Dalla non è un cantante…
Oggi siamo tutti un po’ retorici, è vero. Ma sarebbe un’impresa eccezionale essere normali: in Italia Lucio Dalla ha segnato gran parte delle nostre vite più di quanto abbia fatto Whitney Houston, morta qualche giorno fa. È triste tirare su questi resoconti solo una volta che un artista se ne sia andato in lidi sicuramente migliori, ma è l’occasione giusta per notare quanto lo stesso sia stato importante nel piccolo di ciascuno.
Quella di Lucio Dalla è un po’ la colonna sonora del nostro vivere quotidiano. E l’ha dimostrato con la sua scomparsa, inaspettata ed inopinata, in una triste e soleggiata mattinata del primo giorno marzolino. A soli tre giorni da quel “4 marzo“, il suo compleanno, ricordato nel titolo di una delle sue composizioni più celebri. Avrebbe compiuto sessantanove anni, un numero su cui magari avrebbe fatto lui stesso dell’ironia. Già, perché Dalla – nelle radio o nelle interviste – dava l’idea di essere una presenza familiare, per quanto estrosa nonché divisa tra malcelati parrucchini e occhialini tondi, alternando zuccotti di lana a sofisticati panama.
Per obbligo, l’inizio del nuovo anno è sancito da “L’anno che verrà” (“Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po’ “). “Attenti al lupo“, un tormentone riprodotto in chissà quante recite di scuole elementari. La piccola generazione degli anni ’80 rimaneva anche spiazzata nell’assistere a filmati in bianco e nero in cui si discorreva di “barboni” o “ladri e puttane”. Nel ’92 subentrò l’inquietudine nel lento scorrere di una Uno FIRE dotata del “motore del 2000“, “bello e lucente”. Capitava di caricarsi con una particolare “Canzone“, qualche mattina. “Caruso“, poi, un brano scritto in una notte. Non in un posto qualunque, ma nella stanza dell’albergo napoletano in cui morì l’omonimo tenore. Un oggettivo capolavoro, capace di scaldare cuori e riavvicinare famiglie che sembravano spezzate. La voce di Dalla, insomma, c’era sempre e più di quanto potessimo pensare.
Non è mai tramontato, Dalla. Appena una decina di giorni fa era a Sanremo con l’amico Gianni Morandi: aveva diretto Pierdavide Carone, un giovane cantautore pugliese, in “Nanì“. Una forma di rispetto nei confronti di una regione che apprezzava, nonostante fosse un bolognese DOC. Alle Tremiti, che amava, dedicò persino un intero album (Luna Matana).
Un piccolo uomo (di statura) che lascia un grande vuoto nella storia della musica e nella storia di molti che hanno vissuto sulle sue note: dalla malinconia de “Le rondini” al vigore di parole senza senso che ogni lunedì sera ascoltavamo su RaiUno vedendo scorrere, contemporaneamente, loghi delle case cinematografiche. Che ascoltavamo noi, intesi come quei ragazzi che da piccoli ridevamo alla ritmica di “Disperato erotico, stomp“, visto che non ne capivamo il senso (perché una puttana sarebbe dovuta essere ottimista e di sinistra?). Da adulti ne avremmo riso ugualmente, una volta compresi i doppi sensi celati al suo interno.
Tutti conoscevano Dalla? Tutti ascoltavano Dalla? Forse no. L’infarto ha colto il cantautore nel momento di massima diffusione dei social network; giusto in tempo per scoprire due ragazze di quindici anni d’età che si chiedono, via Twitter, chi fosse mai questo Lucio Dalla. Loro conoscono Justin Bieber, un cantante anglofono appena diventato diciottenne. Gli Stadio, di fatto lanciati proprio da Dalla – erano sua band di supporto – , oltre 25 anni addietro pubblicarono “Chiedi chi erano i Beatles“. Beh, tra Lucio da Bologna e il quartetto di Liverpool la differenza non è così tanta.
“Ciao”.
Ostia!
[per Diritto di Critica]
“Ostie allucinogene: vecchie sballate vedono i santi”. “Ostie allucinogene creano caos durante la funzione”. “I fedeli drogati picchiano il prete”. Questi sono solo alcuni dei titoli che comparivano su testate cartacee ed on-line fino alla mattinata di sabato scorso. In pratica, nella chiesa di Santo Spirito in Campobasso, durante l’Eucarestia ai fedeli sarebbero state offerte particole contaminate addirittura da LSD. Cosa potenzialmente plausibile, visto che tale sostanza è ricavata da un parassita delle graminacee. Da lì molti giornali, tra cui “il Mattino“, “Libero” e “il Sole 24 ore“, non hanno tardato a descrivere scene deliranti, tra cui “crocifissi abbracciati”, “aggressioni al prelato”, “vino rubato” e altro ancora.
Una vicenda sicuramente tragicomica che, per gli effetti, avrebbe sicuramente attratto l’attenzione di qualunque lettore. Ma, se un giornalista professionista (dunque retribuito per svolgere un lavoro degno e diligente) avesse indagato meglio, piuttosto che fidarsi di quanto letto su Facebook o “retweettato” su Twitter, avrebbe scoperto che non esiste alcuna chiesa di Santo Spirito sita nel capoluogo molisano, non c’è ombra del fantomatico don Achille inseguito da anziane disinibite e, soprattutto, nessun “corpo di Cristo” contaminato da stupefacenti.
In poche parole, l’ennesima bufala (sparsa dalla rete, più precisamente – guarda caso – tramite una pagina Facebook) presa per autentica. Si è dovuta scomodare persino la Diocesi di Campobasso-Bojano per smentire l’incredibile avvenimento (“blasfemia!!”). Uno dei primi a pubblicare la notizia fasulla è il sito “Abruzzo24ore.tv“, il quale, poche ore dopo, corregge il tiro sostenendo che ha tentato “un esperimento” essendo i redattori consci della non veridicità dell’agenzia. Tuttavia, tale decantata “seria burla” (scomodando anche il Marchese del Grillo, sic) è costata una pessima figura a molti loro colleghi, per di più dopo la fine di Carnevale ed in netto anticipo rispetto al solito “pesce d’aprile”.
Il web, seppur virtuale, è un luogo nel quale è necessario muoversi con cautela. Il giornalismo “fatto in casa” sicuramente è positivo in quanto a spostamenti e tempistiche. Il problema sorge però nella verifica reale degli avvenimenti: professionisti lontani dal Molise centinaia di chilometri non hanno fatto altro che scopiazzare e diffondere ulteriormente una notizia (presa verosimilmente da fonti tutt’altro che attendibili) senza alcun controllo specifico. La conseguenza? In molti, nell’arco di qualche ora, sono dovuti ricorrere alla rettifica, dovendo ammettere una colossale quanto imbarazzante débâcle.
Non bisogna troppo meravigliarsi se la deontologia, in un periodo in cui si parla spesso di farfalle sventolanti di fronte alla Nazione e di ammiccanti bariste di provincia, finisca spesso in secondo piano.
* Aggiornamento: alcune delle suddette testate hanno poi cancellato definitivamente la notizia dai propri siti web.
[senza titolo 53]
… e così Celentano venne oscurato a sua volta dal più classico odore di figa.
125 milioni di cazzate
(o 700mila Euro o 24mila baci)
Ovvietà, qualunquismo e anche ignoranza. 53 minuti di monologo (o quasi) sui massimi sistemi ridotti all’osso: argomenti su cui chiunque, con superficialità, potrebbe discorrerne senza cachet elevati. Bombardamenti all’Ariston, guerra e pace, voglia di “cambiare il mondo”: questa la copertina che fa da preambolo ad attacchi nei confronti di giornali filocattolici, critici televisivi e Consulta. Ormai da 12 anni e mezzo Celentano propone (senza freni, né censure, ma pure senza autoironia) lo stesso cliché. Le sue pause, alternate alla grammatica claudicante ma spontanea, mettono in totale ombra una kermesse già devastata dalle defezioni (Tamara Ecclestone e Ivana Mrazova sostituite dalle signorine dell’anno scorso – la premiata ditta Canalis & Rodriguez -) e dai problemi tecnici, a dispetto dei milioni di Euro che vi gravitano attorno.
Un merito, però, “il Molleggiato” ce l’ha. Ha ottenuto l’attenzione di un’intero Stato, proponendosi da one-man show nella vetrina annuale più visionata della televisione italiana, come ogni populista che si rispetti. Un cantante che ha trasformato il suo mestiere in un hobby, usandolo come intermezzo riempitivo tra le varie invettive lanciate dal palco. Il Festival di Sanremo viene annullato in tutti i sensi: da stamattina non si parla che della lunga performance di Celentano; l’unica musica è la sua, non dei contendenti. Da perfetto rockpoliticante (“lento” o “rock”?) è riuscito a condurre in porto il paradosso nichilista della “descrizione del nulla”. Mai, infatti, è entrato nel merito delle fattispecie di cui ha discorso.
Facile dire “Corte Costituzionale buuuuuuh”, “L’Avvenire buuuuuuh” senza spiegarne il motivo (e invocando, al contrario, la libertà di stampa ed espressione). Facilissimo dire “rivoluzioniamo la storia”. Apprezzabile perché un ascoltatore medio vuole sentirselo dire: gli edifici di culto sono esenti da imposte comunali? Male, ma pochi si chiedono il perché. Un quesito referendario viene bocciato? Malissimo, ma le sentenze sono paragonate a carta straccia. Sarebbe altresì fantastica la “pace nel mondo”: ma allora le varie miss e veline non devono ricevere come compenso le stereotipate parodie (in pratica, non prendetele per il culo).
Tutte utopie di un ragazzo della via Gluck autoelettosi rappresentante della massa sociale umile, ma che – comunque – ha preteso determinate garanzie da un’azienda di Stato. Forse, 12 anni fa, David Bowie aveva visto lungo in tale direzione. Però, ai tempi di “Francamente me ne infischio”, la voce (polemica) del fu Serafino era certamente più innovativa di quella odierna e conquistava maggiormente masse meno annoiate.
Il coccodrillo come fa?
[per Diritto di Critica]

Un coccodrillo: immagine tratta da Wikipedia...
Il Presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro – come i più sapranno – è morto ormai da qualche giorno. In ambito giornalistico, ogni redazione dev’essere pronta con il cosiddetto “coccodrillo”: un articolo capace di sintetizzare “vita, opere e miracoli” dei singoli personaggi, da pubblicare nel più breve tempo possibile. Nell’era del web è molto più semplice reperire le informazioni in rete; logica innovazione dopo anni di affannose ricerche negli archivi video e cartacei delle varie testate.
Il sito più popolare dove si possono recuperare dati di questo tipo è - lapalissiano scriverlo - Wikipedia. E ovviamente Scalfaro non era escluso dalla lista. Negli stessi istanti in cui rapidamente su it.wiki veniva aggiornata la data della sua dipartita, sul formato on-line de “La Repubblica” compariva questo trafiletto:
Nel 1993 scoppiò lo scandalo Sisde, relativo alla controversa gestione di fondi riservati. Un’inchiesta della magistratura fece emergere fondi “neri” per circa 14 miliardi depositati a favore di 5 funzionari.In seguito a San Marino venivano individuati altri 35 miliardi di sospetta provenienza. Uno degli indagati, Riccardo Malpica, ex direttore del Sisde, affermò che Mancino e Scalfaro gli avrebbero imposto di mentire e che il Sisde avrebbe versato ai ministri dell’interno 100 milioni di lire ogni mese. [...]
La sera del 3 novembre 1993 Scalfaro si presentò in televisione, a reti unificate e interrompendo una partita di Coppa Uefa, per un messaggio straordinario alla nazione. Fu il discorso del “Non ci sto!”. Il presidente della Repubblica parlò di “gioco al massacro” e diede una chiave di lettura dello scandalo come di una rappresaglia della classe politica travolta da Tangentopoli nei suoi confronti. Nei giorni successivi i funzionari furono indagati per il reato di attentato agli organi costituzionali, accusa dalla quale sarebbero stati prosciolti nel 1996 per decorrenza dei termini, ma senza formula piena.
Ciò che viene di seguito riportato, invece, è quanto è tratto proprio dalla voce di Wikipedia:
Nel 1993 scoppiò lo “scandalo SISDE”, relativo alla gestione di fondi riservati. [...] un’inchiesta della magistratura fece emergere fondi “neri” per circa 14 miliardi depositati a favore di altri 5 funzionari; [...] mentre a San Marino venivano individuati altri 35 miliardi di uguale sospetta provenienza. [...] uno degli indagati, Riccardo Malpica, ex direttore del servizio ed agli arresti da due giorni, affermò che Mancino e Scalfaro gli avrebbero imposto di mentire; aggiunse inoltre che il SISDE avrebbe versato ai ministri dell’interno 100 milioni di lire ogni mese.
La sera del 3 novembre 1993 Scalfaro si presentò in televisione, a reti unificate e interrompendo la [...] partita di Coppa Uefa [...], con un messaggio straordinario alla nazione nel quale pronunciò l’espressione “Non ci sto”, parlò di “gioco al massacro” e diede una chiave di lettura dello scandalo come di una rappresaglia della classe politica travolta da Tangentopoli nei suoi confronti. Nei giorni successivi i funzionari furono indagati per il reato di “attentato agli organi costituzionali”,accusa dalla quale furono prosciolti nel 1996 per decorrenza dei termini (ma senza formula piena).
A sfregio della “riproduzione riservata” con simbolo del copyright che compare in fondo al pezzo proposto da “La Repubblica”, si scopre che - con ovvi tagli e qualche minima sistemazione - i due testi sono pressoché identici. In soldoni, e per l’ennesima volta, si scopre quanto sia “facile” e soprattutto comodo riprendere contenuti da internet per abbreviare un determinato lavoro. Se i responsabili non si accorgono del plagio, per imperizia o distrazione, lettori più attenti notano facilmente come un volontariato venga letteralmente sfruttato da giornalisti professionisti e blogger, con conseguente violazione delle licenze (basterebbe aggiungere un banalissimo “da Wikipedia” al termine di un paragrafo). E infatti, pochi minuti dopo la pubblicazione dell’articolo de “la Repubblica”, su Facebook i primi osservatori – armati di un efficace screenshot – riproducevano e condividevano il frammento incriminato. Si tratta, tra l’altro, delle stesse persone che in alcuni casi si sono lamentate dell’affidabilità di Wikipedia medesima, com’è avvenuto di frequente in passato.
In realtà, molte volte (solo per elencare qualche esempio – [1] – [2] – [3] – [4] – [5]) i fruitori dell’enciclopedia multimediale hanno avuto modo di protestare per le “scopiazzature” da parte dei giornali e stenderne una lista certamente parziale. Nonostante gli sforzi e le mail inviate ai piani alti, le risposte sono state poche, evasive o addirittura nulle. E l’approfittarsi continua imperterrito.
Sciòa
[per Diritto di Critica]
“Perché l’Olocausto?” In questa breve domanda è sintetizzato un quesito storico e sociologico che difficilmente trova risposte precise. Eppure c’è chi, a distanza di 67 anni dall’abbattimento dei cancelli di Auschwitz – uno dei principali campi di concentramento -, non ha idea di cosa identifichi questa parola. Oppure, se ne conosce il significato, nega l’esistenza della pratica stessa. Ha fatto scalpore la statistica secondo cui un tedesco su cinque di età compresa tra 18 e 29 anni non associa la località polacca allo sterminio di massa. A dimostrazione che la storia non sempre insegna.
Ogni egemonia che si rispetti (si fa per dire) ha sempre cercato capri espiatori: Nerone aveva colpevolizzato i cristiani dell’incendio di Roma; le Crociate sono diventate pretesto d’odio contro i musulmani. Non si possono dimenticare i massacri armeni o le foibe, il cui dramma verrà ricordato fra qualche giorno (10 febbraio). I classici “corsi e ricorsi storici“, perennemente evidenziati dai mezzi di informazione, non sempre vengono ricordati dai più giovani. Un invito – retorico ma non troppo -, a non compiere gli stessi errori del passato che viene però incredibilmente rifiutato.
In Germania, invece, un campione di persone ha lacune importanti sul proprio passato poco glorioso; praticamente un “non ricordare per dimenticare” qualcosa di cui non andare affatto orgogliosi. Proprio oggi, inoltre, ha stimolato il dibattito anche il quotidiano “il Giornale”, titolando a tutta pagina “A noi Schettino, a voi Auschwitz“. Il naufragio della Costa Concordia non può essere paragonato ad un eccidio. Ma, quasi a voler confermare la teoria proveniente dal dossier, da via Negri v’è stata la risposta piccata ai colleghi di “der Spiegel”, rei del sarcasmo verso lo stereotipo del mediocre italiano contraddistinto – a detta della testata tedesca – dal comandante della nave balzato agli onori delle recenti cronache.
Una polemica, probabilmente fuori luogo, piovuta nel Giorno della Memoria: un evento che deve appartenere all’intera umanità, Italia compresa. Tornando al punto di partenza, al di là delle più sterili polemiche, sarebbe stato più opportuno un sondaggio su quanti davvero conoscano, nel nostro territorio, la “soluzione finale” voluta dal regime hitleriano. Chiedere il “perché”, forse, è addirittura eccessivo.
Costa discordia
Crociera. Costa Concordia. Isola del Giglio. Tranquillità. Mare. Panorama. Spavento. Rumore. Scossone. Impatto. Roccia. Scoglio. Squarcio. Chiglia. Inclinazione. Black-out. Notte. Panico. Fuggi-fuggi. Giubbotto salvagente. Punti di raccolta. Evacuazione. Scialuppe. Lance. Pianti. Urla. Donne. Bambini. Naufragio. Sbarco. “Abbiamo perso tutto”. Ricerche. Dispersi. Morti. Tragedia. Elicotteri. Motovedette. Luci.
Il Comandante? In acqua! Catapultato! “Come ‘na catapulta“. Impossibile. “Quella roccia non doveva essere lì”. Eppur si muove. Certo. OK. Casino. Figura di merda. Levare l’ancora. La Capitaneria! Il Capitano è l’ultimo ad abbandonare la nave. Lo sa? Spirito da marinaio. Deontologia. Codice della Navigazione. Altri responsabili? Il secondo è qui. Dimitri. In mare. Anzi, no. Siamo salvi. Radio. Ma no, ma si. Guai. Si rifiuta? È buio. Casa. Rifiuta di tornare a bordo? Salire? Gente? Beccagina? Sotto la prua? “Vada a bordo, cazzo!” “Per cortesia”. Lo farò. Lo sto facendo. Soccorsi. Coordinando. E come? Aiuto. Paura. Arresto. Manette. Morti. Coscienza.
Ragazza. Moldavia. Opinione generale. Puttana. Clandestina. Ballerina. Sotto coperta. Sotto copertura. Entrambe. Non è vero. Senza biglietto. Che ci faceva lì? Mistero. Morbosità. Bruno Vespa. Plastico. Anzi, modellino. Prima serata. Ironia. Internet. Facebook. Twitter. Diretta. Sorella. Amico di. VIP in TV. Ero preoccupata. La messa in piega. I bagagli. Testimone oculare. Scene da film. Incubo. Gambe spezzate. Censura. Puritanesimo. Condanna. Vergogna. Speculazione. Luoghi comuni. Capro espiatorio. Comandante nave? Vigliacco. Puttaniere. Ubriacone. Singhiozzo. Comunicazione. Telefono. Cade la linea. Maitre. Inchino. Una prassi.
Abitanti. Coperte. Thè caldo. Ambulanze. Inferno gelido. Quattromila sopravvissuti. Caccia al responsabile. Amministratori. Commozione. Danni per milioni. Solidarietà. Agire. Subito. Rischio di inquinamento. Intervento. Tempestivo. Riva. Pendenza scoscesa. Un centimetro e mezzo al giorno. Abisso. Affondamento. Titanic. Coincidenze. Cento anni dopo. Molte meno vittime. Ultim’ora. Fuoriuscita. Petrolio. Ancora morte. Ipotermia. Affogamento. Nessuna possibilità di fuga. Nuove ricerche. Sommozzatori. Artificieri. Esplosioni. Aprire strade. Cercare dispersi.
Relitto. Ristoranti. Mobili ammassati. Computer. Fuori uso. Scatola nera. Hard-disk. Dinamiche. Radar. Inutilizzabile. Inchieste. Patate bollenti. Bruno Vespa (x 2). Giornalismo. Inchiesta. Perché? Accade. Abiti da sera. Costumi. Tranquillità. La vita scorre davanti in pochi secondi. Isolamento. Caos. Prima gli altri. Eroi. Abbracci. Coperte. Storie drammatiche. Auditel. Share. Fazzoletti. Barbara d’Urso. Felicità. Momenti. Futuro.
Queste ed altre parole e frasi chiave, almeno per il momento, sintetizzano – se lette tutte d’un fiato – ciò che le cronache hanno propinato sulla sciagura della nave da crociera “Costa Concordia” al largo dell’Isola del Giglio, lungo la costa toscana. Un’altra brutta storia italiana che si aggiunge ad altre migliaia. Molti, presi dalla vicenda, diventano investigatori oppure esperti di fisica e di marina. Chiunque, con il sedere al caldo, avrebbe per assurdo saputo come comportarsi nel frangente, come se vi fossero centinaia di lupi di mare incollati al televisore, capaci di non farsi prendere dal panico.
E non solo. Senza il briciolo di una mera sicurezza, nonostante sia passata più di una settimana dall’accaduto, in TV e sui giornali sono comparse le più disparate tra ricostruzioni e accuse. Le singole storie (tutto fa ascolto) sono composte da salvataggi romanzati e poetici, contrapposte all’analisi di condanna, ovviamente senza appello, nei confronti di un comandante che si è rivelato succube della propria umanità (probabilmente una delle poche certezze del disastro). C’è chi lo ha paragonato al politico medio, degno rappresentante dell’Italia media: sbruffone, invasato, amante dei piaceri ma vile di fronte al pericolo. La verità storica, però, non è emersa. Si tratta di emergenze diverse, circostanze diverse, vite diverse: ogni figura retorica decade. Proprio come una nave passeggeri che imbarca acqua.
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