Democratica oppressione

[per Diritto di Critica]

In virtù del cielo plumbeo che ha oscurato l’Italia (non si parla però di instabilità metereologica, bensì politica), emerge in particolar modo un dibattito su “democrazia” e “libertà”. Uno degli ultimi pareri, in ordine di tempo, proviene dal Consiglio Superiore della Magistratura. Eppure i maggiori talk-show delle reti Rai (“Mi manda RaiTre” compreso) sono stati bloccati per un mese. Applicazione della “par condicio”, si dice. Ma la misura riguarda solo le emittenti pubbliche: “Matrix”, il rotocalco generalista di Canale 5, per esempio, ieri è andato regolarmente in onda.

Il Presidente del Consiglio, come già ampiamente esposto nei precedenti episodi, si fa garante in prima persona dei diritti fondamentali suddetti. Bisogna però tener conto che lo stesso è fondatore di Mediaset e proprietario di diversi quotidiani e periodici. Non solo, il CdA della TV di Stato è composto in maggioranza da membri del partito di maggioranza. Circostanze che, per quanto si possa presumere la buona fede, pongono naturali perplessità circa l’imparzialità dei mezzi di informazione sopra elencati. Sfortunatamente, le statistiche non danno ragione all’Italia. Secondo l’ultimo rapporto di freedomhouse.org, infatti, la Penisola si attesta al 73° posto tra i Paesi con maggiore libertà di stampa, superata persino da microstati ed arcipelaghi esotici. Con un inquietante “partly free” posto a margine.

Qualcuno non ha esitato, specie di recente, a pronunciare ipotesi su dittature instaurande. Può essere, tuttavia, facilmente smentito. Sotto un habitat davvero dispotico non vi sarebbero blog o testate di opposizione; non esisterebbero diatribe tra amici nei bar per confrontare i diversi punti di vista. Nel Bel Paese, per ora, tutto questo è possibile. Almeno sulla Carta. Le sensazioni percepite, però, sono ben diverse e vanno al di là del timore riverenziale che un redattore ha per il suo direttore, per quanto sia consuetudine il “ciao” rivolto al superiore nelle sedi dei giornali.

Libertà e democrazia sono alla base della Costituzione. Sono presenti in ogni secondo delle vite degli italiani. Formalmente. Sostanzialmente chi scrive, per diletto o per mestiere, può nutrire paure. Non solo per minacce fisiche o verbali. Non solo per la violenza isolata di individui travolti da notizie scomode o a cui vengono punzecchiati interessi personali. Anche le minacce legali possono divenire uno spettro difficile da debellare. Quanto accaduto a Wikipedia, sempre a fine illustrativo, è ormai noto ai più. Un parlamentare (quota PdL) ha citato l’associazione no-profit che “pubblicizza” l’enciclopedia (comunque non responsabile dei contenuti), pretendendo la modica somma di 20 milioni di Euro per danno all’immagine, a seguito di qualche frase riportata. Atto dovuto sicuramente. Come poteva essere, parimenti, una richiesta di rettifica (o di chiarimenti) che non sembra essere mai giunta.

Il cittadino medio è colui che percepisce, a volte, informazioni non troppo chiare. È quello che non conosce la differenza tra “assoluzione” o “prescrizione”. Perché, pure se preferirà partite di calcio e “grandi fratelli” alla definizione di un lemma, non gli verrà concessa la possibilità di capire precise tematiche. Così come non sa (e non può sapere) cosa sia un “decreto interpretativo” e quali procedure vi siano dietro la presentazione di atti e documenti, ricorsi compresi.

Se il Primo Ministro, impegnato in comizi e senza contraddittorio, prevede che l’opposizione muterà le decantate “libertà” e “democrazia” in uno Stato di Polizia, l’ascoltatore, per sua natura superficiale (sia chiaro: non è una colpa), non approfondirà mai cosa sia tale status, né secondo quali certezze sia stata emessa simile profezia. Però, udendo semplicemente il tono usato per la dichiarazione, avrà timore dell’evento, certamente terrificante, così nettamente auspicato. Quando incitato a scendere in piazza (sempre sotto l’egida di “democrazia” e “libertà”), l’ignavo spettatore non rifletterà sul dato che, al potere, ci sono le stesse persone che invitano alla manifestazione per “rovesciare il regime” (come spera un Ministro, sic). Peraltro, la Storia insegna che il popolo, quando si è ribellato, ha cercato più che altro la testa dei governatori, non necessariamente di giudici, mai di minoranze.

Paradossale: costoro che promuovono questa “rivoluzione” sarebbero, anche, i portavoce dell’ottimismo e dell’amore.

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