Tempi di merda

Piero Manzoni - Merda d'artista - 1961, Collezioni varie

In alcune regioni del sud Italia vigeva un motto: “mazz e’ panell’ fann’ li figghj bell’ “. Questo sproloquio, intraducibile per i comuni mortali, soleva significare che il sempre caro ceffone, di nonni e genitori, educava la prole meglio di qualsiasi altra parola. Moralisti e non, nel corso degli anni, hanno capito che la violenza, specie sulle piccole creature, non è poi così stimabile. I pedagogisti, in primo luogo, hanno dunque messo a punto stili e teorie sulla crescita del fanciullo, tali da evitare i contatti fisici che lasciavano concretamente il segno (e facevano versare fiumi di lacrime).

Scagli la biblica prima pietra chi non ha mai assistito a scene come quella che sta per illustrarsi, trattenendo a stento l’invettiva o l’uso della forza. Supermercato: un bambino di cinque anni passeggia tra gli scaffali, mano nella mano, con la madre. Una volta giunti in prossimità della cassa, lo sguardo della docile creatura squadra curioso una massa di ovetti di cioccolata con più latte e meno cacao. La voce del pargolo diventa un crescendo: dall’insistito “mamma, me lo compri?” al “MAMMA, VOGLIO QUELLO”, culminato, all’ennesimo niet della genitrice – che aveva con sé soldi contati per comprare beni di prima necessità – con un pianto della forza di un boom sonico. Nell’imbarazzo generale e con gli sguardi dei presenti addosso, la signora sibila un impercettibile “smettila”, mentre il frutto del suo amore sbatte i piedi, continuando a frignare.

I tempi cambiano. In generale, chi è nato negli anni 2000 difficilmente prenderà sonori scapaccioni, per motivi legali ed etici. In verità, per quel poco che rimane con i parenti superimpegnati, viene anche abbastanza viziato (balocchi e dolcetti). Meno di vent’anni fa, se fosse mai stata avanzata una simile richiesta all’interno di un luogo affollato, come regalo sarebbe arrivato, ad una velocità non troppo moderata, il palmo della mano stampato sulla guancia. Basti pensare che, ancora prima, c’erano scudisciate e cinghiate. Insomma, metodi diversi. Nell’applicazione scolastica, se prima i maestri non avevano remore – anzi, venivano incitati – ad usare la bacchetta, ora devono temere l’ira funesta dei tutori dei discoli. Sicuramente non bisogna eccedere: il rimprovero è lecito, la distruzione no. Casi recenti di cronaca illustrano, purtroppo, un’aberrante realtà.

Alle porte di Novara, invece, in una scuola elementare, un alunno ha pensato bene di defecare senza tirare lo scarico (o di sporcare l’ambiente circostante di cacca, non è chiaro). Questo lampante atto di maleducazione (tale è) ha concretizzato l’incubo di ogni bidello: materia organica da ripulire. Evidentemente l’addetta alle pulizie doveva essere davvero esasperata per obbligare una decina di maschietti ad alzare grembiulini, ed abbassarre pantaloni e mutandine, mettendoli di sederino all’aria al fine di verificare chi fosse lo sporcaccione. Una volta trovato, sarebbe finita in umiliazione pubblica. Decisamente una mossa da “vecchio stampo”. Infatti, le proteste della mamma del bimbo hanno provocato l’interessamento dei media alla questione.

I contorni di quanto accaduto non sono tuttora chiari. Fatto sta che della merda, mollata da un giovincello con probabile dissenteria, a cui era stata negata precedentemente l’uscita dalla classe, galleggiava nella toilette (fuori o dentro il water, come scritto, non si sa). L’eloquente severità di maestre ed inserviente è contrapposta alle giustificazioni inorridite della donna (e alla rassegnazione del direttore didattico). Sembra incredibile, ma può capitare anche questo: delle volgari feci (cioè, dipende) potrebbero diventare parte del racconto di una citazione o querela.

Come si sarebbero comportati, tutti, fino a qualche anno fa?

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