Un fuoco dentro

È sempre meglio attendere informazioni più certe, prima di pronunciare pareri basati unicamente su indiscrezioni. La cronaca, al contrario di blogger dilettanti od editorialisti professionisti, deve raccontare i fatti con distanza, controllo e, nel contempo, massima attenzione. Le approssimazioni portano a revisioni, ricostruzioni fallaci e altre amenità.

Premettendo questo, è stato meglio aspettare un po’ prima di scrivere qualcosa sulla morte di Brenda. Transessuale brasiliano, il suo vero nome era Wendell Mendes Paes. Avrebbe compiuto il 28 di questo mese 32 anni. Per sua sfortuna, era rimasto coinvolto nelle vicende relative ai “passatempi” di Marrazzo. Tuttora le circostanze che hanno portato alla fine di Brenda sono avvolte da un velo di incertezza. Innanzitutto, qualche settimana fa rimase vittima di un’aggressione poco chiara. Avrebbe dato in escandescenze davanti alle forze dell’ordine giunte sul posto e pure nei confronti dei medici. Testimonianze affermano che bevesse alcolici con frequenza. A parte ciò, evidentemente questo clamore le aveva procurato uno stato emotivo tale da indurla a lasciare la città: altrimenti non si spiegherebbero le due valigie pronte nell’appartamento mezzo bruciato.

Già, perché – stando al rapporto dell’autopsia – il trans non avrebbe fatto in tempo a lasciare il locale avvolto dalle fiamme, rimanendo asfissiato (e non carbonizzato, come le agenzie avevano riportato inizialmente). Brenda è la seconda morte “sospetta”, dopo quella del pusher Cafasso a settembre (quindi prima che il giallo venisse a galla), vicino agli stessi ambienti. Tra le ipotesi considerate dagli inquirenti vi è quella del suicidio.

Dato, quest’ultimo, su cui riflettere: perché un aspirante suicida prepara i bagagli e preferisce dar fuoco alla casa (piuttosto che usare altri metodi), risparmiando però il PC? Già, il portatile. I PM rivelano che, nell’ultima perquisizione effettuata nel monolocale dove viveva il sudamericano, il computer non c’era. Invece ora, nel bel mezzo di fuoco e fumo, viene ritrovato un laptop – praticamente – a bagnomaria nel lavabo. Se vi fossero mai delle prove compromettenti (tipo un presunto secondo video), un grosso falò le avrebbe completamente distrutte. È risaputo che, con le nuove tecnologie (e un comune phon…), recuperare dati da hardware “annacquati” è prassi.

Per giungere a queste conclusioni, la stampa ha impiegato diversi giorni. Eppure bastava dare un’occhiata alle foto (o direttamente al luogo della tragedia), oppure leggere i referti degli inquirenti per trarre alcune conclusioni. Ora si indaga sull’assenza di cellulari di ultima generazione, magari usati per riprendere qualcosa o scattare foto. Accanto al cadavere, invece, pare che sia stato ritrovato solo un telefonino con memoria quasi vuota.

Non sono stati presi in considerazione altri potenziali indizi. Il whishy è alcool. Ciò nonostante, le bottiglie non sembra che abbiano risentito del calore. Segno che il seminterrato era stato incendiato in un tempo utile per soffocare il trans, deceduto prima dell’arrivo dei primi soccorsi. Infatti, nè sembrano essere stati lambiti il tendone o quel nuovissimo televisore a schermo piatto, antitetico in un “sottano” di una ventina di metri quadri. Può darsi che avesse fiducia nelle persone, tanto da diffondere le chiavi dell’abitazione a molti. Si vedrà.

In breve, le incongruenze presenti sulla scena del delitto sono palesi. Certezze poche. Quello che pareva essere un altro scandalo incuneatosi nel mondo politico diventa l’ennesimo capitolo di una fiction mediatica e inquietante. Una versione casereccia ed enigmatica di un romanzo investigativo stile Conan Doyle. Solo che, in quei casi, la trama è più ordinata.

Aggiornamento (23:34): Bruno Vespa, tanto per cambiare, offre un altro plastico.

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