Giorni memorabili

Il 27 gennaio è stato il “Giorno della Memoria”. Questa data fu scelta perché l’Armata Rossa (l’esercito sovietico), nel 1945, aveva varcato i cancelli di Auschwitz e circa 7.000 persone furono tratte in salvo. Oltre 1.200.000, invece, rimasero lì senza possibilità di superare da vivi i cancelli. Flebile la speranza nell’Arbeit macht frei da parte di questi ultimi. Una grande illusione, più realisticamente una beffa.

Qualcuno, in base ai “corsi e ricorsi storici”, sosteneva che la Storia fosse destinata a ripetersi come un ciclo continuo. In parte vero. Ma la Storia insegna maggiormente ad evitare errori commessi in passato: se fosse un circolo vizioso, ora, magari, saremmo nel bel mezzo di una guerra nucleare. Nei discorsi di rito, spesso si pronunciano commossi “Mai più!”. Difficile risolvere tutti i conflitti con appena due parole. Genocidi silenziosi avvengono ancora e di questi sappiamo ben poco. Inorridiamo quando si scoprono le fosse comuni nell’ex Jugoslavia e nel vedere immagini del massacro etnico tra Ruanda e Burundi. Quest’ultimo risale appena ad undici anni fa.

Sono passati 618 anni dalla fine del Medioevo. Nonostante tutto si parla ancora di crociati e jihadisti. E tra Israele e Hamas (attenzione: Hamas, non Palestina) va avanti un conflitto subdolo da 23 anni; ma è dal 1948 i Paesi Arabi confinanti non hanno accolto di buon grado la “confisca” di una grossa fetta della stessa Palestina. Ecco uno dei fulcri mondiali dov’è centrata la questione. L’organizzazione fondamentalista islamica nega la Shoah, soprattutto per motivi di principio conseguenti a diatribe centenarie. Altri Paesi operano con i medesimi mezzi (su tutti l’Iran). In breve, le future generazioni che seguono questi “credo” non sapranno di persone arse e ossa intagliate.

Anche la Chiesa fu, suo malgrado, coinvolta – tornando al punto – sulla negazione dell’Olocausto. La figura di Pio XII è ancora adesso definita “ambigua”. Diverse le teorie del complotto ricreate, così come le versioni discordanti sul comportamento del Pontefice, ora, però, considerato “venerabile”. Esattamente un anno fa, invece, la corrente cattolica Lefebvriana (riabilitata e poi ricontestata) rimaneva sulle classiche posizioni ortodosse, non ammettendo l’evidenza su alcuni tratti della Shoah (inequivocabile un “le camere a gas non sono mai esistite” del suo portavoce). Come si spiegherebbero, dunque, quei capannoni pieni di gente nuda?

Il 10 febbraio si rimembra un altro giorno della memoria. Più correttamente, il “Giorno del ricordo”, troppe volte snobbato dai media. Il precedente, come detto, è accompagnato da varie manifestazioni e rappresentazioni, ovviamente ben curate da giornali e TV, anche (logicamente) per le proporzioni che quella tragedia ha avuto.

Statistiche inferiori quelle delle “foibe”, paragonate a quelle del cosiddetto Olocausto, ma non per questo meno importanti. Veniva uccisa gente per l’unica colpa di essere “Italiana” secondo il regime comunista di Tito, intenzionato a guadagnare, al termine della Seconda Guerra Mondiale, vantaggi economici e strategici dai territori di Istria e Dalmazia (ora in Croazia, una volta in territorio italiano).

Persone ancora vive, assieme a corpi trucidati o torturati, venivano gettate dai partigiani del regime in cavità naturali profonde decine di metri. La cifra delle vittime è tuttora sconosciuta; alcune stime parlano di 10-15.000 tra profughi jugoslavi, prelati, politici (senza distinguo) e semplici popolani divisi tra Venezia Giulia e le fiordate coste Dalmate.

Una tragedia immane per l’Italia, finita per troppi anni in secondo piano. Altrettanto spesso (forse perché poco descritta) posta in mano ai revisionisti, sempre a prescindere dalla esposizione politica. Pure in questo caso taluni nostalgici, attualmente, sarebbero capaci di non confermare l’accaduto. Risultato dei totalitarismi, accomunati da un solo colore: né rosso, neppure nero. Probabilmente andrebbe meglio il bianco. Un colore neutro, anonimo. Come quello delle ossa dei martiri.

Tali sono, in quanto rimasti fedeli al vero ideale, alla propria fede, fino all’ultimo istante della vita.

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