Destino crudele

L’unica parola che immediatamente balza in testa pensando ad Haiti è “catastrofe”. Più o meno una sensazione simile a quella vissuta lo scorso aprile, quando a subire il terremoto è stato l’Abruzzo. Solo che, nell’italico territorio, il sisma è stato inferiore in magnitudine di oltre un punto e in durata rispetto al primo registrato al largo di Hispaniola (7.0 contro 5.8 Richter; più di un minuto contro una ventina di secondi), prima isola toccata da Colombo nel 1492, che ospita proprio lo Stato dell’epicentro e Santo Domingo.

Numerosi, nonché a breve distanza l’uno dall’altro, sono stati i movimenti tellurici susseguiti (tutti superiori ai 5 gradi di magnitudo). Molte, però, sono le differenze tra i due fenomeni. Le zone nei dintorni de L’Aquila hanno registrato, oltre agli innumerevoli danni e perdite (poi l’organizzazione di un G8), poco più di trecento vittime. Ad Haiti, a quanto pare (il bilancio è provvisorio e, sfortunatamente, in crescita), le vittime potrebbero arrivare a trecento… per mille, se non di più. La città più colpita è stata la capitale Port-Au-Prince, che di abitanti ne registra 1 milione e 700mila: circa un sesto dell’intera popolazione creola. Che, obiettivamente, è parecchio – passando la licenza – sfigata. Circa 300 anni fa, l’isola subì un altro devastante sciame, perfino più “spettacolare“. Perennemente piegato da schiavitù, colonialismi e, più recentemente, dittature e colpi di Stato, il Paese caraibico non ha mai avuto una svolta economica positiva, contrariamente ai confinanti dominicani. L’interesse di Stati Uniti e Chiesa cattolica (unito a quelle di organizzazioni umanitarie di livello mondiale come no) è, quindi, valso a ben poco, lasciando la nazione, nota principalmente per la pratica del voodoo, in preda alla povertà.

Nel 2004 anche un uragano colpisce gli haitiani, sconvolgendo ulteriormente le speranze di una popolazione già in estrema difficoltà. Che oggi, ulteriormente piegata, tenta di dare degna sepoltura ai cadaveri (nell’immediato lasciati all’aria aperta) e rimuovere le macerie della città più rappresentativa completamente rasa al suolo (anche Duomo e Palazzo Presidenziale non hanno retto, senza contare i classici ospedali, scuole ed edifici pubblici), provando, con una probabilità vicinissima all’impossibile, ad evitare carestie, epidemie e saccheggi. Paragonando, dunque, questi problemi con quelli abruzzesi, si giunge alla facile conclusione che non è il numero di deceduti a “fare”, in senso stretto, una tragedia. Ma affrontare situazioni di emergenza in un ambito più avanzato e progredito è più agevole che aiutare una civiltà nella totale oscurità, in tutti i sensi (le comunicazioni sono state impossibili per molto tempo sulla parte occidentale dell’isola).

Per l’Abruzzo vi sono state raccolte fondi, tam tam mediatico, trasmissioni televisive ad hoc culminate con una consegna di case, fonte di molti dubbi (con un occhio ai dati Auditel, per chi se lo fosse dimenticato), e persino una emotiva canzone su misura, eseguita dai nomi più celebri della musica italiana. Complessivamente, e più umanamente, tutte manifestazioni sacrosante e sentite, soprattutto per il colpo al cuore subito dalle nostre comunità in primis. Tuttora sono moltissime le famiglie in stato di bisogno, costrette ancora ad alloggiare presso parenti, in albergo o, peggio, nelle tende e nei container (chissà se qualche specifico “riccone” ha prestato le sue dimore, nel frattempo…).

Stop. Per la strage in atto a migliaia di chilometri da qui, invece, quanto davvero importerà ai mass-media? Per quanto ne parlerà l’opinione pubblica? Quanto si farà in realtà? Per quanto tempo i cosiddetti “potenti” saranno presenti nelle zone calde, dato che Haiti, già in precedenza funestata da altre calamità naturali e umane, non ha nemmeno l’ombra di una Protezione Civile e si ritrova con la sede ONU collassata? Noi, piccoli ammassi informi nelle mani di pochi eletti, staremo a guardare le scene, con tristezza e angoscia, davanti al televisore. Sperando che non ci abbandoni all’ignavia.

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