“Come può uno scoglio arginare il mare”

BigbrosDomanda: il gioco vale la candela?

Negli ultimi mesi non si parla d’altro che di inchieste, interrogatori, querele e citazioni. Oltre al solito “gossip”, ovviamente.

È ormai arcinoto che politici, giornalisti e personaggi del mondo di sport e spettacolo non abbiano esitato a contattare i propri legali e inviare lettere a residenze, redazioni o case editrici. Nella nuova era del web, inoltre, le notizie compiono in pochi minuti il giro del mondo. Contrapposti a tante verità, prodotte sulle fonti di informazione, vi sono numerosi fraintendimenti o colossali bufale. Le persone comuni sanno, per sommi (e abbastanza lacunosi) capi, quanto ascoltano in televisione o apprendono dai giornali. In tal modo, nelle loro menti, si forma un’opinione sul direttore sportivo X o sul ministro Y, che hanno spinto l’atleta Z a ordire una mossa contro i regolamenti o hanno avuto rapporti clandestini con il pregiudicato XYZ. Inutile dire che qualsiasi riferimento, nei casi illustrati, è puramente casuale.

Per questo motivo, vero o falso che sia, il racconto fuoriuscito dai mass-media (o da alcuni di essi) può facilmente causare danni di immagine, risentimenti personali o persino malori ai diretti interessati. Che, oltre a richiedere risarcimenti danni milionari, potrebbero querelare l’artefice del servizio per ingiurie o pura diffamazione (entrambi istituti lesivi dell’onore, contemplati nel codice penale). L’uomo, per ontologia aristotelica, è un animale sociale. Spesso accade che, incuriosito da alcuni reportage, qualcuno voglia dire la sua in rete (ora c’è lo strumento dei blog), riportando parte degli stessi fatti prelevati altrove. Altri attaccano e insultano con molta naturalezza i soggetti già bersagliati, oppure ne ritraggono caricature che di gran lunga sforano il limite della satira.

Di conseguenza, anche se numerose leggi, sentenze della Cassazione e articoli costituzionali tutelano le libertà di stampa, pensiero ed espressione, ci sono ulteriori limiti che, per un cittadino medio, sono di fatto invalicabili. In questa sede, già tirati in ballo in altre occasioni.

In pratica, se X, Y, Z, XYZ trovano distruttive certe affermazioni pubblicate su qualsiasi pagina, potrebbero non esitare nel concedere mandato agli avvocati. E i redattori potrebbero altresì avere, inopinatamente, la spiacevole sorpresa di una relata di notifica arrivata a casa. Non è impossibile, infatti anche chi scrive questi post è identificato tramite un IP e un’identità comunque non così difficile da reperire. Quindi, nonostante tutte le buone intenzioni, avvisi e “disclaimer” vari sulla esplicita volontà di non voler infierire su alcuno (con la disponibilità ad eventuali rettifiche), il rischio di attestati di disistima può sempre giungere. Sarebbe da incoscienti scrivere qualcosa senza prendere in considerazione le dovute cautele.

Giuridicamente non vengono colpite solo testate (emblematici i casi milionari su “La Repubblica” e “L’Unità”). Negli ultimi giorni sono stati aperti fascicoli contro associazioni ONLUS e addirittura autori di gruppi Facebook. Non sono casi così estremi e rari. Ciò che, inizialmente, può sembrare uno scherzo o un gioco potrebbe divenire qualcosa di molto più grosso, con dispendio economico non indifferente e che, presumibilmente, pochi possono davvero permettersi. Anche questi sono rischi di una democrazia.

Concludendo, un singolo giornalista può sentirsi in dovere di essere feroce contro qualcuno. Ma sa di poter compiere tale azione perché, oltre ad avere mediamente un lauto stipendio, è di fatto coperto da un’impresa ancora più facoltosa. La quale, spesso, paga il suo inviato per scrivere quelle determinate cose, compartecipando alle problematiche derivanti. Un utente internettiano, anche se si tratta di un adolescente, non ha questo genere di scudi: se rompe i cocci (o altro di più recondito, allegoricamente parlando), li paga. Salati.

Le grandi responsabilità non derivano solo da grandi poteri. A quanto pare.

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