Diffidare dagli originali

Si è concretizzato ciò che era nell’aria da molto tempo. Per la serie “giustizia ad orologeria”, lungamente illustrata da qualche notabile della politica italiana, ecco la notizia, a pochi giorni dalle elezioni, dell’arresto di Sandro Frisullo, ex vice-presidente della Regione Puglia. Tale era, infatti, prima del “rimpasto” compiuto da Vendola proprio in relazione all’inchiesta su sanità-droga-favori-escort che vedeva protagonista Tarantini, la stessa che fece venire a galla scomode verità su giri di ragazze sulla rotta (palazzinara) Bari-Roma, sull’immagine di Patrizia D’Addario e su altri scenari di facile immaginazione, sintetizzati in passato dalle cronache.

Questo “asse” coinvolgeva indistintamente membri dei principali schieramenti politici, ma l’accusa di associazione per delinquere formulata dagli inquirenti baresi nei confronti del membro del PD ha il peso di un macigno. A maggior ragione per una persona che ha come esempi di vita (almeno su Facebook) Paolo Borsellino ed Enrico Berlinguer. Non certo due simboli di illegalità. Comunque sia, buona parte del centro-sinistra ha dato il via libera all’operato dei giudici, in controtendenza rispetto alle dichiarazioni di chi governa ora (un nuovo paradosso). Una delle poche eccezioni è costituita da Nicola Latorre, che, nel salotto di Mentana – in asilo alla web tv della versione on-line del “Corriere” -, è sospettoso nei confronti del tempismo dei magistrati e spera nell’innocenza del collega. Allo stato un po’ difficile da dimostrare, sia per le prove – portate anche sulle pagine dei maggiori media – che per la misura impostagli.

Ma non v’è da sorprendersi per tanta solidarietà. Il senatore pugliese, molto vicino a D’Alema, è stato intercettato nel 2005 mentre sosteneva dialoghi “piccanti” con il principale “furbetto del quartierino“, Ricucci. Quello balzato alle cronache come Bancopoli fu un ulteriore filone che, all’epoca, sconquassò i vertici italiani. Nel complesso, Latorre sembra andare più d’accordo con la controparte rispetto alla media dei suoi “compagni”, tanto da ottenere la stima di Dell’Utri, evento particolarmente eccezionale, e aiutare chi è maggiormente in difficoltà: nella fattispecie Bocchino (PdL), nel corso di un dibattito contro Donadi dell’IdV in diretta televisiva.

Chiudendo la parentesi, il “guaio”, stavolta, è capitato dalla parte opposta a quella cui ormai il pubblico è abituato. Una lama a doppio taglio, come sovente accade per la fattispecie di Montecitorio & dintorni. Se da un lato viene fattivamente negata l’ipotesi generale che vedeva “toghe rosse” e “pretori politicizzati” ovunque, dall’altro risulta danneggiata la campagna elettorale della coalizione di centro-sinistra. Avere in famiglia pecore nere, seppur presunte, non è un fattore positivo. Soprattutto perché, oltre al “colore  di fazione sbagliato”, verrebbe lesa quella icona di onestà che lo schieramento cerca faticosamente di ritrarre da un po’ di anni.

Nell’elettorato, dunque, continua a spandersi quell’idea che non v’è differenza tra centro, destra, sinistra, sopra, sotto, est e ovest: “tanto rubano tutti”, frase tanto qualunquista quanto diffusa. Non sarà possibile debellare, o riconoscere dall’origine, le mosse sottobanco e le doppie vite che mescolano i piaceri personali agli interessi pubblici, posti da qualche elemento su un piano inferiore. Uno sforzo maggiore, e non solo di facciata, bisogna farlo. Chiedersi a posteriori i perché di disfatte e astensionismo è retorico.

Ancora una volta la conclusione è la medesima, sfortunatamente pessimista: il motto “sbagliando si impara” viene sconfessato sempre più.

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