Rumoroso silenzio

Dura proseguire con ordine.

È pacifico che la situazione politica italiana non viva bellissimi momenti. L’opposizione è perennemente vittima di contrasti interni, lotte più o meno intestine e separazioni non propriamente consensuali, anche a livello locale. D’altro canto, la maggioranza non se la passa altrettanto meglio, nonostante ogni giorno qualcuno cerca di gettare acqua sul fuoco. O sulla fiamma.

Ulteriori scintille sono schizzate, più di recente, per la discussione del ddl sulla riforma del processo penale, firmato da noti esponenti di PdL e Lega (come Quagliariello, Bricolo e Gasparri) e supervisionato da Ghedini. In appena 3 articoli verrebbe cancellato uno dei dubbi dottrinali che sempre ha afflitto i giuristi: la “ragionevole durata del processo”, stabilita definitivamente in 2 anni per ogni singolo grado (salvo particolari eccezioni). In breve, durata sforata = estinzione del processo. Questa regola vale per tutti i giudizi la cui pena finale risulta essere fino a 10 anni di reclusione per il reo, eccezion fatta, in ogni caso, per le fattispecie di “associazione per delinquere, incendio, pornografia minorile, sequestro di persona, atti persecutori, circonvenzione di persone incapaci, violazione delle norme relative alla prevenzione degli infortuni e all’igiene sul lavoro e delle norme in materia di circolazione stradale, reati previsti nel testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero e traffico illecito di rifiuti”.

Confrontando la nascenda legislazione con la cosiddetta “blocca-processi” (proposta anch’essa da Niccolò Ghedini nell’estate 2008), le differenze non sono poi così tante. Nel caso di cui sopra si legittimerebbero le attuazioni dell’art. 111 Cost. (quello della “ragionevole durata”, appunto) e dell’art. 6 della Convenzione Europea dei diritti umani, contrariamente alla precedente pronuncia, sparita di punto in bianco dai dibattiti, ma aspramente contestata dal CSM proprio (guarda caso) sull’antinomia nei confronti della solita “ragionevole durata”. Correzioni o no, sta di fatto che, se il testo dovesse divenire legge, è molto difficile che procedimenti più intricati (Calciopoli? Fondi Cirio? Corruzione Mills?) riescano a rientrare nei termini ed arrivare a conclusione, per la quantità di atti, perizie o testimonianze da analizzare.

Infatti, se persino Gaetano Pecorella, uno dei legali del nostro attuale premier, dichiara la propria opposizione all’atto così come formulato, qualche interrogativo dovrebbe sorgere. L’altra onorevole avvocatessa, Giulia Bongiorno, si è mostrata molto perplessa. Per mettere a tacere i dubbi del Presidente della Camera, poi, è stato necessario un summit tra i vertici. Chi dà garanzie è il Guardasigilli Alfano, che promette: «Andrà in prescrizione solo l’1% dei processi pendenti». Ma, «a causa della particolare complessità della materia è molto difficile avere stime più precise». Rispetto per il Ministro, però su quale basi concrete riesce a tirare queste statistiche?

Di conseguenza, è deducibile che tra i fondatori effettivi del PdL, tra i sinistri (in senso lato) silenzi del mentore, ci siano alcuni disaccordi. Addirittura illustri rappresentanti del partito hanno rilasciato alla stampa lugubri ipotesi di elezioni anticipate se la maretta dovesse continuare. Il Capo del Governo, a questo punto, è costretto ad intervenire in prima persona, smentendo, tramite una nota, tutte le voci.

Cicchitto abbraccia subito le frasi del Presidente del Consiglio: onde evitare rischi, è indispensabile chiudere «la ricreazione delle parole in libertà e del fuoco amico». Ma non si parlava del “Popolo della Libertà”? Per giungere a misure tanto drastiche, evidentemente, i battibecchi rischiano di divenire fratture e un “tutti a casa” per Camere ed Esecutivo non converrebbe all’intero Stato, a prescindere. L’altra patata bollente, concausa scatenante dei confronti tra blocchi del centro-destra, riguarda Nicola Cosentino, sottosegretario all’Economia e nella lista dei possibili candidati al governatorato della Campania, accusato di collusioni camorristiche.

Anche in questo frangente Fini ha esposto la propria contrarietà alla corsa del politico casertano. Subito è stato seguito da un nutrito gruppo di parlamentari. In tutto questo, nel salotto buono di Rai Uno e tramite la carta stampata, Cosentino trasuda fermezza, nonché fiducia rivolta ad una sola persona: «Rimango al mio posto: solo il Primo Ministro può decidere sul mio destino personale ma anche su quello della Campania». Le mozioni di sfiducia, quindi, non lo tangerebbero minimamente, al momento, così come le opinioni diverse nel suo schieramento. Per ora, comunque, chi decide del “suo destino personale” rimane nuovamente muto.

Pensando all’ultim’ora dell’uom fatale?

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