Craxi, via

Gli imbecilli a sinistra, i grandi statisti a destra… Craxi, dove cazzo va!? (R. Benigni, Il Giudizio Universale)

Molti non sanno. Non possono sapere, anche perché, tendenzialmente, erano troppo piccoli per ricordare. Probabilmente, non sapranno mai.

Però, se in TV vengono pronunciate frasi come «Craxi è stato trasformato in un capro espiatorio […], va già ricordato oggi come uno statista», nella fattispecie dal direttore del TG1, Minzolini, durante un ormai epico editoriale (intitolabile benissimo “La storia secondo me” – passata, però, come oggettiva agli occhi degli spettatori -), è quasi naturale che, nell’opinione pubblica, la figura del fu Bettino Craxi, morto in quel di Hammamet (Tunisia) il 19 gennaio del 2000 all’età di 65 anni, sia paragonabile a quella di un “martire della libertà”. Di uno che ha lasciato il proprio Paese per non essere perseguitato dalla sua in-giustizia. Ma chi era questo famigerato Bettino Craxi, su cui sorgono speciali televisivi in prima serata al posto di Voyager (sic), e su cui i media si stanno scomodando così tanto?

Ieri…

Meglio iniziare dalla fine. «La mia libertà equivale alla mia vita». È l’epitaffio che compare sulla lapide, rivolta verso l’Italia e affacciata sul Mediterraneo, che conserva le spoglie del politico sulla costa nordafricana. Parole azzeccate: non ha mai vissuto un giorno da recluso. Ma quasi duemila da latitante si, seppur in compagnia di gravi patologie. Craxi, infatti, conclude di fatto la sua avventura ai vertici dello Stato con un “toccante” discorso in un’accondiscendente Camera dei Deputati (che negò l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti), funestata dalle vicende di “Mani pulite”, il 29 aprile del 1993. Una volta coinvolto nelle indagini (molte furono le informazioni di garanzia recapitategli), il segretario del Partito Socialista Italiano svelò l’ “opportunità” dei finanziamenti illeciti dei partiti, uscendo definitivamente allo scoperto e accusando generalmente il mondo dei Palazzi. Il giorno dopo, Craxi fu accolto da una pioggia di monetine, lanciate da una folla inferocita, sentitasi tradita dai suoi governatori.

Gli gridavano di tutto, chiamandolo persino «Ladro!». Eppure proprio lui aveva disconosciuto, definendolo “mariuolo”, Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio e membro proprio del PSI milanese, nonché iniziatore dell’inchiesta che sconquassò la Prima Repubblica (venne arrestato in flagranza di reato, intento ad intascare una tangente). In pochi attimi, l’Italia intera cancellava con cognizione di causa gli anni in cui era stato Presidente del Consiglio, la gestione della cosiddetta Crisi di Sigonella, il rinnovamento dei Patti Lateranensi, il taglio della “Scala mobile” (in termini molto semplicistici, la crescita degli stipendi proporzionalmente all’inflazione), il disconoscimento di “falce e martello” da parte del “Garofano”. Nonché i controversi condoni urbanistici meneghini e i decreti sulle televisioni, che, tra gli altri, agevolarono un ben noto imprenditore e Presidente del Consiglio (si: proprio lui).

Comunque, per quanti dubbi potessero aprirsi sulle mosse compiute dai Governi gestiti dal leader socialista, che per la prima volta interrompeva un dominio della DC in quasi quarant’anni di storia Repubblicana, tutto o quasi veniva rimosso, almeno nei frangenti concitati di una fuga all’estero. Molti “nani e ballerine”, così definiti da Rino Formica (altro membro del PSI, più volte Ministro), voltarono le spalle allo storico segretario, mentre veniva condannato in contumacia più e più volte. Lasciò in eredità un Partito Socialista scioltosi come la neve al sole (meno caldo di quello africano). I due figli, Stefania e Bobo, hanno seguito le stesse orme. Ora si ritrovano seduti in opposti schieramenti: la prima affianca il vecchio amico del padre.

…e oggi

Tirando un bilancio della cronaca sommaria, talmente vasta da essere difficilmente catalogabile persino in un’enciclopedia, Craxi, ex giovane rampante dei Socialisti di Nenni, è responsabile, indiscutibilmente, di cambiamenti importanti per l’Italia, nel bene e nel male. Ma, inchinatosi (al pari di altri) a “vizi e virtù” della tracotanza dei potenti (spesso stereotipata dalle satire), è stato inglobato in quella massa oscura partorita da quel male diffuso. Ha preferito fuggire, rifiutando di prendere una situazione ancora più di petto e, magari, uscire dall’onta con più dignità. La stessa che non hanno avuto nemmeno, per esempio, Cagliari o Gardini, imprenditori vicini agli ambienti craxiani e travolti da Tangentopoli, che scelsero la strada del suicidio. Perché, è indispensabile ricordarlo, la morte non rivaluta sempre le persone.

Secondo qualcuno, nel particolare un altro ex socialista una volta iscritto alla P2, Craxi è «un gigante, un pezzo della storia del Paese». Diviene “intoccabile”, sarebbe “indegno e volgare criminalizzarlo” (oggi). Altri, più a sinistra, hanno pensato che fu addirittura più innovatore di Berlinguer. Per un Divo, antico rivale, che ha appena tagliato il traguardo dei 91 anni, invece, «amava la nostra Patria e ha fatto tutto quello che poteva per aiutarla».

Quanti attestati, dieci anni dopo. Lui non ha potuto nemmeno vedere le lacrime dei tre Ministri giunti col Tricolore sulla sua tomba in territorio straniero. “Un gigante”, infatti, se fosse stato innovatore e, soprattutto, amante della Patria, come esposto dai ben pensanti di cui sopra, non l’avrebbe mai e poi mai tradita con bugie, iniziali ipocrisie e veri e propri furti, pubblicamente confessati in Procura e non. Tantomeno avrebbe fatto le valigie.

Negli ultimi giorni, i sindaci delle due maggiori città italiane vorrebbero dedicargli strade, sulla falsa riga di quanto fatto in altri comuni. Eppure, in quel focoso 1993, il Movimento Sociale Italiano, nelle cui liste il giovane Gianni Alemanno era stato eletto al consiglio regionale laziale, insultava platealmente “gli imbroglioni”. La signora Letizia Brichetto Arnaboldi in Moratti, al contrario, era una manager rampante, ancora estranea alle vicende politiche.

Forse per questo, stavolta, a finire in una virtuale soffitta sono doli e colpe. Magari quelle vanno a certi magistrati, artefici materiali di sconvolgenti martirii. Dopotutto, i meriti devono essere doverosamente esaltati. Esempi? Una volta, quando c’era Lui, “i treni arrivavano in orario”; il Führer rese grande la Germania…

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