Tutti in attacco

Il gruppo ultras juventino dei “Drughi”, negli ultimi giorni dell’aprile scorso, lasciò questa dichiarazione sul proprio sito ufficiale:

E’ chiaro che per deconcentrare una persona psicologicamente debole, si cerca di colpirla dove soffre di più, in questo caso, per il signor Barwuah il colore della pelle unita alle sue origini, inteso come concepimento da parte di due genitori ghanesi, e non italiani, era un modo, da parte di tutto lo stadio, per tentare di innervosirlo e renderlo innocuo. Teniamo a ricordare che nelle nostre fila milita un certo Momo Sissoko, campione d’ebano che teniamo nel cuore e siamo orgogliosi che indossi la nostra Maglia. Questo per far capire che il razzismo non c’entra ma si è trattato solo di un modo, magari discutibile, di deconcentrare un avversario pericoloso.

Baruwah è il cognome originario di Mario Balotelli, giovane e “forte” attaccante interista, noto pure per i suoi atteggiamenti controversi in campo e fuori. Ah, nonostante sia italiano a tutti gli effetti, è nero. Secondo qualche frangia di spettatori, alunni indisciplinati nel seguire una lezione già impartita, avere un colore della pelle diverso è pretesto per attaccare una debolezza, un limite (di, su cosa e perché unicamente contro SuperMario non è dato saperlo). Allora, negli stadi, si risentono i cori “se saltelli, muore Balotelli” (non razzisti, ma di gusto a dir poco pessimo – in un certo qual modo scusati da qualcuno -) o, ancora peggio, “un negro non può essere italiano”, gridato nello stadio del Bordeaux, in Francia, nel corso di una competizione UEFA (che, notoriamente, ha una mano più pesante rispetto a quella del Giudice sportivo italiano – sfottò puniti “solo” con 20.000 € a carico della società -).

Ancora poco si è fatto, dunque, per evitare sugli spalti atteggiamenti di simile tenore, ed a farne le spese è il club. Certi comportamenti, come scritto da più parti, sono da scoraggiare e da sanzionare in modo esemplare. Scoprire però che il calcio, ossia uno sport, cioè un qualcosa che dovrebbe essere il collegamento tra mondi differenti, viene usato ad uso e consumo per il libero attacco lascia davvero disgustati*. Se non a fini razzisti, alcuni si sentono in dovere in diretta televisiva di dare dei “bastardi” a chi ha la colpa (che c’è, comunque) di fischiare un atleta (nel caso specifico, senza guardare quello che avviene in casa propria, Mughini?). Sicuramente non certo educatissimi, ma c’è davvero necessità di dare fuoco alle polveri e scatenare le ire di un’intera curva?

Nemmeno i politici sono (nuovamente) esenti. Una lettera aperta e firmata, pubblicata da “La Repubblica”, traccia una cronaca di un incontro memorabile per alcuni giovani. Il Ministro della Difesa La Russa è a Barcellona per assistere alla sfida tra Blaugrana e Inter. Uno dei ragazzi presenti avrebbe avuto l’ardire di pronunciare questa frase: «Salve Ministro (stringendogli la mano), spero che la partita le vada male, così come sta andando male il nostro Paese guidato dal suo Governo…». Provocazione essenzialmente ingloriosa e spavalda. Chiunque, al posto di La Russa, si sarebbe incazzato. Difatti, piccatamente, la risposta non sarebbe tardata. «Ed io spero che le venga un cancro…». Ogni commento sarebbe inutile. Non è la prima volta. Forse, più ironicamente, non per altro regge proprio quel Dicastero…

Per concludere, basta una parola: Viulenz!

*E chi vi scrive è juventino.

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