Calza a pennello!

socksQuando il freddo sancisce l’inizio delle stagioni autunno-inverno, ci si chiude in casa davanti alla TV. Inevitabilmente. Altrettanto inevitabilmente, mentre il buon quiz-show serale o le litigate “De Filippiche” scorrono sullo schermo, nel momento di massima suspence viene interrotta la trasmissione. Sostituita da minuti e minuti di pubblicità. OK, preambolo superfluo. Qualcuno avrà notato che gli spot, oltre ad un volume più alto del sonoro (ah, l’anima del commercio…), presentano contenuti a volte provocatori e, allo stesso tempo, persuasivi. Logica del mercato: un oggetto del desiderio attira l’attenzione. Quello che predilige un pubblico maschile è l’immancabile corpo femminile, e viceversa.

Sono poche le industrie che sponsorizzano i propri prodotti nello stile del “Carosello” (ad esempio Cynar, dove Ernesto Calindri viene sostituito quarant’anni dopo in chiave moderna dagli “Elii”) e sempre più di rado si vedono “famigliole allegre” o buoni sentimenti galoppanti. Anche questa è modernità. Come non ricordare le scoregge da contorno agli orologi di Dolce & Gabbana o i peti degli scoiattoli golosi di chewing-gum?

Per essere un tantino più moralisti, vedere culi sodi e/o bicipiti scolpiti o ascoltare flatulenze e rutti liberi in prima serata non è il massimo, nello specifico per bambini e anziani. Soprattutto se e quando i soggetti sono completamente fuori contesto. Cosa c’entra il silicone (sigillante) con le tette una ragazza nuda nella doccia? Alzi la mano, però, chi non si è mai fermato a guardare filmati che vedono gambe e seni (o pettorali e “pacchi”) nel ruolo di protagonisti. Proprio in questi giorni, guarda caso, è una pubblicità promossa da un’azienda di biancheria intima a scatenare il putiferio popolare e persino politico.

Non per acclarato feticismo o volgarità gratuite, come è accaduto in altri casi. Bensì per l’inno nazionale presente nella clip. Introdotta da “sorelle d’italia” e cantata lentamente da una donna, la composizione di Mameli sarebbe stata “messa letteralmente sotto i piedi”, stando ai commenti di alcuni esponenti istituzionali. L’aspra critica non è da intendersi come un attacco verso il sesso femminile o i relativi capi di abbigliamento (ci mancherebbe!), ma sull’abuso della marcia che accompagna eventi ed atleti. Rapportando, la donna svestita nella doccia sta al collante come il “canto degli italiani” sta ai collant. Non è nella “e” mancante la differenza.

È sacrosantamente vero che ci sono maggiori interessi da curare e che hanno logica priorità maggiore rispetto ad uno spezzone di 45 secondi che passa in rotazione solo in questo periodo. Di conseguenza, è alta la probabilità che qualcuno possa risentirsi ed inveire, al di là dell’ideale nazionalista, sull’uso dubbio (e di dubbio gusto) di testo e canzone. Tre anni fa, Vasco Rossi si lamentò a posteriori quando, per lanciare la Nuova Punto, la FIAT snaturò, dal suo punto di vista, “Senza Parole“*. Stessa sensazione sortita da un buon manipolo di italiani: fornisce sensibilità diverse ascoltare il proprio inno, modificato, fare da sottofondo ad attrici intente nell’atto di “tirare la calzetta” o, al contrario, durante una pomposa manifestazione, nella quale la gente meccanicamente porta al cuore la mano destra.

Strano che un imprenditore non immagini alcune conseguenze. Anche economiche.

*A margine, ora lui “covera” i Radiohead

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