Pinuccio chiama.

[per Diritto di Critica]

[a cura anche di Gigi d’Aquino]

«Pronto? Pinuccio sono». Questa affermazione ferma e sicura, contraddistinta da un forte accento barese, da qualche mese è diventata molto popolare nel web. Così, infatti, si presenta il suddetto Pinuccio ad improbabili interlocutori telefonici, che vanno da Silvio Berlusconi a Mario Monti, dal Papa a Schettino, da Putin ad Emilio Fede. Con il cellulare in mano, il “faccendiere” pugliese, spinto dalla sua misteriosa suocera («il suocero è morto, lasciandole in eredità un immenso archivio»), chiama il VIP di turno che viene immancabilmente redarguito sull’argomento del giorno, tra espressioni folkloristiche e doppi sensi arguti.

Questa è la satira di Alessio Giannone, meglio conosciuto in rete appunto come Pinuccio, autore dei video virali che vedono protagonista il ragazzone occhialuto che dà del “tu” a personaggi di grosso calibro (su Youtube è viralessiogiannone), affiancato sempre da un dinosauro di plastica. L’idea ha riscosso così tanto successo che lo stesso sarcastico “uomo d’affari” ha creato, sulla falsa riga delle organizzazioni massoniche citate nelle cronache, la “loggia P nuccio”, con tanto di tessere scaricabili via Facebook (su cui conta oltre 8.500 fan). Non solo: Pinuccio è anche su Twitter (dove prende in giro per davvero rappresentanti della politica italiana e non solo – «molti di loro i profili neppure li vedono» – e dove proprio qualche giorno fa ha avuto un faccia a faccia virtuale con Vittorio Feltri) e ha un blog su “Il Fatto Quotidiano”, che non aggiornerà più dopo una recentissima querelle che aveva per oggetto Beppe Grillo, chiudendo di fatto la collaborazione («secondo loro la telefonata era gratuitamente piena di parolacce e non faceva ridere; in realtà le espressioni sono proprio quelle di Grillo…»).

Incontriamo Alessio in un bar di un paese di provincia, dove in serata ha un appuntamento con i ragazzi dell’ARCI locale. Arriva direttamente da Bari a bordo di una Twingo gialla («con 400mila chilometri percorsi», precisa), sottoponendosi poi con estrema disponibilità alle domande:

Prima di iniziare con l’intervista, che ne dici di una breve presentazione? 

Sono Alessio, di Bari, prossimo ai 33 anni, ho una laurea in giurisprudenza (quella che hanno praticamente tutti a Bari), provo a fare il regista; mi occupo di comunicazione politica e di video virali sul web.

Pinuccio, volto virale su Youtube Italia, con oltre 820mila visite al proprio canale e una media di novemila visualizzazioni per video, con le tue telefonate fai della satira pungente ma allo stesso tempo mai troppo cattiva. Dove deve fermarsi la satira?

Chi si occupa di satira è comunque legato a qualche corrente politica e credo che il limite sia proprio quello. Te ne accorgi quando uno è meno cattivo con uno e più cattivo con un altro. La vera satira non deve avere nessun legame politico. E, quando non lo ha, si vede, proprio perché usa lo stesso tono con chiunque. L’importante è non cadere nello sfottò: la satira deve usare gli stessi termini che usa la politica, quando si fa satira politica… e spesso la politica usa termini con cui… si è caduti davvero molto in basso. Rimaniamo lì.

La vita di Pinuccio sul web ruota attorno alla Loggia, a Michele delle Bombole, alla Gran Suocera: tutti elementi di fantasia o ti sei ispirato a qualcosa? 

Certo che mi sono ispirato a qualcosa! Michele delle Bombole è quello che veniva a mettere le bombole del gas a casa mia (che, appunto, si chiamava Michele): faceva i balli di gruppo, ma poi io l’ho “tradotto” in tanghero; Sabino non-solo-coca non lo conosco… Filomena delle pulizie è la donna che faceva le pulizie a casa, mentre la suocera non esiste, perché non ho ancora una suocera. Però si identifica nel matriarcato meridionale, dove le famiglie vengono gestite da una donna che, di solito, è o la mamma o la suocera. Poi  c’è il potere occulto nella famiglia di Pinuccio che rappresenta una sorta di loggia massonica e che ho voluto mettere per far anche un po’ di satira sulle logge massoniche e sui poteri occulti che comandano tutto, rappresentati appunto sempre dalla suocera e dalla Loggia.

Tornando alle telefonate, hai avuto modo di telefonare a molto volti famosi di Tv e politica. Ma se potessi realmente contattare qualcuno di questi volti noti, chi chiameresti?

 Beh…  ma io ho già chiamato quasi tutti! Comunque chiamerei realmente Adriano Celentano…

E cosa gli diresti?

“Ritirati”.

La tua mascotte è un dinosauro verde. Anche qui ci sono significati massonici? 

Quel dinosauro in realtà è un mio giocattolo, ed è l’unico superstite dei giocattoli che avevo da piccolo. È quello che desideravo più di tutti: ricordo che all’epoca costava 10.000 lire. Lo comprammo in un tabaccaio a Triggiano (BA) e a quel giocattolo son rimasto molto legato come un sacrificio familiare nei confronti di un bambino che desiderava una cosa che non poteva ottenere. Poi, per fortuna, me lo regalarono. Adesso è diventata proprio una simbologia, è il loghetto della Loggia… la gente lo fotografa in giro…

… per via del concorso che hai lanciato su Facebook … 

Sì, infatti mi sono arrivate anche delle foto davvero interessanti. Alcune non so neanche come siano riuscite a farle! In ogni caso, come tecnica di comunicazione, è necessaria una simbologia e in questo caso è il giocattolo. È Godzilla, tra l’altro.

Un’ultima domanda: nella tua carriera di volto della rete sei stato spesso attaccato da commentatori un po’ cattivi, citeresti il commento più cattivo o più strano che hai ricevuto sotto uno dei tuoi video? 

Da un grillino, una volta ho ricevuto un commento che mi ha fatto davvero molto ridere: mi ha dato del “terrone”.

Chiudendo “alla Pinuccio”, tante cose veramente.

La lunga giornata

Ci troviamo in un classico comune del sud. Tornata elettorale, si elegge il sindaco. Oltre trentamila abitanti divisi tra la scelta di 552 candidati consiglieri e sei pretendenti primi cittadini (spartiti non tanto equamente tra sinistre, destre e centri). Dopo due mandati, il detentore è costretto a lasciare il potere, ma di fatto non rinuncia alla corsa per un posto in consiglio (per quanto abbia compiti di maggior rilievo all’interno di altri enti, come la provincia). Dopo una campagna elettorale avvelenata, lo scontro diretto in prossimità dei seggi tra gli aspiranti non è dei più teneri. Fino all’ultimo secondo taluni pretendenti, in prima persona, non si fanno troppi problemi nello spiegare agli anziani di turno come e chi votare. Al di là delle regole, al di là di ogni scrupolo.

Nel profondo sud, chi si candida applica le leggi a proprio piacimento. L’importante è “farsi vedere”, poco importa l’offrire caffè nei bar davanti alle scuole a chi ha in mano la scheda elettorale. Meno ancora incollare manifesti non negli spazi appositi o fuori tempo massimo (quindi già nel momento del silenzio). Serve la gloria, spesso si sfrutta una squadra. La dimostrazione viene al momento degli scrutini, quando il singolo ignora i dati sul suo capogruppo o sulla lista d’appartenenza ed elemosina dalle commissioni esclusivamente il proprio risultato. L’ipocrisia galoppa.

Lo spoglio, però, tralasciando qualche casistica concreta (e fortunatamente non sempre costante) come quella di cui sopra, è un momento interessantissimo. I cosiddetti rappresentanti di lista – gente spesso pagata per mettere crocette sui fogli ed anticipare nelle varie segreterie i dati ufficiali – si dividono tra le sezioni per svolgere il loro sporco compito. Per lo più ragazze appena maggiorenni, si presentano negli edifici scolastici con camicette sbottonate, jeans attillati e tacco da competizione. Una piccola sfilata: dopo pochi minuti dallo scattare delle 15 vanno già alla ricerca di sedie perché hanno “i piedi stanchi”. Forse molte di loro ignorano che potrebbero rimanere lì fino a tarda notte. Se è per questo, ignorano persino “cosa” o “chi” stiano rappresentando, chiedendo al solidale collega di turno la divisione dei partiti tra le coalizioni e capendoci poco o niente. What the hell am I doing here?, cantava Thom Yorke.

I presidenti dei seggi hanno modi tutti diversi di “leggere” le schede. Uno vale l’altro, ma non si farà mai presto: la trafila della lettura va avanti a rilento. L’intoppo, poi, si presenta sovente: capita che possa essere indicato come “nullo” un caso analogo ad un altro precedentemente accettato. Qualche addetto più attento, pazientemente, lo fa notare. I minuti scorrono lentamente, l’attenzione cala, i mal di testa aumentano. Pause non ce ne sono, ma ci si rilassa al momento dell’ironia. Strano a dirsi, ma nel 2012 il grado d’istruzione di taluni continua a lasciar desiderare. “X” apposte su più candidati sindaci e nomi di consiglieri con tanto di divisione (sbagliata) in sillabe. O, addirittura, riscrittura dei medesimi sulle schede. Ma, in luogo delle preferenze, non possono mancare gli ormai mitici simboli fallici stilizzati. Oppure le invettive, divise tra “CORNUTI!!!” e “Pezzi di m…”. Tuttavia, ci sono anche appelli alla “riflessione” come questo: “prendetevi una meritata pausa perché avete fatto molto per il vostro paese“.

La goliardia è davvero sporadica. I bilanci finali, dopo le raccolte e i coordinamenti frenetici, si fanno nottetempo nelle sedi di partito. Si aspettano i confronti con le altre liste, per vedere se, ad esempio, 200 voti ottenuti sono soddisfacenti o deludenti. Poi partono le percentuali, i posti al consiglio che potrebbero essere garantiti da queste. Servono certezze: allora tutti al comune, i registri giungono lì.

I militanti non hanno più energie, dalla mattina sono incessantemente in giro. Hanno mangiato schifezze comprate per pochi centesimi negli appositi distributori; deodoranti e profumi sono ormai dissolti e sostituiti da un più sgradevole quanto umano odore. Bottigliette d’acqua, pacchetti di sigarette e di gomme da masticare sono ammassati sui banchi della sala consiliare illuminata dal maxi-schermo colmo di statistiche e percentuali. Gira la notizia che una sezione debba ricontare le schede: è panico. Abbondantemente dopo le tre di notte qualcuno incrocia ancora le dita. Ma, alla fine, si andrà ai tempi supplementari. Definitivo alle 4:30 passate: è ballottaggio tra gli esponenti di un centrodestra erede della pregressa giunta e, clamorosamente, un centrosinistra tanto mutilato (e dato per perdente alla vigilia) quanto rinnovato. Nuovi giochi, dunque, si aprono.

Nel frattempo, l’elettore attivo dorme. Nulla sa di quanto accade, ma si lamenterà.

Piccole donne (crescono)

[scritto con Giovanni Di Nunno]  

Molti lo sanno, molti ne hanno parlato, molti hanno visto, alcuni ridimensionano, altri polemizzano. C’è chi rivendica il proprio diritto ad essere libero di agire come meglio crede ancorandosi a precari appigli democratici, c’è chi denuncia spingendo la collettività a prendere le distanze da certi comportamenti. Va bene, la giusta suspance è stata creata: la vicenda che ha dato luogo a questa spaccatura sociale in un ben conosciuto centro della Puglia è avvenuta l’8 marzo, festa della donna.

È risaputo che, in questa notte, gruppi di ragazze decidono di lasciare mariti, fidanzati, padri, amici; insomma qualsiasi essere umano di sesso maschile, al fine di passare una serata spensierata con le proprie amiche. Lo scopo “sarebbe” quello di rivendicare emancipazione e indipendenza ma, come spesso accade, le feste che si fondano su nobili principi vengono spesso strumentalizzate per fini consumistici (v. S. Valentino).

Qui non si intende entrare nel merito di cosa voglia rappresentare tale festa, l’obiettivo è descrivere ciò che realmente accade in una piccola comunità come in tutto il mondo.

È tutto uno strepitare di risatine e mimose, con i locali interamente dedicati al pubblico femminile. Il maschio per un giorno è bandito. Per una notte tutto è concesso all’altra metà del cielo; sta a lei dire di no o lasciarsi andare in un vortice di divertimento e leggerezza. Molti sono i locali ad organizzare dopocena piccanti con spettacoli sexy riservati al suddetto gentil sesso. Non è una novità degli ultimi tempi, persino nel sonnolento paese dove quest’anno è accaduto qualcosa di particolare.

In un locale cittadino, un gruppo di animatori specializzati in intrattenimenti di stampo prevalentemente notturno ha organizzato un party con annesso spogliarello maschile. Fin qui tutto normale, se non si fosse scoperto, successivamente alla pubblicazione delle foto della serata sul social network Facebook, che la festa della donna era in realtà la “festa della ragazzina”: l’età media delle partecipanti, infatti, sfiorava solo i 18 anni.

Le immagini testimoniavano atteggiamenti disinibiti, giochi basati sull’utilizzo di simboli fallici quali banane, zucchine e scope. Niente di volutamente spinto e pornografico; era palese l’intento goliardico degli animatori. Non ci sarebbe stata nessuna polemica se, ad essere coinvolte, fossero state donne adulte. Il problema sorge quando, ad essere immortalate nel compiere simile tipo di performance, sono ragazzine che frequentano le scuole medie o poco più.

L’apice della serata ovviamente è stato lo striptease maschile. Fa riflettere come lo spogliarellista (peraltro non un giovincello, ma un uomo evidentemente sui 35 anni), durante la sua esibizione fosse circondato prevalentemente dalle ragazze più piccole che ballavano divertite con lui mentre rimaneva con le sole mutande (sic).

Ai fatti è seguita un’accesa discussione virtuale sulle pagine di Facebook, dove gli stessi organizzatori hanno pubblicato, senza remore e come accennato in precedenza, le foto della serata.

I rischi della condivisione di foto su internet, in effetti, sembrano essere stati totalmente ignorati. Le foto ben presto sono state viste da chiunque e sono diventare di dominio pubblico creando reazioni ambivalenti.

Da una parte c’è stata l’indignazione di quanti vedevano che in quelle foto che si erano chiaramente sorpassati i limiti e che consideravano quel modo di divertirsi disdicevole. Dall’altra parte la reazione che non ti aspetti: gli organizzatori della serata, in un primo momento sostenuti a gran voce dalle ragazzine che hanno partecipato alla festa, hanno tacciato i critici di “falso moralismo” e di “incapacità di divertirsi”. Successivamente, però (non si sa se per imposizione o per reale ravvedimento) hanno eliminato dal web tutte le immagini incriminate e qualsiasi riferimento alla serata dell’8 marzo.

Esulando – volontariamente – dal discorso sulla possibilità legale di offrire o meno un servizio del genere a delle ragazzine anche di 15 anni, il nocciolo della questione è chiaramente di carattere etico. I temi e le domande che sorgono sono diversi: ci si chiede se i genitori di queste ragazze effettivamente sapessero a cosa stessero andando incontro le proprie figlie; ci si interroga su come queste ragazze potranno comportarsi nel prosieguo della loro vita (a 15 anni pare che rivendichino l’indipendenza assistendo ad uno spogliarello); ci si domanda se tutte fossero realmente consapevoli di quanto stessero facendo e se fossero consce delle conseguenze del farsi riprendere e di apparire su Facebook nelle pose prima descritte; in pratica si rimane perplessi al pensiero che, ad appena 15 anni, molte di loro abbiano già avuto molto dalla vita ovvero che questo comportamento sia solo un modo inedito di manifestare un disagio adolescenziale. Le sigarette e l’alcool (segni di paradossale ribellione conformista) non bastano più: le piccole donne per crescere hanno bisogno di sentirsi grandi, forti, addirittura di pagare per avere ai loro piedi un uomo di 35 anni.

 Chissà se le donne che hanno lottato, sofferto e dato la vita per cercare di abbassare il livello di discriminazione sessista che le ha sempre afflitte (e che prosegue), sarebbero felici di essere ricordate così.

Dalla non è un cantante…

Oggi siamo tutti un po’ retorici, è vero. Ma sarebbe un’impresa eccezionale essere normali: in Italia Lucio Dalla ha segnato gran parte delle nostre vite più di quanto abbia fatto Whitney Houston, morta qualche giorno fa. È triste tirare su questi resoconti solo una volta che un artista se ne sia andato in lidi sicuramente migliori, ma è l’occasione giusta per notare quanto lo stesso sia stato importante nel piccolo di ciascuno.

Quella di Lucio Dalla è un po’ la colonna sonora del nostro vivere quotidiano. E l’ha dimostrato con la sua scomparsa, inaspettata ed inopinata, in una triste e soleggiata mattinata del primo giorno marzolino. A soli tre giorni da quel “4 marzo“, il suo compleanno, ricordato nel titolo di una delle sue composizioni più celebri. Avrebbe compiuto sessantanove anni, un numero su cui magari avrebbe fatto lui stesso dell’ironia. Già, perché Dalla – nelle radio o nelle interviste – dava l’idea di essere una presenza familiare, per quanto estrosa nonché divisa tra malcelati parrucchini e occhialini tondi, alternando zuccotti di lana a sofisticati panama.

Per obbligo, l’inizio del nuovo anno è sancito da “L’anno che verrà” (“Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po’ “). “Attenti al lupo“, un tormentone riprodotto in chissà quante recite di scuole elementari. La piccola generazione degli anni ’80 rimaneva anche spiazzata nell’assistere a filmati in bianco e nero in cui si discorreva di “barboni” o “ladri e puttane”. Nel ’92 subentrò l’inquietudine nel lento scorrere di una Uno FIRE dotata del “motore del 2000“, “bello e lucente”. Capitava di caricarsi con una particolare “Canzone“, qualche mattina. “Caruso“, poi, un brano scritto in una notte. Non in un posto qualunque, ma nella stanza dell’albergo napoletano in cui morì l’omonimo tenore. Un oggettivo capolavoro, capace di scaldare cuori e riavvicinare famiglie che sembravano spezzate. La voce di Dalla, insomma, c’era sempre e più di quanto potessimo pensare.

Non è mai tramontato, Dalla. Appena una decina di giorni fa era a Sanremo con l’amico Gianni Morandi: aveva diretto Pierdavide Carone, un giovane cantautore pugliese, in “Nanì“. Una forma di rispetto nei confronti di una regione che apprezzava, nonostante fosse un bolognese DOC. Alle Tremiti, che amava, dedicò persino un intero album (Luna Matana).

Un piccolo uomo (di statura) che lascia un grande vuoto nella storia della musica e nella storia di molti che hanno vissuto sulle sue note: dalla malinconia de “Le rondini” al vigore di parole senza senso che ogni lunedì sera ascoltavamo su RaiUno vedendo scorrere, contemporaneamente, loghi delle case cinematografiche. Che ascoltavamo noi, intesi come quei ragazzi che da piccoli ridevamo alla ritmica di “Disperato erotico, stomp“, visto che non ne capivamo il senso (perché una puttana sarebbe dovuta essere ottimista e di sinistra?). Da adulti ne avremmo riso ugualmente, una volta compresi i doppi sensi celati al suo interno.

Tutti conoscevano Dalla? Tutti ascoltavano Dalla? Forse no. L’infarto ha colto il cantautore nel momento di massima diffusione dei social network; giusto in tempo per scoprire due ragazze di quindici anni d’età che si chiedono, via Twitter, chi fosse mai questo Lucio Dalla. Loro conoscono Justin Bieber, un cantante anglofono appena diventato diciottenne. Gli Stadio, di fatto lanciati proprio da Dalla – erano sua band di supporto – , oltre 25 anni addietro pubblicarono “Chiedi chi erano i Beatles“. Beh, tra Lucio da Bologna e il quartetto di Liverpool la differenza non è così tanta.

“Ciao”.

Ostia!

[per Diritto di Critica]

“Ostie allucinogene: vecchie sballate vedono i santi”. “Ostie allucinogene creano caos durante la funzione”. “I fedeli drogati picchiano il prete”. Questi sono solo alcuni dei titoli che comparivano su testate cartacee ed on-line fino alla mattinata di sabato scorso. In pratica, nella chiesa di Santo Spirito in Campobasso, durante l’Eucarestia ai fedeli sarebbero state offerte particole contaminate addirittura da LSD. Cosa potenzialmente plausibile, visto che tale sostanza è ricavata da un parassita delle graminacee. Da lì molti giornali, tra cui “il Mattino“, “Libero” e “il Sole 24 ore“, non hanno tardato a descrivere scene deliranti, tra cui “crocifissi abbracciati”, “aggressioni al prelato”, “vino rubato” e altro ancora.

Una vicenda sicuramente tragicomica che, per gli effetti, avrebbe sicuramente attratto l’attenzione di qualunque lettore. Ma, se un giornalista professionista (dunque retribuito per svolgere un lavoro degno e diligente) avesse indagato meglio, piuttosto che fidarsi di quanto letto su Facebook o “retweettato” su Twitter, avrebbe scoperto che non esiste alcuna chiesa di Santo Spirito sita nel capoluogo molisano, non c’è ombra del fantomatico don Achille inseguito da anziane disinibite e, soprattutto, nessun “corpo di Cristo” contaminato da stupefacenti.

In poche parole, l’ennesima bufala (sparsa dalla rete, più precisamente – guarda caso – tramite una pagina Facebook) presa per autentica. Si è dovuta scomodare persino la Diocesi di Campobasso-Bojano per smentire l’incredibile avvenimento (“blasfemia!!”). Uno dei primi a pubblicare la notizia fasulla è il sito “Abruzzo24ore.tv“, il quale, poche ore dopo, corregge il tiro sostenendo che ha tentato “un esperimento” essendo i redattori consci della non veridicità dell’agenzia. Tuttavia, tale decantata “seria burla” (scomodando anche il Marchese del Grillo, sic) è costata una pessima figura a molti loro colleghi, per di più dopo la fine di Carnevale ed in netto anticipo rispetto al solito “pesce d’aprile”.

Il web, seppur virtuale, è un luogo nel quale è necessario muoversi con cautela. Il giornalismo “fatto in casa” sicuramente è positivo in quanto a spostamenti e tempistiche. Il problema sorge però nella verifica reale degli avvenimenti: professionisti lontani dal Molise centinaia di chilometri non hanno fatto altro che scopiazzare e diffondere ulteriormente una notizia (presa verosimilmente da fonti tutt’altro che attendibili) senza alcun controllo specifico. La conseguenza? In molti, nell’arco di qualche ora, sono dovuti ricorrere alla rettifica, dovendo ammettere una colossale quanto imbarazzante débâcle.

Non bisogna troppo meravigliarsi se la deontologia, in un periodo in cui si parla spesso di farfalle sventolanti di fronte alla Nazione e di ammiccanti bariste di provincia, finisca spesso in secondo piano.

* Aggiornamento: alcune delle suddette testate hanno poi cancellato definitivamente la notizia dai propri siti web.

125 milioni di cazzate

(o 700mila Euro o 24mila baci)

Ovvietà, qualunquismo e anche ignoranza. 53 minuti di monologo (o quasi) sui massimi sistemi ridotti all’osso: argomenti su cui chiunque, con superficialità, potrebbe discorrerne senza cachet elevati. Bombardamenti all’Ariston, guerra e pace, voglia di “cambiare il mondo”: questa la copertina che fa da preambolo ad attacchi nei confronti di giornali filocattolici, critici televisivi e Consulta. Ormai da 12 anni e mezzo Celentano propone (senza freni, né censure, ma pure senza autoironia) lo stesso cliché. Le sue pause, alternate alla grammatica claudicante ma spontanea, mettono in totale ombra una kermesse già devastata dalle defezioni (Tamara Ecclestone e Ivana Mrazova sostituite dalle signorine dell’anno scorso – la premiata ditta Canalis & Rodriguez -) e dai problemi tecnici, a dispetto dei milioni di Euro che vi gravitano attorno.

Un merito, però, “il Molleggiato” ce l’ha. Ha ottenuto l’attenzione di un’intero Stato, proponendosi da one-man show nella vetrina annuale più visionata della televisione italiana, come ogni populista che si rispetti. Un cantante che ha trasformato il suo mestiere in un hobby, usandolo come intermezzo riempitivo tra le varie invettive lanciate dal palco. Il Festival di Sanremo viene annullato in tutti i sensi: da stamattina non si parla che della lunga performance di Celentano; l’unica musica è la sua, non dei contendenti. Da perfetto rockpoliticante (“lento” o “rock”?) è riuscito a condurre in porto il paradosso nichilista della “descrizione del nulla”. Mai, infatti, è entrato nel merito delle fattispecie di cui ha discorso.

Facile dire “Corte Costituzionale buuuuuuh”, “L’Avvenire buuuuuuh” senza spiegarne il motivo (e invocando, al contrario, la libertà di stampa ed espressione). Facilissimo dire “rivoluzioniamo la storia”. Apprezzabile perché un ascoltatore medio vuole sentirselo dire: gli edifici di culto sono esenti da imposte comunali? Male, ma pochi si chiedono il perché. Un quesito referendario viene bocciato? Malissimo, ma le sentenze sono paragonate a carta straccia. Sarebbe altresì fantastica la “pace nel mondo”: ma allora le varie miss e veline non devono ricevere come compenso le stereotipate parodie (in pratica, non prendetele per il culo).

Tutte utopie di un ragazzo della via Gluck autoelettosi rappresentante della massa sociale umile, ma che – comunque – ha preteso determinate garanzie da un’azienda di Stato. Forse, 12 anni fa, David Bowie aveva visto lungo in tale direzione. Però, ai tempi di “Francamente me ne infischio”, la voce (polemica) del fu Serafino era certamente più innovativa di quella odierna e conquistava maggiormente masse meno annoiate.

Il coccodrillo come fa?

[per Diritto di Critica]

Un coccodrillo: immagine tratta da Wikipedia...

Il Presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro – come i più sapranno – è morto ormai da qualche giorno. In ambito giornalistico, ogni redazione dev’essere pronta con il cosiddetto “coccodrillo”: un articolo capace di sintetizzare “vita, opere e miracoli” dei singoli personaggi, da pubblicare nel più breve tempo possibile. Nell’era del web è molto più semplice reperire le informazioni in rete; logica innovazione dopo anni di affannose ricerche negli archivi video e cartacei delle varie testate.

Il sito più popolare dove si possono recuperare dati di questo tipo è – lapalissiano scriverlo – Wikipedia. E ovviamente Scalfaro non era escluso dalla lista. Negli stessi istanti in cui rapidamente su it.wiki veniva aggiornata la data della sua dipartita, sul formato on-line de “La Repubblica” compariva questo trafiletto:

Nel 1993 scoppiò lo scandalo Sisde, relativo alla controversa gestione di fondi riservati. Un’inchiesta della magistratura fece emergere fondi “neri” per circa 14 miliardi depositati a favore di 5 funzionari.In seguito a San Marino venivano individuati altri 35 miliardi di sospetta provenienza. Uno degli indagati, Riccardo Malpica, ex direttore del Sisde, affermò che Mancino e Scalfaro gli avrebbero imposto di mentire e che il Sisde avrebbe versato ai ministri dell’interno 100 milioni di lire ogni mese. […]

La sera del 3 novembre 1993 Scalfaro si presentò in televisione, a reti unificate e interrompendo una partita di Coppa Uefa, per un messaggio straordinario alla nazione. Fu il discorso del “Non ci sto!”. Il presidente della Repubblica parlò di “gioco al massacro” e diede una chiave di lettura dello scandalo come di una rappresaglia della classe politica travolta da Tangentopoli nei suoi confronti. Nei giorni successivi i funzionari furono indagati per il reato di attentato agli organi costituzionali, accusa dalla quale sarebbero stati prosciolti nel 1996 per decorrenza dei termini, ma senza formula piena.

Ciò che viene di seguito riportato, invece, è quanto è tratto proprio dalla voce di Wikipedia:

Nel 1993 scoppiò lo “scandalo SISDE”, relativo alla gestione di fondi riservati. […] un’inchiesta della magistratura fece emergere fondi “neri” per circa 14 miliardi depositati a favore di altri 5 funzionari; […] mentre a San Marino venivano individuati altri 35 miliardi di uguale sospetta provenienza. […] uno degli indagati, Riccardo Malpica, ex direttore del servizio ed agli arresti da due giorni, affermò che Mancino e Scalfaro gli avrebbero imposto di mentire; aggiunse inoltre che il SISDE avrebbe versato ai ministri dell’interno 100 milioni di lire ogni mese.

La sera del 3 novembre 1993 Scalfaro si presentò in televisione, a reti unificate e interrompendo la […] partita di Coppa Uefa […], con un messaggio straordinario alla nazione nel quale pronunciò l’espressione “Non ci sto”, parlò di “gioco al massacro” e diede una chiave di lettura dello scandalo come di una rappresaglia della classe politica travolta da Tangentopoli nei suoi confronti. Nei giorni successivi i funzionari furono indagati per il reato di “attentato agli organi costituzionali”,accusa dalla quale furono prosciolti nel 1996 per decorrenza dei termini (ma senza formula piena).

A sfregio della “riproduzione riservata” con simbolo del copyright che compare in fondo al pezzo proposto da “La Repubblica”, si scopre che – con ovvi tagli e qualche minima sistemazione – i due testi sono pressoché identici. In soldoni, e per l’ennesima volta, si scopre quanto sia “facile” e soprattutto comodo riprendere contenuti da internet per abbreviare un determinato lavoro. Se i responsabili non si accorgono del plagio, per imperizia o distrazione, lettori più attenti notano facilmente come un volontariato venga letteralmente sfruttato da giornalisti professionisti e blogger, con conseguente violazione delle licenze (basterebbe aggiungere un banalissimo “da Wikipedia” al termine di un paragrafo). E infatti, pochi minuti dopo la pubblicazione dell’articolo de “la Repubblica”, su Facebook i primi osservatori – armati di un efficace screenshot – riproducevano e condividevano il frammento incriminato. Si tratta, tra l’altro, delle stesse persone che in alcuni casi si sono lamentate dell’affidabilità di Wikipedia medesima, com’è avvenuto di frequente in passato.

In realtà, molte volte (solo per elencare qualche esempio – [1] – [2] – [3] – [4] – [5]) i fruitori dell’enciclopedia multimediale hanno avuto modo di protestare per le “scopiazzature” da parte dei giornali e stenderne una lista certamente parziale. Nonostante gli sforzi e le mail inviate ai piani alti, le risposte sono state poche, evasive o addirittura nulle. E l’approfittarsi continua imperterrito.

Sciòa

[per Diritto di Critica]

“Perché l’Olocausto?” In questa breve domanda è sintetizzato un quesito storico e sociologico che difficilmente trova risposte precise. Eppure c’è chi, a distanza di 67 anni dall’abbattimento dei cancelli di Auschwitz – uno dei principali campi di concentramento -, non ha idea di cosa identifichi questa parola. Oppure, se ne conosce il significato, nega l’esistenza della pratica stessa. Ha fatto scalpore la statistica secondo cui un tedesco su cinque di età compresa tra 18 e 29 anni non associa la località polacca allo sterminio di massa. A dimostrazione che la storia non sempre insegna.

Ogni egemonia che si rispetti (si fa per dire) ha sempre cercato capri espiatori: Nerone aveva colpevolizzato i cristiani dell’incendio di Roma; le Crociate sono diventate pretesto d’odio contro i musulmani. Non si possono dimenticare i massacri armeni o le foibe, il cui dramma verrà ricordato fra qualche giorno (10 febbraio). I classici “corsi e ricorsi storici“, perennemente evidenziati dai mezzi di informazione, non sempre vengono ricordati dai più giovani. Un invito – retorico ma non troppo -, a non compiere gli stessi errori del passato che viene però incredibilmente rifiutato.

In Germania, invece, un campione di persone ha lacune importanti sul proprio passato poco glorioso; praticamente un “non ricordare per dimenticare” qualcosa di cui non andare affatto orgogliosi. Proprio oggi, inoltre, ha stimolato il dibattito anche il quotidiano “il Giornale”, titolando a tutta pagina “A noi Schettino, a voi Auschwitz“. Il naufragio della Costa Concordia non può essere paragonato ad un eccidio. Ma, quasi a voler confermare la teoria proveniente dal dossier, da via Negri v’è stata la risposta piccata ai colleghi di “der Spiegel”, rei del sarcasmo verso lo stereotipo del mediocre italiano contraddistinto – a detta della testata tedesca – dal comandante della nave balzato agli onori delle recenti cronache.

Una polemica, probabilmente fuori luogo, piovuta nel Giorno della Memoria: un evento che deve appartenere all’intera umanità, Italia compresa. Tornando al punto di partenza, al di là delle più sterili polemiche, sarebbe stato più opportuno un sondaggio su quanti davvero conoscano, nel nostro territorio, la “soluzione finale” voluta dal regime hitleriano. Chiedere il “perché”, forse, è addirittura eccessivo.