasto” della giunta dovuto allo scandalo sanità. Forse favorevole per qualcuno: proprio l’assessore competente, infatti, defenestrato dalla sede di via Capruzzi, ora siede da “ripescato” a Palazzo Madama in Roma.

Non era l’unico coinvolto in quel filone. È molto largo il giro dell’inchiesta che vede protagonisti manager e politici in primis, e che si è estesa, seppur marginalmente, fino ai piani alti dello Stato. Altrettanto recenti sono alcune richieste di custodia cautelare, come quella riguardante Lea Cosentino, ex direttore della ASL di Bari. Più clamorosa (era un’autentica “bomba ad orologeria”: la notizia era nell’aria) è l’iscrizione, comunque presunta (dato che il contenuto delle indagini è criptato dal Segreto), dello stesso Vendola nel registro degli indagati con l’accusa di concussione.

In soldoni, il maggiore esponente di Sinistra Ecologia Libertà avrebbe “raccomandato” un luminare per la cura delle malattie neurodegenerative, Giancarlo Logroscino, alla poltrona di Primario al “Miulli” di Acquaviva delle Fonti (BA), ospedale che porta la dicitura di “Ente Ecclesiastico” (a proposito di “comunismo”, no?). Inutilmente, visto che la nomina del ricercatore pugliese di casa nientepopodimenoché alla Harvard School non sarebbe stata poi accettata. Questa incresciosa situazione ha costretto il Governatore reggente a giustificare il suo punto di vista in un video. Discorso che, da un lato, non farebbe una grinza. Perché non far rientrare persone capaci ed “autoctone” nel Paese (meglio, nella Regione) di origine, piuttosto che lasciarle in mano alle già lanciate Università estere? Il rovescio della medaglia sta, però, nella tipologia di “intermediazione” e il ruolo rivestito in quel frangente dal politico.

Può darsi che ciò possa influire sulle preferenze di domenica (almeno per quanto riguarda il Tacco d’Italia). Quelle di un elettorato attivo, generalmente parlando, deluso da chi dovrebbe proteggerlo. Lo stesso che sgancerà, in occasione della “lotta fratricida”, un ennesimo “obolo simbolico” come “finanziamento lecito” al partito (o alla coalizione? Non è ancora chiaro).

[senza titolo 4]

2010 gennaio 19

Craxi, via

2010 gennaio 18

Gli imbecilli a sinistra, i grandi statisti a destra… Craxi, dove cazzo va!? (R. Benigni, Il Giudizio Universale)

Molti non sanno. Non possono sapere, anche perché, tendenzialmente, erano troppo piccoli per ricordare. Probabilmente, non sapranno mai.

Però, se in TV vengono pronunciate frasi come «Craxi è stato trasformato in un capro espiatorio [...], va già ricordato oggi come uno statista», nella fattispecie dal direttore del TG1, Minzolini, durante un ormai epico editoriale (intitolabile benissimo “La storia secondo me” – passata, però, come oggettiva agli occhi degli spettatori -), è quasi naturale che, nell’opinione pubblica, la figura del fu Bettino Craxi, morto in quel di Hammamet (Tunisia) il 19 gennaio del 2000 all’età di 65 anni, sia paragonabile a quella di un “martire della libertà”. Di uno che ha lasciato il proprio Paese per non essere perseguitato dalla sua in-giustizia. Ma chi era questo famigerato Bettino Craxi, su cui sorgono speciali televisivi in prima serata al posto di Voyager (sic), e su cui i media si stanno scomodando così tanto?

Ieri…

Meglio iniziare dalla fine. «La mia libertà equivale alla mia vita». È l’epitaffio che compare sulla lapide, rivolta verso l’Italia e affacciata sul Mediterraneo, che conserva le spoglie del politico sulla costa nordafricana. Parole azzeccate: non ha mai vissuto un giorno da recluso. Ma quasi duemila da latitante si, seppur in compagnia di gravi patologie. Craxi, infatti, conclude di fatto la sua avventura ai vertici dello Stato con un “toccante” discorso in un’accondiscendente Camera dei Deputati (che negò l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti), funestata dalle vicende di “Mani pulite”, il 29 aprile del 1993. Una volta coinvolto nelle indagini (molte furono le informazioni di garanzia recapitategli), il segretario del Partito Socialista Italiano svelò l’ “opportunità” dei finanziamenti illeciti dei partiti, uscendo definitivamente allo scoperto e accusando generalmente il mondo dei Palazzi. Il giorno dopo, Craxi fu accolto da una pioggia di monetine, lanciate da una folla inferocita, sentitasi tradita dai suoi governatori.

Gli gridavano di tutto, chiamandolo persino «Ladro!». Eppure proprio lui aveva disconosciuto, definendolo “mariuolo”, Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio e membro proprio del PSI milanese, nonché iniziatore dell’inchiesta che sconquassò la Prima Repubblica (venne arrestato in flagranza di reato, intento ad intascare una tangente). In pochi attimi, l’Italia intera cancellava con cognizione di causa gli anni in cui era stato Presidente del Consiglio, la gestione della cosiddetta Crisi di Sigonella, il rinnovamento dei Patti Lateranensi, il taglio della “Scala mobile” (in termini molto semplicistici, la crescita degli stipendi proporzionalmente all’inflazione), il disconoscimento di “falce e martello” da parte del “Garofano”. Nonché i controversi condoni urbanistici meneghini e i decreti sulle televisioni, che, tra gli altri, agevolarono un ben noto imprenditore e Presidente del Consiglio (si: proprio lui).

Comunque, per quanti dubbi potessero aprirsi sulle mosse compiute dai Governi gestiti dal leader socialista, che per la prima volta interrompeva un dominio della DC in quasi quarant’anni di storia Repubblicana, tutto o quasi veniva rimosso, almeno nei frangenti concitati di una fuga all’estero. Molti “nani e ballerine”, così definiti da Rino Formica (altro membro del PSI, più volte Ministro), voltarono le spalle allo storico segretario, mentre veniva condannato in contumacia più e più volte. Lasciò in eredità un Partito Socialista scioltosi come la neve al sole (meno caldo di quello africano). I due figli, Stefania e Bobo, hanno seguito le stesse orme. Ora si ritrovano seduti in opposti schieramenti: la prima affianca il vecchio amico del padre.

…e oggi

Tirando un bilancio della cronaca sommaria, talmente vasta da essere difficilmente catalogabile persino in un’enciclopedia, Craxi, ex giovane rampante dei Socialisti di Nenni, è responsabile, indiscutibilmente, di cambiamenti importanti per l’Italia, nel bene e nel male. Ma, inchinatosi (al pari di altri) a “vizi e virtù” della tracotanza dei potenti (spesso stereotipata dalle satire), è stato inglobato in quella massa oscura partorita da quel male diffuso. Ha preferito fuggire, rifiutando di prendere una situazione ancora più di petto e, magari, uscire dall’onta con più dignità. La stessa che non hanno avuto nemmeno, per esempio, Cagliari o Gardini, imprenditori vicini agli ambienti craxiani e travolti da Tangentopoli, che scelsero la strada del suicidio. Perché, è indispensabile ricordarlo, la morte non rivaluta sempre le persone.

Secondo qualcuno, nel particolare un altro ex socialista una volta iscritto alla P2, Craxi è «un gigante, un pezzo della storia del Paese». Diviene “intoccabile”, sarebbe “indegno e volgare criminalizzarlo” (oggi). Altri, più a sinistra, hanno pensato che fu addirittura più innovatore di Berlinguer. Per un Divo, antico rivale, che ha appena tagliato il traguardo dei 91 anni, invece, «amava la nostra Patria e ha fatto tutto quello che poteva per aiutarla».

Quanti attestati, dieci anni dopo. Lui non ha potuto nemmeno vedere le lacrime dei tre Ministri giunti col Tricolore sulla sua tomba in territorio straniero. “Un gigante”, infatti, se fosse stato innovatore e, soprattutto, amante della Patria, come esposto dai ben pensanti di cui sopra, non l’avrebbe mai e poi mai tradita con bugie, iniziali ipocrisie e veri e propri furti, pubblicamente confessati in Procura e non. Tantomeno avrebbe fatto le valigie.

Negli ultimi giorni, i sindaci delle due maggiori città italiane vorrebbero dedicargli strade, sulla falsa riga di quanto fatto in altri comuni. Eppure, in quel focoso 1993, il Movimento Sociale Italiano, nelle cui liste il giovane Gianni Alemanno era stato eletto al consiglio regionale laziale, insultava platealmente “gli imbroglioni”. La signora Letizia Brichetto Arnaboldi in Moratti, al contrario, era una manager rampante, ancora estranea alle vicende politiche.

Forse per questo, stavolta, a finire in una virtuale soffitta sono doli e colpe. Magari quelle vanno a certi magistrati, artefici materiali di sconvolgenti martirii. Dopotutto, i meriti devono essere doverosamente esaltati. Esempi? Una volta, quando c’era Lui, “i treni arrivavano in orario”; il Führer rese grande la Germania…

Destino crudele

2010 gennaio 15

L’unica parola che immediatamente balza in testa pensando ad Haiti è “catastrofe”. Più o meno una sensazione simile a quella vissuta lo scorso aprile, quando a subire il terremoto è stato l’Abruzzo. Solo che, nell’italico territorio, il sisma è stato inferiore in magnitudine di oltre un punto e in durata rispetto al primo registrato al largo di Hispaniola (7.0 contro 5.8 Richter; più di un minuto contro una ventina di secondi), prima isola toccata da Colombo nel 1492, che ospita proprio lo Stato dell’epicentro e Santo Domingo.

Numerosi, nonché a breve distanza l’uno dall’altro, sono stati i movimenti tellurici susseguiti (tutti superiori ai 5 gradi di magnitudo). Molte, però, sono le differenze tra i due fenomeni. Le zone nei dintorni de L’Aquila hanno registrato, oltre agli innumerevoli danni e perdite (poi l’organizzazione di un G8), poco più di trecento vittime. Ad Haiti, a quanto pare (il bilancio è provvisorio e, sfortunatamente, in crescita), le vittime potrebbero arrivare a trecento… per mille, se non di più. La città più colpita è stata la capitale Port-Au-Prince, che di abitanti ne registra 1 milione e 700mila: circa un sesto dell’intera popolazione creola. Che, obiettivamente, è parecchio – passando la licenza – sfigata. Circa 300 anni fa, l’isola subì un altro devastante sciame, perfino più “spettacolare“. Perennemente piegato da schiavitù, colonialismi e, più recentemente, dittature e colpi di Stato, il Paese caraibico non ha mai avuto una svolta economica positiva, contrariamente ai confinanti dominicani. L’interesse di Stati Uniti e Chiesa cattolica (unito a quelle di organizzazioni umanitarie di livello mondiale come no) è, quindi, valso a ben poco, lasciando la nazione, nota principalmente per la pratica del voodoo, in preda alla povertà.

Nel 2004 anche un uragano colpisce gli haitiani, sconvolgendo ulteriormente le speranze di una popolazione già in estrema difficoltà. Che oggi, ulteriormente piegata, tenta di dare degna sepoltura ai cadaveri (nell’immediato lasciati all’aria aperta) e rimuovere le macerie della città più rappresentativa completamente rasa al suolo (anche Duomo e Palazzo Presidenziale non hanno retto, senza contare i classici ospedali, scuole ed edifici pubblici), provando, con una probabilità vicinissima all’impossibile, ad evitare carestie, epidemie e saccheggi. Paragonando, dunque, questi problemi con quelli abruzzesi, si giunge alla facile conclusione che non è il numero di deceduti a “fare”, in senso stretto, una tragedia. Ma affrontare situazioni di emergenza in un ambito più avanzato e progredito è più agevole che aiutare una civiltà nella totale oscurità, in tutti i sensi (le comunicazioni sono state impossibili per molto tempo sulla parte occidentale dell’isola).

Per l’Abruzzo vi sono state raccolte fondi, tam tam mediatico, trasmissioni televisive ad hoc culminate con una consegna di case, fonte di molti dubbi (con un occhio ai dati Auditel, per chi se lo fosse dimenticato), e persino una emotiva canzone su misura, eseguita dai nomi più celebri della musica italiana. Complessivamente, e più umanamente, tutte manifestazioni sacrosante e sentite, soprattutto per il colpo al cuore subito dalle nostre comunità in primis. Tuttora sono moltissime le famiglie in stato di bisogno, costrette ancora ad alloggiare presso parenti, in albergo o, peggio, nelle tende e nei container (chissà se qualche specifico “riccone” ha prestato le sue dimore, nel frattempo…).

Stop. Per la strage in atto a migliaia di chilometri da qui, invece, quanto davvero importerà ai mass-media? Per quanto ne parlerà l’opinione pubblica? Quanto si farà in realtà? Per quanto tempo i cosiddetti “potenti” saranno presenti nelle zone calde, dato che Haiti, già in precedenza funestata da altre calamità naturali e umane, non ha nemmeno l’ombra di una Protezione Civile e si ritrova con la sede ONU collassata? Noi, piccoli ammassi informi nelle mani di pochi eletti, staremo a guardare le scene, con tristezza e angoscia, davanti al televisore. Sperando che non ci abbandoni all’ignavia.

Incazzati neri

2010 gennaio 13

Gli "All Blacks", i nazionali neozelandesi di Rugby XV, mentre eseguono una haka prima del match (da Wikipedia).

Stiamo vivendo un periodo “scontroso”. Quanto successo a Rosarno, cittadina calabra immersa tra oliveti e agrumeti e con vista sul Tirreno, lascia spazio a diverse considerazioni. Ecco un riepilogo di quanto accaduto fino a poche ore fa, prendendo un iniziale spunto dal rapporto del sostituto procuratore della direzione nazionale antimafia, Cisterna [grazie, Tooby].

Gli immigrati ivi residenti si alterano. Perché? Meglio iniziare dai dati: Rosarno accoglie una grossa fetta di stranieri; secondo Wikipedia (che citerebbe Medici Senza Frontiere) sarebbero circa 5000 gli ospiti in questa zona, abbastanza vicina ai Centri di Permanenza Temporanea e, comunque, terra di possibile speranza per una vita decente. Difficilmente, ora, un italiano coglierebbe agrumi e olive manualmente in condizioni quantomeno normali. Gli extracomunitari, invece, si accontentano di pochi spiccioli e lavorerebbero sotto qualsiasi condizione atmosferica, senza tener conto delle otto ore giornaliere standard. Oltremodo, non tutti sono giunti nella Penisola in maniera regolare e il rischio del rimpatrio è sempre in agguato. Insomma, si sviluppa il logico assioma lavoro = protezione. In breve, una “moderna schiavitù”, sfortunatamente confermata dalla situazione disastrosa dei siti (in buona parte abusivamente occupati) dove bivacca questa gente.

Comincia la rivolta. Dopo lunghi periodi di proteste, avvalorati da altri precedenti “illustri” ed altrettanto drammatici (Castel Volturno?), sorge l’instabilità e sfocia in violenza. Non proprio immediatamente, le Istituzioni notano quanto sta accadendo nel “profondo sud”. Il Ministro dell’Interno, Maroni, parla di “troppa tolleranza” e di “problema sanitario” per quanto concerne gli immigrati esasperati, la cui rabbia repressa è sfociata in auto ribaltate, cassonetti dati alle fiamme e vetri infranti per mezzo di spranghe. Le palle, evidentemente, si sono riempite da più parti. Bisogna prendere provvedimenti contro i riottosi, questo è sacrosanto: per cominciare, “via da lì”. Tolleranza zero. Si decidono così gli espatri verso altri centri dello Stato e le demolizioni coatte dei locali usucapiti irregolarmente. Forse si poteva optare per scelte diverse. Classico “senno di poi”.

Come se non bastasse, non viene neppure escluso lo zampino della ‘ndrangheta. Sia per i caporalati, sia per il tentacolo posto sull’esportazione dei frutti, sia per l’intervento armato di alcuni cani sciolti (o vero e proprio branco, lo si saprà probabilmente in seguito) contro gli africani ribelli. Eventualmente, il segnale dato dalla locale mafia è il far capire “chi comanda” nel territorio, chi ha gli strumenti per ristabilire l’ordine per davvero (superando persino le forze di polizia). Il commissariamento della città, dal punto di vista amministrativo, rende ancora più cupo uno scenario di per sé oscuro.

Il mondo cattolico condanna (ovviamente) la violenza e prega per quelle “povere anime”, costrette a vessazioni e ad una oggettiva vita di merda. D’altra parte, forse ispirato dal titolo ironico dell’ultimo libro di Gian Antonio Stella (“Negri, froci, giudei & Co. – L’eterna guerra contro l’altro”, edito da Rizzoli, guarda caso riguardante gli sfruttamenti e le discriminazioni di certe categorie di persone) oppure dalla via milanese in cui ha sede, “Il Giornale” di Feltri, nel week-end, raddoppia con due prime pagine “ad effetto”: Ma questa volta… hanno ragione i negri e Anziché ai negri, sparate ai mafiosi. Modi gentili per evitare polemiche di sfondo razzista, no? E non si tratta di una “prima volta“. A questo punto, per coerenza, bisognerebbe evitare persino solidarietà verso Balotelli, altra “vittima“, in circostanze diverse, del colore della pelle. O, più correttamente, dell’ignoranza (eufemismo) di alcuni.

Tanto per concludere la triste vicenda, almeno per il momento, arrivano pure le proteste dell’Egitto. Il governo dello Stato delle Piramidi lamenta il trattamento, al limite dell’odio, subito dagli arabi in Italia. Con il timore di leggere fra qualche tempo sulle porte delle attività commerciali cartelli del tipo “vietato l’ingresso agli islamici e ai cani“*, si ha la risposta di Umberto Bossi, altro Ministro della Repubblica. «Guardate come trattano i cristiani. Li fanno fuori tutti».

2010. Anno dell’amore, non dimentichiamolo.

*Aggiornamento (19-01): Infatti, l’hanno fatto.

Lavoro forzato

2010 gennaio 8

Ecco che le ferie invernali si sono concluse per tutti. Meglio, quasi tutti: infatti sarebbe offensivo accennare per qualcuno la parola “ferie”.

Premesso questo, i primi giorni del 2010 sono stati abbastanza “tranquilli” sui vari versanti (trattasi di calma apparente: come ignorare l’attentato al Tribunale di Reggio Calabria, la rivalutazione di un latitante, la protesta degli immigrati, il ritorno immacolato del premier, dei terroristi – o presunti tali – e del campionato di calcio con mercato annesso?). Tuttavia, un dato di oggi conferma quella tendenza tutta negativa relativa alla disoccupazione. L’8,4% della popolazione attiva sul fronte dell’impiego (quindi oltre 2 milioni di abitanti) è in cerca di un posto fisso (il dato è il peggiore dal 2004). Ulteriore dimostrazione che, in contrapposizione alle garanzie pre-elettorali, non tutte le famiglie hanno potuto usufruire, sulle tavole imbandite a festa, di ciò che realmente avrebbero voluto. Effetto della crisi? Anche. Per quanto si possa obiettare, ieri, ad “AnnoZero”, il leghista Castelli ha ammesso che, di fatto, il periodo nero non è finito, nonostante il punto più basso della curva appartenga al passato (comunque troppo recente). Un punto a suo favore.

Bisogna però precisare che l’Italia regge il confronto con la media europea, equivalente sulla medesima base al 10%. Ma ciò non toglie che un paio di cifre possano aprire numerosi scenari di disordine, soprattutto in una zona cosiddetta “evoluta” del pianeta. Le persone che cercano disperatamente un guadagno onesto sono davvero tante, costrette a scendere a compromessi e bussare a qualsiasi porta. Attaccate ad ogni speranza, quasi obbligate ad affrontare pregiudizi ed ipocrisie verso questo o quello, pur di portare a casa quei quattro spiccioli utili a sopravvivere (tralasciando vizi, incoerenze ed incoscienze soggettive: fattori anche questi non di poco conto). Licenziamenti e spostamenti in cassa integrazione sono all’ordine del giorno. Si sono registrate crisi depressive per le “vittime” di tali (frequentemente inevitabili) provvedimenti, spesso culminate in omicidi e suicidi. Addirittura in sequestri di dirigenti, oltre ai più consueti scioperi, occupazioni, manifestazioni e messe in mora.

Imprese in apparenza solide (almeno, spacciate in tal modo), come Mediaset o Mondadori, entrambe appartenenti ad una ben nota holding (fondata dal nostro attuale Capo del Governo – lapalissiano… o paradossale? -), si trovano ad affrontare rispettivamente le braccia incrociate di truccatori e sarti, con conseguenze immaginabili (o forse non abbastanza), e la sospensione di oltre 250 lavoratori (e questa informazione, sia chiaro, non la scrive “l’Unità” o qualche blogger “tanto per”: le voci escono e rimbalzano). Mosse strategiche? È probabile, ma, certamente, c’è chi è rimasto con il laconico “sedere al vento”.

In mezzo a tanta precarietà, che – a quanto pare – vede coinvolte persino gestioni molto vicine al Presidente del Consiglio dello Stivale, cosa ci si può aspettare dal domani, parafrasando una canzone dei Lùnapop del 1999? I segnali provenienti dagli ultimi sbuffi dell’anno appena trascorso sono tutt’altro che incoraggianti. I saldi delle attività commerciali rincuorano ben poco. Ci vorranno diversi anni per tornare ad un benessere condiviso. A meno che… si, certo, ecco la soluzione! L’immancabile ottimismo! Il profumo della vita…