Lavoro forzato

Ecco che le ferie invernali si sono concluse per tutti. Meglio, quasi tutti: infatti sarebbe offensivo accennare per qualcuno la parola “ferie”.

Premesso questo, i primi giorni del 2010 sono stati abbastanza “tranquilli” sui vari versanti (trattasi di calma apparente: come ignorare l’attentato al Tribunale di Reggio Calabria, la rivalutazione di un latitante, la protesta degli immigrati, il ritorno immacolato del premier, dei terroristi – o presunti tali – e del campionato di calcio con mercato annesso?). Tuttavia, un dato di oggi conferma quella tendenza tutta negativa relativa alla disoccupazione. L’8,4% della popolazione attiva sul fronte dell’impiego (quindi oltre 2 milioni di abitanti) è in cerca di un posto fisso (il dato è il peggiore dal 2004). Ulteriore dimostrazione che, in contrapposizione alle garanzie pre-elettorali, non tutte le famiglie hanno potuto usufruire, sulle tavole imbandite a festa, di ciò che realmente avrebbero voluto. Effetto della crisi? Anche. Per quanto si possa obiettare, ieri, ad “AnnoZero”, il leghista Castelli ha ammesso che, di fatto, il periodo nero non è finito, nonostante il punto più basso della curva appartenga al passato (comunque troppo recente). Un punto a suo favore.

Bisogna però precisare che l’Italia regge il confronto con la media europea, equivalente sulla medesima base al 10%. Ma ciò non toglie che un paio di cifre possano aprire numerosi scenari di disordine, soprattutto in una zona cosiddetta “evoluta” del pianeta. Le persone che cercano disperatamente un guadagno onesto sono davvero tante, costrette a scendere a compromessi e bussare a qualsiasi porta. Attaccate ad ogni speranza, quasi obbligate ad affrontare pregiudizi ed ipocrisie verso questo o quello, pur di portare a casa quei quattro spiccioli utili a sopravvivere (tralasciando vizi, incoerenze ed incoscienze soggettive: fattori anche questi non di poco conto). Licenziamenti e spostamenti in cassa integrazione sono all’ordine del giorno. Si sono registrate crisi depressive per le “vittime” di tali (frequentemente inevitabili) provvedimenti, spesso culminate in omicidi e suicidi. Addirittura in sequestri di dirigenti, oltre ai più consueti scioperi, occupazioni, manifestazioni e messe in mora.

Imprese in apparenza solide (almeno, spacciate in tal modo), come Mediaset o Mondadori, entrambe appartenenti ad una ben nota holding (fondata dal nostro attuale Capo del Governo – lapalissiano… o paradossale? -), si trovano ad affrontare rispettivamente le braccia incrociate di truccatori e sarti, con conseguenze immaginabili (o forse non abbastanza), e la sospensione di oltre 250 lavoratori (e questa informazione, sia chiaro, non la scrive “l’Unità” o qualche blogger “tanto per”: le voci escono e rimbalzano). Mosse strategiche? È probabile, ma, certamente, c’è chi è rimasto con il laconico “sedere al vento”.

In mezzo a tanta precarietà, che – a quanto pare – vede coinvolte persino gestioni molto vicine al Presidente del Consiglio dello Stivale, cosa ci si può aspettare dal domani, parafrasando una canzone dei Lùnapop del 1999? I segnali provenienti dagli ultimi sbuffi dell’anno appena trascorso sono tutt’altro che incoraggianti. I saldi delle attività commerciali rincuorano ben poco. Ci vorranno diversi anni per tornare ad un benessere condiviso. A meno che… si, certo, ecco la soluzione! L’immancabile ottimismo! Il profumo della vita…

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