“Guerra è pace”

tankofreakSfortunatamente, una frase scritta l’11 settembre scorso in questo blog si è rivelata poi profetica: altrettanti sono i ragazzi partiti alla volta dell’altro lato del globo per combattere talune tirannie e oligarchie […], rischiando ogni giorno la vita. Quella che perdono quotidianamente decine di civili. Per stanare gli aggressori, l’uso della forza sarebbe concesso.

Ieri, in Afghanistan, sei militari italiani sono morti in un attentato. Altri 4 sono rimasti feriti. Il bilancio è parziale, perché con quei soldati (che non sono diversi da quelli di altre nazioni) sono morti anche 15 cittadini di Kabul e ricoverate altre 55 persone inermi. Non servono troppe parole per descrivere la tragedia. Ma è una “enne” delle innumerevoli accadute in quei luoghi fino a ieri e che non hanno coinvolto unicamente contingenti del nostro Stato. Quella zona dell’Asia diventa una cassa di risonanza quando bisogna piangere le bare avvolte da una bandiera tricolore. Come ovvio che sia.

“Si dice” che quei ragazzi siano lì in nome della libertà, per divenire portatori di democrazia in uno Stato che ne conosce ben poca. Per una cosiddetta “missione di pace”. Come ha pensato qualcuno, “non importa se per soldi o per patriottismo”; difatti non serve saperlo. Per causa meramente personale, per far vivere “bene” la propria famiglia distante migliaia di chilometri o per ossequio all’amore viscerale per la terra natìa. Ciò li rende umani, non eroi. Strano a dirsi, ma per ottenere la pace serve la guerra: postulato, questo, imprescindibile. Per tale ragione è ossimorico parlare di “missione di pace”: tale potrebbe essere un raduno di volontari, come coloro che costruiscono protesi in loco, ovvero offrono soccorso in condizioni ostiche (Emergency, Medici Senza Frontiere, la stessa CRI non sono utopie…). Si può pensare che questo paragone emerso sia una cazzata, ma è difficile davvero pensare ad un “mondo di rose e fiori” mentre si impugnano pistole o si caricano candelotti di dinamite su una Toyota Corolla.

Cambiando scenario, in questi casi l’opinione pubblica è emotivamente coinvolta e ora ha possibilità di condividere il proprio stato d’animo e mostrarlo più di prima. Su Facebook, per onorare gli ultimi caduti, sono stati creati “gruppi” appositi. Alcuni utenti, nei loro post, hanno parlato di “nostra libertà” (non quella del popolo afghano?); altri hanno inveito contro le istituzioni, invocando l’immediato rientro delle truppe; altrettanti hanno fatto virtualmente il saluto romano, elogiando “i Camerati” (sic*) morti. Abbreviando il tutto, la vicenda è stata politicizzata. Quando serviva il silenzio, seppure in buona fede, una triste pagina del ricco diario italiano è diventata oggetto di ricostruzioni utili al litigio e alla limpida strumentalizzazione (e, per una speculazione, non è indispensabile il fine di lucro).

Mettendola sul politico, si potrebbe anche riflettere sulla presenza proprio in Afghanistan pure delle forze ONU e NATO. L’operazione Enduring Freedom, voluta dagli USA, è durata più di ogni rosea prospettiva. E dire che non doveva essere “un nuovo Vietnam“. È altresì vero che un buon numero di uomini e mezzi è sparso per l’intero pianeta: dal Libano al Sudan, dalla Somalia alla Birmania. Sono Stati che vivono in “emergenza democratica”, ma su di essi non si è sviluppato lo stesso clamore mediatico che ha coinvolto gli altopiani a sud della Russia. Quindi ci si chiede, ad esempio, perché mai non siano state prese iniziative strategiche verso l’Iran o la Corea del Nord, dato che non emergono fattori sempre rassicuranti dai rapporti degli ispettori delle Organizzazioni Internazionali già citate.

Come risposta, frammentaria, bastano altri sei cadaveri da consegnare nelle mani di famiglie straziate.

* C’è da domandarsi come sia nato – stando al commento di cui sopra – l’assioma “soldato italiano = simpatizzante fascista”.

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