Diciotto (con calcio in culo)

libr-unLo stato claudicante delle Università italiane (per lo meno di alcune) è tangibile. Sia dal punto di vista burocratico che didattico, talune lacune spesso influiscono sullo stato psichico e fisico degli iscritti. Soprattutto per quanto riguarda il meridione. Un esempio: all’Università di Bologna ogni studente ha diritto ad ottenere un indirizzo mail. Nella gran parte delle materie, in qualsiasi facoltà, a Bari o Napoli è pressoché impossibile prenotarsi via telematica per sostenere un esame. O persino conoscere date senza dover necessariamente viaggiare (perché all’Università vanno anche pendolari) o comunque recarsi in loco.

Il dato è fornito proprio dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, che pubblica una graduatoria degli Atenei pubblici a seconda dei singoli stati qualitativi. Ad eccezione di Parma e Brescia, sono tutti centro-meridionali gli istituti elencati in negativo secondo gli standard. Insomma, pochi sono quelli realmente evoluti negli ultimi mesi. E, in base a questa speciale classifica, basata comunque su parametri statistici interessanti (quali l’incentivo a studio e ricerca), sono stati stanziati fondi in proporzione all’ “eccellenza”.

Quindi, secondo la logica del dicastero, un’Università migliore merita più finanziamenti. Gli ultimi posti, invece, dovranno subire un aggravio sulle entrate. Dopotutto, per ogni classifica che si rispetti, il miglior piazzato alza la coppa. Chi non riesce a scalare la graduatoria, invece, solitamente è destinato alla retrocessione, se non al fallimento. Però in questo caso si parla di Pubbliche Amministrazioni, non certo di ranking tennistici o campionati di calcio.

Il diritto allo studio è talmente indispensabile da essere tutelato dalla Costituzione (artt. 33 e 34). Tagliare i fondi nei confronti di alcune accademie metterebbe a repentaglio tale status per molti studenti: non si può escludere che un ente universitario sia poi costretto a vendere immobili pur di mantenere un bilancio in pari; nel caso contrario, un rischio chiusura non sarebbe poi così improbabile. Di conseguenza, favorendo Atenei già dotati di strutture, biblioteche, edifici e strumenti didattici, verranno penalizzati gli altri già in crisi, snobbati spesso per una cattiva fama che aleggia sulle facoltà.

Poco meno di un anno fa, la Legge 133 tolse 1.441,5 milioni di € alle Università (con ovvie proteste). Come se non bastasse, lo stesso provvedimento prevede anche la parziale privatizzazione delle stesse. Senza libri, computer, personale disponibile e “motivatori” (un ragazzo stimolato è un ragazzo contento…), come sarà mai possibile recuperare il gap con i collegi esteri? Poi in molti piangono quando ricercatori fuggono letteralmente dall’Italia.

La possibilità che si creino Università “a due velocità” (o di Serie A e B, o di élite e standard…) è dunque concreta. Quelle di eccellenza rimarranno le medesime, al contrario di altrettante che disporranno di risorse irrisorie, ergo un minor numero di mezzi e di specializzazioni. Una curiosità: chi ha steso il provvedimento si è recentemente recato di persona nei siti accademici?

Sarebbe triste osservare laureati in giurisprudenza, magari con incarichi istituzionali, che ignorano, per dire, le discipline circa la tutela dei beni culturali… Eppure potrebbe capitare anche questo.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...