A far l’amore comincia tu

Canale 5, in modo molto paraculo (basti pensare che la distribuzione e produzione è a carico di Medusa e Mediaset – ergo Berlusconi, ma questo ora è secondario e parte del sistema), pensa bene di mandare in onda, il giorno dopo la “prima” della tredicesima edizione del Grande Fratello, “La Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino. Perché è il prodotto italiano che ha ridato – forse – lustro al cinema nostrano, vincendo domenica scorsa l’Oscar come miglior film in lingua straniera oltre ad un botto di altri premi che non si elencano in questa sede, visto che Wikipedia e giornali ce ne parlano abbondantemente.

Premessa doverosa: lo sciagurato blogger che vi scrive e che ormai questo spazio lo recupera una tantum quando “gli ingozza”, come si dice in parte del meridione, non è un critico cinematografico. È solo uno dei tanti che si è uniformato alla massa cavalcando l’onda della pubblicità, chiedendosi perché un film del Bel Paese abbia finalmente vinto la statuetta dorata. Consideriamo i pregressi: l’italiano è un po’ ruffiano, è una caratteristica che ha nel DNA. Benigni, come ultimo esempio utile, ha trattato con leggerezza e con una trama lineare, riportandola sui toni della commedia con finale strappalacrime, la tragedia della deportazione. La cosa gli è valsa tre awards nel ’99.

Sorrentino, invece, ha conquistato più il pubblico straniero che italiano (Nemo propheta in patria) tramite un’altra ruffianata (nell’accezione positiva del termine). Riportare richiami felliniani alla mente, uniti ad un collage di frammenti vorticosi e, solo ad una prima visione superficiale, apparentemente distaccati l’uno dall’altro, è stata una mossa vincente secondo il giudizio di taluna critica specializzata. Non che il regista napoletano sia un dilettante, visti i trascorsi (viene da “Il Divo”, nel quale Andreotti è praticamente crocifisso da vivo – seppur ultraottuagenario – e da “This Must Be the Place”, con Sean Penn e David Byrne, micapizzaefichieddaisu).

La grande cagata

Ritornando al tema principale della composizione, in queste ore tutti o quasi sono critici del prodotto. E allora, con ormai Twitter e Facebook appannaggio della moltitudine generale, agorà virtuali che vanno dalle Alpi alle Piramidi e dal Mazzanarre al Reno, chiunque deve dire la propria, quasi per obbligo della società civile. Cosa lascia ‘sto film, con Servillo che già interpreta uno scrittore in crisi vivente di rendita, dal nome improbabile di Jep Gambardella, in delirio di onnipotenza (su per giù ha l’ambizione di voler avere il potere di far fallire le feste, ma per la sinossi meglio rimandare direttamente a Wikipedia)? Qualcuno dice “nulla”. Sarà vero?

I messaggi in realtà sono banali, ma molteplici. Talmente banali che qualcuno o li percepisce male o rifiuta di percepirli, limitandosi ad esternare spessissimo il disagio con “questo film è ‘na cagata”, senza giustificare con critica del perché lo sia, preferendo “cambiare canale”. Già meglio del “continuare a vederlo perché-si”, pur consci della potenziale suddetta “cagata”, senza paradossalmente badare persino alla popolare colonna sonora da discoteca estiva oppure a culi, tette e camel toe tanto apprezzati dal pubblico che rifiuta i film d’essai, o comunque di un certo spessore aulico, preferendoli ai vari “Giovannona Coscialunga, l’Esorciccio e La polizia s’ incazza” (dove la Corazzata Potemkin era per assioma la “cagata pazzesca”, ma il contesto era diverso; Fantozzi dissacrava, ma quella più bonaria e caciarona presa in giro non puntava ad Hollywood e all’introspezione).

Nonostante i criteri di selezione, dev’essere comunque una merda “d’artista” seria per i premi già citati poco più sopra, ma non abbastanza per il classico italiano controcorrente e – appunto – ruffiano. Quest’ultimo tende, purtroppo, a non riconoscere i meriti di un suo prodotto (e, come detto, non è una questione politica: Berlusconi ha edito “Gomorra” via Mondadori e poi voleva prendere a calci nel sedere chi parlasse di mafia, fate vobis).

“La Grande Bellezza” è un titolo logicamente tanto ironico quanto soggettivo. Inizialmente poteva identificare la vita svolta dal protagonista tra feste, banchetti e incontri con l’alta società della Roma bene, così spettacolare e così falsamente bigotta e puritana, pronta a celare lussurie e baccanali. Altro non è che uno spaccato della società tanto solida quanto decadente, così vulnerabile e così attuale. Perché il film per alcuni, (in)consapevolmente più nichilisti o superficiali (senza offesa e in linea con la trama), è “una cagata”? Perché – con ogni probabilità – viene rifiutata una descrizione coerente già dal principio.

Sorrentino voleva appositamente creare scandalo, dare una sferzata. Con l’ausilio di ogni mezzo di marketing, pubblicitario e cinematografico (soprattutto il negativo fa rumore). Non è la prima volta che riesce nell’impresa, ma questa volta – e forse non con il suo prodotto migliore – ha fatto il botto. Non è quell’ “è una cagata” ad essere la critica, ma è il film paradossalmente la critica stessa al sistema. Anche a coloro i quali sostengono che “La Grande Bellezza” abbia nel titolo il suo destino. Sorrentino, Servillo, Ferilli, Verdone & C. si sono guardati e ci hanno guardato. Infine si sono presi e c’hanno preso per il posteriore bellamente. Se si fossero affacciati alla quarta parete, avrebbero detto: “ehi, belli, stiamo parlando di voi”.

Tramite la descrizione sommaria dell’ipocrisia galoppante di una Roma dei classici “nani e ballerine” (il protagonista “vede la luce” solo al compimento dei 65 anni, quando ormai egli stesso non capisce se, assorbito da quel sistema, sia consapevole della finzione della società ovattata e di plastica), la si mette letteralmente in culo (oh, si, passi il francesismo) allo spettatore, nessuno escluso, stavolta senza ipocrisie.

Che, in quel caso, si trova davanti al bivio: o inveisce paragonando l’opera all’escremento, oppure coglie una minima coscienza interiore almeno per i 140 minuti di proiezione. Si evidenziano delle verità generalizzate, fatte di molti vizi, agi, perdite di tempo, pigrizie, pessimo gusto, cafonaggine. Cose che accomunano l’abbiente della medio-alta borghesia (i titoli nobiliari fanno parte del cognome, ormai), che può permettersi quei “lussi”, noie e/o paranoie, al meno abbiente che pagherebbe per sguazzare in quell’ambiente nel quale caviale e champagne, fasti e mondanità sono i luoghi comuni (senza badare troppo ai retroscena, ovviamente).

Film (non) per tutti

Sorrentino ricalca altre presunte banalità che vanno dall’indifferenza di certa classe ecclesiastica al sesso vacuo e sfrenato o alla perdita dello status della fanciullezza (considerazione tra le più amare: i genitori vedono la propria bambina come miniera d’oro dalle capacità artistiche che si concretizzano con l’esplosione della sua rabbia, segno di un’età negata: mai sentiti padri o madri che si vantano delle attività compiute dai “figli prodigio”?).

Banalità che non sono poi così banali (passi anche il gioco di parole) se un buon campione di italiani si sofferma sulla pesantezza o la scarsa scorrevolezza del film evitando questo tipo di sfaccettature a pié pari. Dire “ci meritiamo il Grande Fratello” è altrettanto banale e qualunquista, considerando anche che Mediaset ha propinato sfacciatamente il promo della trasmissione durante le pause pubblicitarie. “W Checco Zalone”? La casa madre è comune per entrambi i film: uno leggero, spensierato e lineare; l’altro ti deve far spremere le meningi. Comunque la si veda, ognuno è libero di vedere ciò che gli piace di più senza necessariamente spaccare gli zebedei al prossimo.

Per concludere, è un canovaccio “trito e ritrito”. Una maniera moderna e ricercatamente più arzigogolata di un Satyricon o di una Divina Commedia (altri tempi, altre opere e altri Olimpi, ma è tanto per rendere l’idea di modelli di satira feroce). Se è per questo, in una realtà contemporanea e romana più esasperata di quella già estremamente eccessiva di Sorrentino, Ammaniti aveva ambientato “Che la festa cominci” nel 2009 (ma il suo romanzo ottenne meno riconoscimenti). Pirandello mise in evidenza le maschere dell’uomo moderno, Fellini potrebbe essere richiamato alla mente solo per gli scenari stile “La Dolce Vita” o “8 e 1/2”, ma ad ognuno il suo. Il regista copia? Tarantino ha fatto la sua fortuna sui mosaici composti da spezzoni di artisti ispiratori. Poi, in fin dei conti, i marchi di fabbrica dei singoli escono comunque durante lo scorrere delle immagini.

“La Grande Bellezza” è soggettiva, quindi. Ma siamo concordi lo sia la visione tiberina di Roma nei titoli di coda?

Postilla

Che emozione! Il ministro!

2013-11-16 12.39.52Questo del meridione italiano è un paese dalle mille e una sorprese. Dopo anni e anni di discussione, fondi per Musei di rilevanza nazionale utili ad accogliere le perle archeologiche della cittadina non ce ne sono (o almeno così pare). Finalmente, però, dopo altrettanti anni e anni di lavori e restauri avvenuti nella più immane noncuranza paesana, è stato possibile sfruttare la centralissima residenza di un vecchio Arcivescovo sepolto nella Cattedrale e riconvertire la struttura in un “Museo dei Vescovi“. Che, in realtà, non contiene chissà che quantità di pezzi. Nell’ordine, una croce d’avorio con incorporata un’ampollina con le solite gocce del sangue di Cristo (non vuol essere blasfemia, ma, per quanti campioni di sangue di Cristo ci sono nel mondo, magari Gesù aveva moltiplicato il proprio sangue, oltre a pani e pesci), alcuni grossi manoscritti, un ventaglio unico al mondo (un flabello: c’è solo un altro esemplare simile in Svizzera, stando alle guide) del XIII sec. d.C. e i guanti in seta e lana probabilmente di Papa Pasquale II, nonché una collezione di monete storiche donate da una abbiente famiglia locale.

La “pompa magna” dell’inaugurazione deriva dalla presenza illustre, che rende la piccola comunità meridionale incredibilmente movimentata. È Massimo Bray l’invitato di rilievo. Il Ministro dei beni culturali (ché se non ci fosse stato lui ‘sta cosa non se la cagava nessuno, in verità) in mattinata ha tenuto nel teatro adibito a sala conferenze (cosa, questa, che ha scatenato critiche per tale riciclo dell’edificio, ma tant’è) il suo ovvio discorso dinanzi a pubblico ed autorità. Qualcuno ha sostenuto, testualmente, si fosse trattata della “solita sequela di cazzate”. Perché, per ovvi motivi, un Ministro deve parlare da Ministro (come affermava qualcun altro, invece). E se quest’ultimo è in visita in un determinato territorio non può che citarne i soliti luoghi comuni. Quindi è scontato che “in tutto il nostro Paese ci sono beni artistici che ci arricchiscono e potrebbero diventare il futuro della nostra economia” specie perché “il Sud va valorizzato”. Tutto molto bello. E la comunità applaude.

“La Vostra realtà è un unicum”. Ah, si, in effetti lo è. Come lo sono Paestum, Pompei, Gravina, Matera, Canne, Metaponto, Taormina, Siponto e centinaia di altre sparse per la punta dello Stivale. Ricorda un po’ quei cantanti che compiono tour in giro per il mondo e salutano calorosamente il pubblico con “Ciao Località-a-caso” esaltando le folle. Solo che in questo caso non si tratta di ragazzi in delirio, ma di una comunità assopita e tendenzialmente vecchia dentro e fuori. Per dirla tutta, non è un male – anzi! – che un politico di rilevanza come Bray vada in giro per le vie di una città rurale. Anche per inaugurare un museo visto come pretestuoso da qualcuno, seppur quel qualcuno poi sale sul carro del vincitore spesso e volentieri.

Per la cronaca, e al di là delle banalità, sono stati siglati degli accordi su alcuni siti archeologici. Ma ai cittadini importava vedere il Ministro che magari contestano in televisione perché “è parte del Governo Letta e il popolo (che siamo noi, il popolo) ha fame”. La visita è diventata pertanto il solito teatrino, utile per mettere in mostra la parte del paese che deve stare lì “perché ci deve stare”, piena di esaltazione ed enfasi a prescindere e che si scappella esageratamente.

Esempio? Il Ministro sarebbe stato applaudito ed onorato da una sottospecie di poeta del luogo (lui si presenta come tale), con tanto di bandiera tricolore e pergamena che nemmeno Paolini quando sventola(va) il condom, anche se avesse pronunciato la più riuscita supercazzola. Una popolazione verace che forse non è ancora abituata a vivere eventi con pacatezza e naturalezza.

Obiettivamente, a Bari un paio di settimane fa era accaduto l’esatto opposto, con Napolitano che ascolta la folla e stringe mani. All’improvviso si trova accolto da un tizio che si lamenta di non lavorare da anni sostenendo che “abbia ragione Grillo, voi siete ladri”. Poi, però, lo stesso dovrebbe spiegare come mai gli spuntasse dalla tasca un pacchetto di Marlboro rosse dal prezzo superiore ai 5 Euro, visto che “non può mangiare”. I soliti rovesci della medaglia.

Un altro spunto di riflessione. Non è stato raccontato tutto dello splendido palazzo del Vescovo. La seconda metà del percorso si districava lungo alcune stanze abitate dal prelato fino alla sua morte (dopo aver passato i 100 anni). Con un filo di ironia (ma non per mancanza di rispetto a chi ha lavorato in quella ricostruzione) persino l’odore di vecchiume è rimasto conservato assieme a ritratti, arazzi e carte da parati che per nulla celavano il fasto. Ambienti immensi (col salone per le feste!), lettone enorme, pavimenti pregiati, lampadari, tappeti, inginocchiatoi ovunque. Insomma, un colpo d’occhio fantastico.

Nelle mani di un Vescovo.

Viaggio della speranza

“Noi ridiamo e scherziamo, ma c’è gente…” che sfugge alla fame, alle carestie e alle guerre dei poveri (mica tanto, i kalashnikov ce li hanno pure loro) e scappa in tempo di crisi mondiale con la speranza di essere accolto chissà dove per poter “vivere” (in Italia magari, lo Stato europeo più facile da raggiungere, dato che Lampedusa sarebbe più a sud di Malta, ma in tanti non riescono a capire perché via mare gli emigrati non vadano altrove). Con la speranza, appunto. Mettendosi nelle mani di mercenari senza pietà a capo di chiatte di fortuna che partono dalle incontrollate coste libiche. E che non badano troppo a scaricarti in mare perché sei grosso o brutto o entrambe le cose.

Fatto sta che è una strage che prosegue da anni. Silente, per lo più, a meno che i morti non siano circa 300 come è accaduto ieri. Allora si parla di Bossi-Fini, di cultura troppo permissiva, di sbarchi di sicuri criminali clandestini, di autorità impotenti, di “Kyenge torna tra le banane” e “Boldrini vai ad accogliere i rifugiati”, alludendo per nulla velatamente al passato delle due signore che siedono ai Palazzi. Ora è l’Africa orientale la terra del nuovo esodo. Ironico: erano le colonie italiche del Regime Fascista le zone somale ed eritree.

Si deve ricordare di nuovo che, nei tempi di crisi andata, anche gli italiani si diramavano tra Americhe e nord Europa? Che sorpresa, chi li accoglieva non è che li vedesse propriamente di buon occhio: le invidie dello statunitense purosangue (se, vabbé) che assisteva all’avanzare di grado dello straniero sono equivalenti allo stesso dissapore del meneghino imbruttito (o presunto tale) che si trova davanti un ragazzo di colore con lo smartphone in mano. Ma va’ a ciapa i ràt. Perché, il nero in questione, “ciapandoli”, si sarà gestito economicamente tanto da potersi permettere quantomeno l’igiene personale (visto che, secondo alcuni, “i negracci puzzano”). Cosa che l’italiano “choosy” (cit.) difficilmente farebbe. Questione di realismo.

Non è tanto il colore della pelle o della razza a creare questa differenza sostanziale. È ridicolo leggere di come davvero in tanti, strenui difensori dell’italico benessere, si lamentino che lo Stivale diventi una nuova “land of opportunities”, invasa dagli stranieri. Non giriamo attorno alle ipocrisie o al disagio del momento per i troppi morti dell’Isola dei Conigli. Ora non vige un sistema di piena occupazione, come direbbe qualche solone attaccato all’economia da manuale, e la manodopera non può permettersi di avere pretese.

Ma lo stesso italiano medio [classe che include, ovviamente, lo scrivente] ha cellulare tecnologico e computer su cui può scrivere cazzate come no, agendo in particolare sui social network. Attività che, nell’Africa orientale, è del tutto inutile. Di conseguenza, uno che affronta il deserto prima ed il Mediterraneo poi, gli spiccioli risparmiati li usa per una “crociera extralusso” sul barcone arrugginito con un tozzo di pane come cibo quando va bene. Come animazione, poi, c’è il colpo in testa al naufrago per puro divertimento di tutti i passeggeri sotto il ritmo di “Daddy Cool” ché fa molto afro. Anzi, no, meglio “I Will Survive”. Evvai!

Bando alle ciance e all’onore al merito per chi sopravvive all’incosciente trauma (“piuttosto che morire da stronzo cogliendo manioca sotto 50°C e col culo a punta, almeno vado altrove, faccio il provino da calciatore e mantengo i miei 12 fratelli, se non mi rimpatriano prima o non mi ammazzano”), l’italiano col didietro al caldo e tastiera sotto i polpastrelli, non solo deride gli africani smunti con le coperte addosso e gli occhi spiritati, ma si lamenta perché non trasmettono “Tale e Quale Show” stasera. Che mancanza di rispetto da parte della Rai, ma pensa te.

Carlo Conti presidente della Repubblica. Tanto è scuro di pelle pure lui.

Chi rompe non paga

2013-09-11 14.53.54Ritorniamo nel solito paese del meridione che potrebbe essere la casa di chiunque. Durante l’afa estiva, per cercare in serata quel minimo refrigerio incontrandosi con i compagni la sera tra una birra e una battuta, ci si reca in uno dei punti più alti e movimentati della cittadina. La morfologia la pone su più livelli e, durante la bella stagione, il parco posto su una delle cime è ovvia preda dei più giovani.

Fatta ‘sta introduzione enfatica, passiamo al dunque. Essendo un parco cittadino frequentato da ragazzi e famiglie e blablabla, è logica la presenza in esso di un settore dedicato ai bambini, con i classici scivoli ed altalene. Recentemente, a fianco di una di queste, ne è stata installata un’altra – donata da un’associazione locale – e adatta ad uso e consumo dei bambini diversamente abili.

Siccome nel comune del sud l’inciviltà è costume, cosa pensano di fare i geni della notte? Pieni di noia, più che di alcol, inosservati pensano bene di rompere 2 dei 4 gancetti che tengono saldi i bambini sulla giostra (e per fortuna nient’altro su di essa). E, già che c’erano, perché non movimentare più la serata staccando e rompendo la targa attestante la donazione e spezzando in due l’altalena per normodotati? Wow, un’azione piena di coraggio e sprezzo del pericolo!

Quindi, oltre all’immondizia, altra feccia si accumula nella desolazione di una comunità che dovrebbe evolversi. In estate la situazione è di per sé già più controllabile, nonostante i motorini entrino comunque con nonchalance nella zona pedonale. Ma già da settembre, a partire dal primo freddo, quella descritta diventa proprio “terra di nessuno”, colonia di “sgurrbband, sgummamend, viulenz’ “. Solo che l’Abatantuono dei bei tempi ironizzava, invece al giorno d’oggi la situazione è esasperante anche per chi ci vive.

2013-09-11 14.54.24E ora questa gente sarà soddisfatta della propria “opera”: ossia togliere un diritto per i bambini, in genere. Oltre a gettare ulteriormente nello sconforto chi si augurava una crescita a sud della linea di Eboli, dove Cristo si è metaforicamente fermato secondo la lettura di Levi. Chiunque abbia compiuto un simile sfregio non solo non ha cultura, ma proprio assoluta carenza di logica: non si rendono conto di danneggiare una proprietà pubblica, quindi pagata anche tramite i soldi dei genitori? Il Comune riparerà i danni (almeno così hanno detto), ma sarà mai possibile prevenire questo andazzo di bassa lega?

In quel parco è posta una statua della Madonna, piazzata al centro del sito appena qualche mese fa. Con tutta la decenza, non sarà di certo Lei a compiere il miracolo. I diversamente abili, spesso, vengono identificati con epiteti più raffinati come “disabili” o, più esoticamente, “freaks”. Visti, in realtà, come “diversi” dalla comunità più fortunata, qualcuno li definisce “handicappati”, “fessi”, “mongoloidi”.

Bene. In questo caso bisognerebbe chiedersi chi sia il vero “handicappato”.

Il canto del “cigno”

Jeansy. Chi è costei? No, non è “sto cazzo”, dato che va di moda rispondere in questa maniera tra i “ggiovani” alla suddetta domanda (cioè, oddio…). Il suo nome evoca qualcosa di giovanile, come un paio di jeans resi più trendy da quella “y” finale. Non proprio: citando l’introduzione di una voce biografica standard di Wikipedia, “Jeansy, nome d’arte di Laura Duranti, (Monza, 21 febbraio 1984) è una cantante italiana.”

E così, dopo una cosa come sette anni e mezzo, viene ridata un po’ di gratificazione (o notorietà) alla persona che ha reso possibile la permanenza dello scrivente proprio sull’enciclopedia multimediale*. Onestamente, questo curioso ringraziamento è stato susseguente all’analisi effettuata da Klakawai sulla fine del fenomeno emo. In effetti, Jeansy non era propriamente una emo. Si può dire che, per l’icona che aveva portato di sé, un po’ si avvicinava. Forse dava maggiormente l’idea (senza voler essere cattivi) di una bimbaminkia troppo cresciuta e con qualche chiletto in eccesso. Ma dalla definizione che era stata data sulla più-che-defunta pagina di Wikipedia, si trattava di una (ehm) “cantante pop”.

Per scoprire le origini del “mito” è sufficiente girovagare per la rete, partendo dall’ancora resistente sito ufficiale (sebbene abbandonato dal 2007). La domanda sorge(va) spontanea: operazione di marketing per entrare nel mondo dello spettacolo o per goliardia spinta? In altre parole, ci è o ci fa? Di certo, almeno su it.wiki, nel gennaio 2006, la sua voce venne abbastanza consultata, così come la conflittuale discussione sulla relativa cancellazione*.

Questa “icona-pop”, stando sempre alla fonte di Jeansy4always (sic), nel 2004 era descritta dettagliatamente quale single, alta 155 cm e pesante “42 kg (?!?!?!?)”, di professione “popstar (nel tempo libero commessa all’iper)”, avente come obiettivo lo sfondare in America (evitando ulteriori battute di cattivo gusto). Segni particolari? Diva.

La sua paventata “divinità” (i fans la reputavano tale, paragonandola alla Duse) derivava testualmente dalla partecipazione “in alcune comunità della rete” ed in particolare da “segnalazioni sul forum dedicato alle Spice Girls ed al successivo passaparola degli utenti sui portali dei fan di Madonna e Kylie Minogue”. Arcinemica delle Lollipop (“I’m going down, down, down…”), ha investito su titoli inglesi gran parte della sua “vasta discografia”, dalla quale emerge “Game Over” (con remixes e formati vari ed eventuali). I testi, al contrario di ogni attesa, sono quasi tutti rigorosamente in italiano, a causa di “piccoli problemi linguistici” della or ora 29enne brianzola (che, beninteso, ha iniziato la carriera a 16 anni e ha partecipato anche ai provini del “Grande Fratello” pur di cavalcare il suo sogno).

Un altro quesito, ora, su tutti, va posto. Nonostante una mega-perculata della rete durata un paio di anni, tale effimero fenomeno di internet, sorretto in piedi nella metà degli anni 2000 dal Daveblog e resuscitato sporadicamente da siti internet che si occupano (anche) di trash, che fine ha fatto? Laura/Jeansy aveva dichiarato di prendersi una pausa per prepararsi al futuro ed ignorare i detrattori. Tuttavia questo silenzio si protrae dal 2007: non raggiungendo il successo sperato, avrà proseguito con l’hobby della prostituzione commessa? Ha trovato un ragazzo? È sbarcata in America? Vi sono, insomma, altre notizie?

A qualcuno, probabilmente, importerà. Ripensandoci a distanza di anni, forse la voce su Wikipedia se la meritava.

Jeansy dixit [fonte: jeansy4always]: 

Sono una ragazza determinata nei miei obbiettivi, semplice e sempre disponibile con tutti.

Io come persona sono un’icona pop, non rock.

Molta gente vede la mia determinazione come presunzione, ma non è affatto così! Del resto, i rischi e le difficoltà non mi spaventano affatto.

Sono testarda, egoista (anche se questo lo dice solo mia madre) e viziata.

Avere un ragazzo potrebbe fermarmi, l’ha già fatto una volta e non deve più succedere.

Prima la musica e dopo l’amore, bisogna darsi delle priorità nella vita.

Io preferisco il mercato americano e sto tentando fortuna la, ma per ora non posso ancora trasferirmi.

La mia prima vera esperienza in uno studio professionale l’ho avuta a 18 anni. Sapevo che volevo dei pezzi nuovi e sapevo che tipo di musica ascoltavo, ma per il resto c’era tantissima confusione nella mia testa.

Ho anche lavorato con il miglior produttore pop in Italia.

Io non mi reputo affatto trash!! Ma che cosa vi aspettate di sentire? Io sono solo una ragazza che lavora e con quello che guadagna realizza delle canzoni in un semplice home studio.

Tutti mi associate a Game Over e all’immagine che avevo tre anni fa, ma i tempi sono cambiati e io sono cambiata.

Ti sembra che le lollipop sappiano l’inglese? Tempo al tempo, non posso fare 300 cose insieme.

C’è tempo per migliorare, studierò inglese quando avrò più tempo. Comunque non presto attenzione alle critiche, così come non bado ai complimenti. Nel caso di questi ultimi, al massimo rispondo con un semplice grazie e nulla più.

Io amo ascoltare semplicemente la melodia di una canzone, se poi lo stile è pop alla Britney o rock, oppure ancora r&b, non me ne frega niente.

Qui in Italia mancano artisti capaci di far concorrenza a quelli internazionali, come ad esempio Britney Spears, i Blue, gli Evanescence, i Green Day, Nelly etc… Il nostro problema è che abbiamo troppa paura di fallire e perdere soldi: ma se non si rischia nella vita, che divertimento c’è?

Il mio errore più grande è stato quello di nascere in Italia. Se fossi nata negli USA ad esempio, le cose sarebbero stare ben diverse.

Penso di essere l’unica persona in Italia che fa musica e odia il festival di Sanremo.

Fin da piccola mi piaceva essere al centro dell’attenzione: mi piaceva fare casino alle feste, prendere in mano la situazione per farmi notare nel bene o nel male.

Essere ambiziosi è un pregio. Io penso che non ci si debba mai accontentare al 100% di quello che si ha, perchè c’è sempre qualcosa di meglio da ottenere. O per lo meno, si deve avere la forza di provarci.

I fans sono tutto, sono importantissimi! Senza fans infatti non esisterebbero artisti! Sono loro che ti danno la forza di continuare, anche quando tutto sembra grigio.

C’è veramente tantissima gente che crede in me e nel mio talento, sostenendomi giorno dopo giorno! E sono molto grata a tutte queste persone.

Il successo ti cambia sempre , penso sia normale. Ma io ho qualcuno capace di tenermi con i piedi per terra.

Sinceramente non mi piacciono quelle persone che pur di arrivare al successo si abbassano a fare qualunque cosa.

Sto anche cercando delle ragazze o dei ragazzi che sappiano ballare e abbiano voglia di divertirsi con me nelle esibizioni. Premetto però che nn posso pagare nessuno.

*gattonero storcerà il naso per questo, ma colgo l’occasione per salutarlo.

Indietro tutta!

Belle nostalgiche quelle trasmissioni televisive di archivio come “Techetechetè”, che appaiono su RaiUno solo in estate al posto di “Affari tuoi”? A giudicare dai commenti vari ed eventuali, si. E perché simili repertori, tanto apprezzati e pubblicizzati dai vari Mollica o Grasso, vanno in onda solo nella stagione calda come riempitivi? Scoperchiare pacchi e dare soldi a destra e a manca con la base della sola fortuna e di un format tirato per le corde viene più apprezzato di un buon “amarcord”?

Il segreto, in fin dei conti, è innovarsi. Per questo le repliche di un programma come “Indietro Tutta!” vengono confinate oltre le 2 di notte di venerdì e sabato su RaiDue. Fruibilità zero, a meno che qualcuno non esca nel weekend o soffra d’insonnia. Un peccato, perché, nelle sfaccettature e nelle parodie, Arbore & C. si sono rivelati profetici. Hanno anticipato di oltre vent’anni la presa in giro di quella che sarebbe stata la televisione fatta di “verità” e quiz-show. E ha segnato l’intera generazione degli anni ’80, con canzoni tanto ironiche quanto memorabili. Impossibile non trarne elogi.

Chi non conosce “Si, la vita è tutt’un quiz“, “Vengo dopo il Tiggì“, “Cacao Meravigliao“, “Grazie dei fiori-bis” alzi la mano. Sono alcuni dei tanti motivetti entrati nell’immaginario collettivo, cantati e fischiettati per anni a venire durante un’attesa o sotto la doccia. Incredibilmente Arbore avrebbe previsto tutto (o quasi: se un tempo “tu nella vita comandavi fino a quando avevi stretto in mano il tuo telecomando”, ora quest’ultimo è diventato smartphone – ma il senso vero e proprio della metafora clarinettistica non cambia).

La conquista del quiz era in realtà una battaglia a suon di milioni (fasulli, ovviamente) tra nord e sud Italia. Nel mezzo vari giochi, come quello del “Pensatore” che, appunto, su un trabiccolo semovente incitava la popolazione italiana (rappresentata da chiamate false contornate da “complimenti per la trasmissione” e “sei stupendo” rivolti al bravo presentatore Nino Frassica) ad indovinare cosa gli passasse per la mente senza proferire verbo. Può sembrare assurdo, ma tra il 1987 e ’88 molti cercarono inutilmente di telefonare ad “Indietro Tutta!” per partecipare all’enigma e, soprattutto, in tanti si rivolsero ai negozi per comprare una delle tre varietà del Cacao Meravigliao, lo sponsorao della trasmissao (in uno dei tre gusti, spregiudicao, delicassao e depressao, nonostante la “mappazza” che rilasciava). Anche stavolta, senza fortuna.

“Indietro Tutta!” è quindi uno sgargiante caposaldo caciarone che dovrebbe essere riciclato e diffuso più di qualsiasi altra novità stagionale e non di certo nei canali di scorta del digitale o nella nottata più ignorata. Ancora maggiormente rispetto a “Quelli della notte” (sempre diretto da Arbore-Porcelli qualche anno prima e che vedeva presenti nel cast pure Marisa Laurito, Andy Luotto e Roberto Benigni). Andava in onda in rigorosa diretta – con una forte base di improvvisazione – in seconda serata, dal lunedì al venerdì su RaiDue. Durava appena un’ora e milioni di italiani rimanevano incollati alla “luce blu” decantata da Arbore stesso nell’apertura.

Una televisione affatto volgare; lo era quel tanto che bastava per denunciare la deriva che avrebbe preso la medesima nel corso degli anni, con le Ragazze Coccodè a fare da corpo di ballo al limite del talentuoso (“siamo belle e stupidelle […] con il compito speciale di tirarti su il morale”) e il piccolo Riccardino (interpretato dall’architetto Mario Marenco, che aveva 55 anni circa) quale simbolo del cinismo dello “sfruttamento minorile” nel mondo dello spettacolo, accompagnato dal cane Fiocco (tanto per non far mancare nulla allo show).

Nel mezzo un pot-pourri di svariati e variegati personaggi. Arbore era il capitano-regista di un’ideale nave, comandante e guida del sopra citato “bravo presentatore”. Altri non era che uno sgrammaticato e paillettato Nino Frassica dotato di veicolo kitsch e vademecum dei quiz di Jocelyn? Naaaa… della Carrà? Naaaa… di Credolin! Ed era lontano anni luce dal maresciallo Cecchini di “Don Matteo”. Alle spalle una ciurmaglia a dir poco fumettistica, con tanto di orchestrina “Mamma li Turchi” diretta dal Maestro Mazza. Le due guardiane (di che?) di porpora vestite erano Feliciana Iaccio (che raggiunse la popolarità conducendo “Giochi Senza Frontiere” nelle stagioni successive) e un’irriconoscibile Maria Grazia Cucinotta. Il “Cupido” che dondolava sull’altalena sarebbe poi diventato famoso come Francesco Paolantoni.

Luana Ravegnini era una delle sgallettate Ragazze Coccodè (avrebbe poi condotto un’edizione estiva di “Luna Park”, alcune rubriche sportive e sarebbe balzata alle cronache rosa come compagna di Claudio Lippi), così come l’en travesti Franco Caracciolo (comparso precedentemente in film di Fellini). Occasionale spalla di Frassica in alcune puntate era Mr. Forest (che, qualche anno dopo, sarebbe stato fedele conduttore delle trasmissioni della Gialappa’s Band). A cantare da dietro le quinte le note di Claudio Mattone del jingle “Cacao Meravigliao” era invece una giovanissima Paola Cortellesi.

Come ridevamo negli anni ’80. Con poco: bastava qualche luce intermittente, un falso notaio fulvo ed ignorante che non distinguesse Massimo Troisi da Rossano Brazzi e marcette goliardiche e perculanti, interrotte da improbabili interferenze di agenti impegnati sulla Nomentana. Facendo un paragone, molto spesso Checco Zalone ricorre alle parolacce esplicite per divertire e non ad un “tosto dopo il Tiggì” malizioso ma non troppo.

Ecco, basta questo esempio per dimostrare come siano cambiati i tempi comici e televisivi. “Ché la nottata non è così nera”…

Oh, che bel castello

IMG_1845Il solito, piccolo, bucolico paesino del sud Italia spesso protagonista delle vicende di questo blog, è stanziato su più livelli. Da uno dei punti più alti si domina la Puglia. Le Murge si elevano a sud; il Gargano è uno sperone che si allunga sull’Adriatico. Nei giorni sereni il panorama è unico. Ma non è solo la cima ad essere il culmine di un borgo antico le cui strade e dimore, se potessero, racconterebbero centinaia di storie. Ma spunta il solito “peccato che…”. Evitando la retorica, il cosiddetto “Castello”, inteso come rione, cade a pezzi. Una cronaca che non si vorrebbe assolutamente descrivere. Farlo è un dovere civico, oltre ad essere un grido di aiuto.

Scritta in questo modo lo scenario potrebbe apparire tragico. Si potrebbe dire “non è vero”, perché è in corso un’operazione di riqualificazione che durerà ancora per giorni, almeno partendo dalla base. Dopotutto molte associazioni hanno, e hanno avuto, sede proprio in questa zona. “Peccato che” il Castello non sia solo ridotto a quel piccolo parco (comunque suggestivo) di strade in blocchi in porfido. La superficie è estremamente vasta, un labirinto anche per chi trascorre l’anno nel paese. In pochi si addentrano di frequente, nonostante alcuni “sottani” vengano utilizzati, soprattutto nei mesi invernali, da gruppi di ragazzi. Che, invero, della situazione del posto si interessano poco.

Dalla piazza principale del quartiere si districano strade e scalinate che culminano sul sito archeologico protagonista di diverse epoche storiche e stili architettonici. I vicoli, particolari e spesso stretti, illuminati da lampioni che richiamano un’epoca ottocentesca, dovrebbero appunto riportare alla mente l’età del patrimonio che si attraversa.

IMG_1840“Peccato che” gran parte del suddetto patrimonio sia in balia di sé stesso. Della precedente festa religiosa della locale chiesa sono state toccate, da turisti e compaesani, solo poche di quelle strade. La situazione è lampante già dalla mattina (figurarsi la sera). Nel salire appaiono sempre più evidenti cenni di inciviltà ed incuria. In un giorno caldo è il ronzio degli insetti a fare da colonna sonora alla passeggiata. Il rumore riesce poco e spesso a coprire le note di Gigi D’Alessio, le cui musiche escono dalle persiane con molta frequenza (sarà stata solo una coincidenza?). È il primo segnale di una sensazione inquietante: per uno stesso abitante di questa località del meridione, entrare nella zona vecchia equivale a percorrere le strade di un altro paese, dove la gente – sia essa composta da stranieri, soprattutto rumeni, e anziani “autoctoni” – squadra indiscreta e diffidente volti meno noti, specie se muniti di macchina fotografica. Non fa piacere essere guardati in cagnesco, mentre i dialetti stretti si intrecciano e nessuno fa in modo di nascondere la propria curiosità lasciando nel “visitatore” un senso di disagio.

Ad ogni modo, non è difficile capire da cosa siano attratti i numerosi sciami di mosche, formiche e zanzare: l’asfalto – poco e spesso intervallato da piccole voragini – o il lastricato sono preda di sterco di cani e gatti, di immondizia sfusa o non raccolta, di cocci di bottiglia e di mozziconi di sigarette addirittura scoloriti dalle intemperie. I vecchi canali di scolo presenti nelle strade vedono scorrere ancora acqua di scarico di dubbia provenienza. Nei pressi di una storica ascesa c’è persino un tombino fognario coperto da assi di legno: si spera sia l’unico.

IMG_1847Altra scenografia particolare è costituita da almeno mezza dozzina di motorini con la carena rovinata e con assoluta assenza di targa. Legati, però, saldamente da catene alle ringhiere di balconi ed inferriate dei proprietari. Per non citare le tipiche (e anche esse storiche) fontane: la canna dell’acqua è inaccessibile, essendo ben avvolta in tubi lunghi decine di metri che entrano nelle crepe di edifici diroccati e non puntellati (come accade nei pressi della torre dell’orologio). I blocchi di tufo e i ceppi con iscrizioni passano inosservati, specie per il mancato rispetto di ogni logica di piano regolatore. Sicuramente è giusto riqualificare parzialmente una zona ristrutturando il proprio stabile, ma vedere antenne paraboliche o passare a fianco di palazzine con le facciate in colori vivaci e con inserti del 2000 in un’area dove l’antichità la fa da padrona è un pugno nell’occhio (grazie, Dario).

IMG_1852I vicoli del Castello, che non sono secondi a quelli di città costiere e montane tipiche del sud e in uno status normale potrebbero accogliere qualsivoglia tipologia di evento, vengono realmente frequentati dai flussi di persone solo durante alcuni giorni dell’estate o della primavera (si pensi ai “sepolcri” della Quaresima). E se proprio in queste stagioni emergono simili caratteristiche è riduttivo parlare di semplice dispiacere. Vi sono luoghi degni di un film (no, non uno già uscito nelle *migliori* sale): i fichi d’india maturano spontanei lungo un muro a secco. “Peccato che”, sotto la tipica piantagione del territorio, fa capolino un materasso buttato lì insieme ad un altro cumulo di lattine e buste di patatine. L’odore che viene dal forno privato poco distante è una magra consolazione. Per qualche secondo l’aroma del pane riesce a coprire quello umido delle erbacce che crescono tra una roccia ed un altra e la puzza delle feci canine.

IMG_1850Qualcuno si chiedeva, tra Facebook e vita reale, quale fosse lo stato del Castello. Perché non preservarlo e non solo tramite la presenza pure di chiese, di associazioni o di qualche nota attività commerciale (sulle direttrici più marcate dal traffico o comunque facilmente accessibili). Sfortunatamente, quando si passeggia in lungo e largo per il quartiere, non ci sarebbe sorpresa, perfino per il più dilettante degli esploratori, nel vedersi un topo tagliare il percorso. Anche per gli amministratori l’impresa di un eventuale salvataggio è a dir poco ardua, visto il “laissez-faire” da anni delle disincentivanti abitudini ivi narrate. A dispetto delle campagne elettorali, dove il “Castello” era tra i protagonisti.

Questa cittadina era una volta un notevole feudo. Il Principe Alberto di Monaco, nel giugno del ’97, percorse quei vicoli in memoria dei suoi avi. Ora solo una lapide, posta nei pressi dell’ingresso del sito archeologico, ne ricorda le “gesta”. Come non detto, anche quella stele è sparita.

Guida galattica per elettori

ImmagineRompo il silenzio (voluto) sul blog. La questione politica è un interesse generale. Tenterò, in questa sede, di non dilungarmi molto sull’opportunità del voto (peraltro, se vincerà l’astensionismo, comprensivo di schede nulle e bianche, ci sarà da divertirsi…) e sulla descrizione dei singoli partiti che concorreranno ad occupare gli scranni dei Palazzi. Ci sarebbe infatti davvero molto da scrivere sui programmi forniti dai candidati, ma, così facendo, la frantumazione di ovaie e testicoli arriverebbe a livelli immensi per i 4-5 lettori di questo blog appena resuscitato (wow, anche “wordpress” è cambiato).

Dunque, in linea con le direttive attuali dei singoli partiti (ossia “tuttoquellochefapresasuifessacchiottichecivotano”, quindi tutto fuorché gli ideali che i più dovrebbero tendere a rappresentare, invasi come sono dai personalismi che fanno più scena sulla pubblica piazza), è doveroso analizzare i “pro” e i “contro” dei vari contendenti, cercando di mantenere una logica equidistanza. Abbiamo – presenti in tutte le circoscrizioni – almeno una decina di coalizioni, divise tra una variabile che va, approssimativamente, da 20 a 35 liste. Non ci vuole un master di un’università statunitense per capire che genere di confusione venga a crearsi. Poi, fate vobis.

Il clima è del “tutti che litigano con tutti”, non votanti compresi. Il contorno è fatto di insulti e tentativi da rivoluzione da salotto e bullismo da retrotastiera del computer. Insomma, mentre l’elettorato educato inveisce sputacchiando sul monitor del portatile contro gente che di persona non conosce affatto, i contendenti ridono e scherzano, mangiando insieme in una pizzeria del centro della Capitale, sulle partite di Champions’ League. Fidatevi.

Rivoluzione civile – Ingroia: Partiamo dal presupposto che il nome del papabile P.M. (Primo Ministro, non Pubblico Ministero: Ingroia ha curato le indagini sul rapporto Stato-Mafia, tra tutte. Poi è andato in Guatemala facendo andirivieni per amor patrio? Saudade all’inverso?) sia a caratteri cubitali (N.B. cosa pressoché comune agli altri simboli). Dopodiché tra i candidati si annoverano persone comuni e di “cultura” che spaziano da (ex) sinistra a (ex) destra e vanno da Sandro Ruotolo (almeno nel Lazio) alla sorella di Cucchi. Tutto all’insegna di giustizia e onestà. Una trasformazione dell’IdV: da Tonino Di Pietro a Tonino Ingroia.

Forza Nuova: Camerati, bisogna ripulire l’Italia dalla feccia riportandola all’autarchia socialnazionalista. Già, perché gli immigrati devono tornare nei loro zozzi Paesi, senza se e senza ma. Perché nessuno, come l’italiano, è voglioso, arruolato e armato di cazzuola utile a spalmar calce tra i mattoni o raccogliere pomodori sotto il sole cocente a schiena curva. L’Italia non merita l’Europa e bisogna tornare al vecchio conio che lustro diede all’italica penisola. Fiore, politico di riferimento, quando visita le città del mezzogiorno, è sempre accompagnato da adeguata scorta. A noi!

Amnistia Giustizia e Libertà: Nient’altro che i radicali, l’eterno squadrone di Marco Pannella che ha – sfortunatamente per lui – perso pezzi. Nonostante le premesse del nome, il buon vecchio recidivo scioperante di fame e sete era intenzionato ad appoggiare (quantomeno nel Lazio) La Destra di Storace, dopo anni di piazzamento a sinistra. Fine della storia: correranno da soli.

Movimento 5 Stelle: Beppe Grillo, il rivoluzionario. Gli slogan attivi, show di un (ex) comico riciclato alla politica. Il segnale che le cose stanno cambiando. In negativo. Se un comico fa politica, per assioma vuol dire che la politica non è più una cosa seria. E Grillo in primis, da satirico, ha preso gusto delle sue azioni e dal suo blog lancia gente (più o meno) comune all’assalto del Parlamento. Dal suo palco e senza contraddittori ne ha per tutti, offendendo e fanculizzando. Destra, sinistra, centro. Non c’è nessuno in grado di mostrare un pubblico interesse, chiunque è lì perché intenzionato a sovvenzionare il proprio ego. Si crea il paradosso: si comporta come tutti gli oratori e lo fa anche in modo più aggressivo. Tuttavia lui grida dal microfono e sotto lo applaudono, al limite dell’incondizionato. Potrebbe dire la miglior supercazzola, ma verrà applaudito lo stesso.

Rispetto agli altri finora analizzati – insieme a pochi altri, per la verità – è il leader carismatico che ha fatto più casino. E, se fai più casino, nella logica tutta italiana, emergi. Ma che vuole infondere Beppe Grillo, oltre smuovere le coscienze dell’elettorato attivo con questa idea di antipolitica che di “anti” non ha alcunché?

Grillo, dalla Val Susa a Lampedusa, è in grado di dire cose sacrosante e oggettivamente accettabili (uno dei successi del suo blog). Pertanto incuriosisce attivisti (meglio, devoti) e “protestanti”. La sua forza è stata questa: dire ciò che l’italiano medio vuole sentirsi dire. Il problema sorge quando si ritorna sulla terraferma: non ci sono 5 arcobaleni in fila e unicorni colorati per risolvere le dinamiche interne di uno Stato. E neppure il “vaffanculo” è contemplato dalla Costituzione come soluzione a tutti i mali.

Partito Comunista dei Lavoratori: Nostalgia canaglia: l’unico partito sinistroide ancora coerente tanto da presentare nel simbolo “Falce e Martello” sul globo. Gli ideali rimangono ancora infusi, ma relegati ai margini. Perché lavoro è uguale comunismo e comunismo è uguale libertà. Lottare contro le multinazionali e il capitalismo usando il PC prodotto tra Giappone, Corea (del Sud) e Stati Uniti: così si fa.

Futuro e Libertà per l’Italia – Scelta Civica per Monti – Unione di Centro (coalizione): Ecco la prima delle tre delle “grosse coalizioni”. Mario Monti, Presidente del Consiglio uscente, nominato governatore tecnico al fine di risanare l’economia disastrata con tagli alle strutture ed aumenti di imposta, pensa bene di mettersi in gioco attivamente e, come i più, ricrea l’effetto-simpatia con account twitter e video di famiglia.

Il problema è che, sempre per la logica tutta italiana di cui sopra, l’aumento delle imposte è visto non come una partecipazione attiva al bilancio statale (cfr. artt. 23 e 53 Cost.) ma una condanna sociale da evitare assolutamente, come sostenevano altre persone. Ora sostiene di spegnere l’aspirapolvere per aspirare moneta “dalle tasche degli italiani” (cit.), dopo aver comunque fornito un determinato aplomb in ambito internazionale che mancava almeno dal 2008 (sic).

Per continuare (o per stoppare? Boh!) l’opera, stavolta Monti non è solo con un manipolo di banchieri e professori universitari, ma affiancato dall’altrettanto uscente Presidente della Camera, Gianfranco Fini, e dai Democristiani rimasti puri capeggiati dai valori della famiglia dello sposato in seconde nozze Pierferdinando Casini.

Un’altra coalizione, dunque, che raccoglie tutte insieme tre grandi discendenze storiche, accentratesi come una sorta di rifondazione di quella che vent’anni fa fu DC. Con l’aggiunta dei Finiani, ex della destra sociale, ex alleantini, ex berlusconiani, il cui capo dà l’impressione di accontentarsi di rimanere al secondo posto nelle gerarchie statali e non ambire più di tanto al potere esecutivo (peraltro sempre mancato ai discendenti dell’MSI).

Tra UdC e Montiani si annoverano altresì tanti delusi di destra e sinistra che, nei comizi pubblici, non si fanno remore di sputare troppo nel piatto da dove hanno precedentemente mangiato (Carlucci? N. Rossi? Si, proprio voi!). A proposito di coerenza e ideali.

Fare per Fermare il Declino: Chiamatelo Oscar Giannetto Giannino. L’uomo carismatico del partito neo-liberale si è avvalso di nomi forti dell’economia nazionale, per finire sputtanato da uno degli stessi. Insomma, l’eccentrico alternativo, dalla barba posticcia, dal bastone e dai completini gessati, ha “falsato” i curriculum. Scandalo. Probabilmente non voleva sentirsi da meno a qualche suo concorrente (stando alle malelingue) e ha voluto gonfiare il suo palmarès di titoli di studio. Ora si spiega perché ce l’avesse tanto con quei “miserabili” rettori universitari. Anzi, ora si è scoperto che neppure ha partecipato allo Zecchino d’Oro da bambino, pur essendo un piccolo cantante in erba. Forse ha dovuto abbandonare presto le aspirazioni a causa di un “do” uscitogli male dal petto. Magari verrà a sapersi che anche la sua folta peluria è fasulla e composta da materia di dubbia provenienza.

Tornando seri, non era un mistero che tale corrente avrebbe ricercato voti in una sorta di “intellighenzia” territoriale. Che, vistasi tradita, in queste ore sta abbandonando la nave. Declino accelerato.

Partito Democratico – Centro Democratico – Sinistra Ecologia e Libertà (coalizione):  Bersani ha vinto le primarie e sarà lui a rappresentare come capo la principale fetta della sinistra italiana. Una battaglia iniziata con le primarie e finita con l’appoggio (incondizionato?) di Vendola e Tabacci (suoi iniziali sfidanti). Un ex comunista e un ex democristiano che convergono sugli stessi obiettivi decisi da un innovatore, un ragazzo che ha fatto dell’immagine, della freschezza, della sottocultura giovanile e della tecnologia le sue bandiere. Si, forse un po’ artefatto, ma avrebbe portato probabilmente nuova linfa nella coalizione, “rottamando” i predecessori e accaparrandosi le preferenze di tutt’altra parte storica sfiduciata. Matteo Renzi? No, Massimo D’Alema!

Casa Pound: Nostalgici della “buonanima” e di epoche mai vissute da loro in prima persona. La parte giovane di quella che è Forza Nuova (v. infra) e pertanto non si mescola, pur avendo gli stessi pensieri e slogan di base. Perché i centri sociali sono anche di destra: torna a credere, ricomincia a lottare!

Intesa Popolare – Lega Nord – Grande Sud – La Destra – Il Popolo della Libertà – Fratelli d’Italia – Moderati in Rivoluzione (coalizione): La grande famiglia supera Casini (e Fini) e torna più o meno compatta alla base. Si avvale, salve qualche altrui “intemperanza”, alla figura cardine di tutta la coalizione. Che, dopo essere stata destituita “alla scordata” da un esercito di “professorini” (che peraltro hanno avallato), ora ribatte in prima persona. Silvio Berlusconi, stavolta, dice candidamente di non voler tornare a Palazzo Chigi, ma si accontenta di diventare Ministro dell’Economia perché “ne capisce”. Poi dovrebbe spiegare perché campeggia il suo nome sullo stemma e non quello di Angelino Alfano. E perché le primarie di centro-destra non si sono più svolte. E… vabbè.

Anni e anni di discussioni sempre sugli stessi comportamenti, su vicissitudini analoghe che vengono, nel bene e nel male, sempre appoggiate. I giornalisti seguono le sue proposte malsane, per ultima (e solo per ultima) quella riguardante la restituzione dei soldi dell’IMU sulla prima casa. L’IMU che il SUO Governo ha approvato, ma è comodo prendersela con precedenti e successori che – come detto – “mettono le mani nelle tasche degli italiani”. Che cos’è, questo? Un incentivo all’evasione fiscale? Detto da un ex premier? Già, con l’auto blu è facile trovare posto in centro e non inserire gli spiccioli nel parchimetro.

E poi arriva il Fac-Simile di una busta dell’Agenzia delle Entrate (con logo PdL). Mia nonna legge “rimborso”, non ci pensa due volte e va in fila alla posta per riscuotere un surplus che le permetterà di vivere bene fino a fine mese. La lettera è pure firmata da un organo istituzionale. Bene, si va così: di slogan ad effetto, presa in giro poco bonaria dell’avversario e tanto “amore che vince sull’invidia e odio“. Si va avanti così da anni, ma a molti piace vivere nell’odore di stantio sperando che si trasformi in quello di figa (no, il Cavaliere ha i soldi, non tu, sordido elettore con pantofole e buco nel calzino che ti stai grattando lì in questo momento).

Potremmo parlarne per ore, anche perché gli altri sono nell’ombra. Persino Maroni sostituisce Bossi nelle file della Lega. Qualcosa, evidentemente, cambia. Anche nelle preferenze del popolo del Nord. Il “Grande Sud” della Poli Bortone, invece, ritorna nel suo ambito più naturale, dopo un periodo di cattività centrista. Tra le varie “piccole liste”, poi, c’è “Moderati in Rivoluzione”: un ossimoro che si concretizza. Bisognerebbe chiedere a Samorì (rappresentante di riferimento) una sola domanda: perché?

Chi fa più tenerezza è la coppia Meloni-Crosetto. I fatti: alcuni ex alleantini prima ed ex piddiellini poi si dissociano dal grande partito restandone però costola, qualche tempo dopo Fini. Nasce così “Fratelli d’Italia”. Al Festival di Sanremo si difendono i diritti degli omosessuali: due gay pensano bene, sotto le note del Notturno op. 9 n° 2 di Chopin, di dichiarare pubblicamente e per sensibilizzare le coscienze (in un Sanremo decisamente imparziale) la loro unione e il matrimonio che avverrà a New York (in quanto tuttora impossibile legalmente nel Bel Paese). Due candidati veneti del partito realizzano uno spot-parodia con contenuti omofobi; il tandem Meloni-Crosetto chiede scusa con un altro contro-spot-parodia. Sempre per la “campagna-simpatia” fatta un po’ di valori, un po’ di circostanza.

Bene: fra qualche ora ci sarete voi, una matita (da umettare), la scheda e la cabina.

Viva Sallusti!

Povero Sallusti! Condannato a 14 mesi di detenzione per qualcosa che non ha pienamente commesso (ma, dopotutto, ha avallato a causa di un “omesso controllo”). Il direttore de “Il Giornale” si è visto notificare tale misura dalla Corte di Cassazione, dopo che il 18 febbraio 2007, sulle colonne di “Libero” – testata diretta da Sallusti all’epoca – , era comparso un editoriale di tale Dreyfus. Quest’ultimo, dall’alto del suo pseudonimo, aveva accusato un giudice di aver costretto una ragazza di 13 anni ad abortire contro la sua volontà.

Di fatto il magistrato (Giuseppe Cocivolo, n.d.r.), sebbene mai nominato, si è riconosciuto nell’episodio. Non l’ha considerato veritiero, al contrario lesivo, e ha querelato per diffamazione il responsabile del quotidiano. Il finale lo conosciamo ormai tutti, ma ecco il colpo di scena. Si fa avanti, dopo tutto l’ambaradan e – leggendo i vari giornali – con pentimento, il redattore dell’articolo nella persona nientepopodimenoché di Renato Farina. Conosciuto già come “Betulla”. E ora come Dreyfus, forse per ispirazione a quel generale Dreyfus che venne condannato ai lavori forzati dopo essere stato accusato di spionaggio. Non è mitomania; in verità sarebbe inutile prendersi simili colpe (specie dopo che dietro le sbarre o ai domiciliari andrà qualcun altro): per gli emergenti rapporti con il Sismi, lo stesso Farina venne radiato dall’ordine dei giornalisti (provvedimento poi annullato proprio dalla Cassazione). E Sallusti, a giugno dell’anno scorso, era stato sospeso per aver permesso a “Betulla” (che tra l’altro è parlamentare PdL coinvolto – con buona pace – in diversi procedimenti penali a suo carico) di firmare articoli per “Il Giornale” nonostante la validità dell’impedimento.

Insomma, una vicenda secondo la quale i protagonisti sono comunque recidivi in atteggiamenti poco consoni alla deontologia, almeno secondo una parte degli osservatori. Tuttavia nasce il dilemma sulla libertà di opinione in Italia: sorge sempre la stressante questione di coerenza, secondo cui, a seconda degli episodi, si trascina l’acqua al proprio mulino: nonostante una sommaria divergenza di molti con gli operati e i pensieri di Sallusti & Farina (noti per la vicinanza all’eclettico ex premier-editore), si è scatenata una gara di solidarietà per certi versi inaspettata (ma anche no). E i giudici, rappresentanti di una categoria santificata, sono diventati “cattivissimi liberticidi”. I soliti paradossi.

Non è chiaro se si sia spezzato il filo sottile che separa l’offesa dal commento (sebbene la professionalità imponga che un fatto non venga mai confuso con l’opinione: si corre il rischio di modificare una verità storica con una cronaca giornalistica, creata ad effetto per attirare – in modo non propriamente corretto – i favori dei lettori più affezionati). Secondo il Palazzaccio si; la negligenza (escludendo ogni mala fede) si paga. La pronuncia suprema forma però un precedente che obbliga qualsiasi persona del mestiere, sia esso professionista serio o blogger per hobby, a porre la massima attenzione. Un processo per accertare il reato di diffamazione renderebbe inutili le conciliazioni preventive, le rettifiche o persino la libertà di espressione. Non bisogna necessariamente essere pregiudizievoli nei confronti di Sallusti, oggetto delle ironie e della satira pure nel più recente passato.

Anche lui poteva sentirsi in diritto di denunciare chiunque lo paragonasse a Voldemort (l’antagonista dell’epopea di Harry Potter) o chiunque lo paparazzasse in compagnia dell’Onorevole PdL Daniela Santanchè Garnero. A testa alta ha però accettato una decisione durissima e potenzialmente pregiudizievole per la sua carriera, senza apparentemente troppe polemiche.

Giustamente.