Nuovi ideali

(da “Il Campanile” n° 4-2009; in uscita il 1° agosto)

Se c’è qualcosa che spaventa una generazione compresa tra i 18 e 25 anni, più di un videogioco horror dove il nemico piomba alle spalle, quella è la politica. Almeno in gran parte dei ragazzi. Ma perché la sola parola “politica” crea questa specie di disagio, anche dopo il periodo elettorale?

Basta chiedere in giro. Un parere sull’onorevole X o sul senatore Y genera questo tipo di risposta: “cè m’n’ freg’ a maj”, traslitterato dal pugliese. In pratica, il “non mi interessa la politica” è spesso usato, almeno nella nostra realtà. Ma bastano un paio di parole ascoltate alla TV, o ad un comizio, o dai genitori a tavola per convincere un adolescente ad esprimere preferenze positive o negative verso una determinata persona. Quando gli si chiede il “perché” di una predilezione verso quel politico di sinistra, centro o destra, le risposte però sono di frequente vaghe, per non dire imbarazzanti. Purtroppo ci si trova in una realtà dove ragazzi apparentemente preparatissimi, dagli 8 e 9 in molte materie nelle scuole superiori, ignorano il motivo per cui si festeggia il 2 giugno (come descritto da un caro amico nel precedente numero del giornale, n.d.r.) o qual è l’anniversario che ricorre il 25 aprile. Non sono dati a caso.

Se l’oratore sorridente o ingrigito compare sugli schermi, per sillogismo rappresenta “quella lista su cui bisogna mettere la X”. Questo comportamento è figlio di una mancanza di educazione alla politica, soprattutto da parte delle istituzioni. I simboli colorati che compaiono sulle schede non dovrebbero rappresentare i singoli. Molti partiti hanno adottato questo stratagemma, posizionando il nome del loro candidato principale in primo piano e sui loghi. Soluzione discutibile: non perché lo scrive un pinco pallino qualsiasi, come il sottoscritto. Ma perché dovrebbe insegnarlo la storia. Ora il mondo politico italiano rotea intorno ai vari – per citare i maggiori esponenti – Berlusconi, Casini, Franceschini. Se si domandasse a qualche ragazzo cosa racchiudevano quelle strane sigle come PSI, PCI, DC, MSI, in pochi saprebbero rispondere. Erano Partiti, con la “P” volutamente maiuscola. Rappresentavano ciò che era davvero al centro: l’ideale. Nel corso degli anni, specie dopo il periodo chiamato Tangentopoli (che meriterebbe un discorso a parte), il concetto di ideale è passato in secondo piano, dando largo spazio agli individualismi. Se prima accadeva molto di rado vedere un onorevole passare da un lato all’altro della barricata, ora capita che qualcuno, poco soddisfatto del suo schieramento, aderisca a programmi che, pochi giorni prima, insultava apertamente.

Il discorso non cambia: chiedere quale sia la corrente perseguita da un determinato leader di partito è spesso tabù. “Che ne so, mi piace e lo voto”. Senza neanche conoscere l’obiettivo su cui si punta. Una volta il comunista era colui che cercava di porre gli strumenti del lavoro per chiunque, il democristiano rispettava i valori della famiglia basata sul credo, il nazionalista era quello che anteponeva ad altro l’amore per la patria. Concetti distinti ma complementari. Dottrine diverse usate per seguire uno scopo comune, sintetizzato nell’art. 1 della nostra Costituzione. Ora questi concetti sono vittime dei revisionismi, magari in buona fede, di giornalisti ed esperti del settore. Spesso e volentieri questi termini sono stati paragonati ad offese. Peccato, erano parole che riunivano solo dei pensieri. Diversi ma accomunati dalla rincorsa al fabbisogno (autentico) dei cittadini. Non di certo avevano intenzione di soddisfare l’ego di pochi eletti.

D’altro canto, vi sono giovani interessati alla politica, non solo nelle nostre zone. Tant’è vero che, ad esempio, sono nati partiti che pongono il ragazzo in primo piano, che dev’essere ascoltato e avere voce in capitolo negli enti. Quindi movimenti “trasversali” che potrebbero persino fondersi (inseguono lo stesso obiettivo!). Che, teoricamente, in quanto tali, dovrebbero correre da soli e non accostarsi alle altrui identità (personali e idealiste). Invece aderiscono alla politica di quel candidato che gli dà ascolto per primo, perché “se una volta la politica era ideale, oggi è compromesso”. A discapito delle idee, originali ed estrose, di “gioventù e imparzialità”. Senza alcuna polemica, sono interpretazioni diverse dell’arte di governare la società.

Riassumendo, fino a quando la politica rimarrà viziata, chi si avvicina al mondo adulto avrà una visione corrotta o distorta di questa fattispecie. La comunanza di idee garantiva l’associazione. Erano gli aderenti a “reggere” la sopravvivenza di essa. Nella stragrande maggioranza dei casi, invece, ora si va verso quella corrente perché “quella persona può dare”. Dalle semplici garanzie ad un’occupazione, da una promessa al denaro. Sfortunatamente è l’interesse personale ad avere la meglio su quello pubblico. Eppure è la persona che deve abbracciare il valore; non è l’ideale che dev’essere sfruttato ad uso, consumo e “occasione giusta” dai soggetti.

Sarà triste, ma la cronaca racconta che qualcuno, spesso, vende la propria dignità. Come? Mettendo una crocetta in cambio di qualche manciata di euro utile per comprare un pacchetto di sigarette. Nessuna sorpresa: dal mondo che pone continuamente le proprie attenzioni sulle liti effimere in certi programmi televisivi, piuttosto che “sulla noiosa storia”, ci si può aspettare di tutto.

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