Portare l’acqua al proprio mulino

[per Diritto di Critica]

La vita, senz’acqua, non è possibile. Per quanto questa frase possa sembrare scontata, la realtà dei fatti dimostra il contrario. Se nel cuore dell’Africa la gente lotta per guadagnare il possesso di un pozzo, anche malsano, che significherebbe “sopravvivenza”, in Italia si discute sulla privatizzazione del sistema idrico. Il cosiddetto “Decreto Ronchi”, che prende il nome dal Ministro per le politiche comunitarie, una volta approvato nel novembre 2009, di fatto ha attuato sì normative europee, ma, nel contempo, ha creato perplessità.

Solo per cominciare, al fine di ottenere maggiori sicurezze per concludere l’iter, il Governo ha posto la fiducia nelle votazioni alle Camere. In poche parole, un “ricatto” rivolto alla maggioranza stessa, costretta ad essere comunque favorevole, onde evitare ripercussioni nell’Esecutivo. Sicuramente, per prassi ed esigenze, una decisione presa dall’Unione Europea dev’essere adattata sempre – in linea teorica – nell’ordinamento di uno Stato aderente alla Comunità. Quello sopra illustrato era uno di quei casi, nei quali dovevano essere recepiti i criteri di “economicità, efficacia, imparzialità, trasparenza, adeguata pubblicità, non discriminazione, parità di trattamento”.

Tuttavia vale sempre il quesito riguardante la conformità “territoriale”, nonché l’interpretazione delle regole predisposte. Secondo l’articolo 822 del codice civile, “acque e acquedotti” fanno parte del demanio pubblico. In quanto tali, inalienabili (823 c.c.). Non dovrebbero esserci, dunque, privati che forniscano l’acqua ai singoli. Esistono perfino i “Tribunali“, Regionali e Superiore, delle Acque Pubbliche. Sarebbe a dir poco inquietante credere solo all’ipotesi di un simile business su un bene così indispensabile: chi guiderebbe le imprese aventi questo scopo? Chi regolerebbe i costi con la diligenza dovuta? I vertici dello Stato rassicurano: andranno in concessione, in pratica, unicamente pompe, condotte, fogne e fontane. Ossia tutti quegli strumenti utili al trasporto dei liquidi. Usando una terminologia inglese, “in house”. Cosa che avviene già per l’Acquedotto Pugliese, per esempio.

In effetti, proprio le tubature sono obsolete. Per rimanere in tema, “fanno acqua da tutte le parti“. Le perdite, fisiche ed economiche, sono più gravi di quanto si possa immaginare. Le gocce che, per migliaia di chilometri, trapassano tra giunture e vasi comunicanti riducono fortemente la quantità concreta della portata nelle abitazioni. Una gestione societaria potrebbe far risparmiare eventuali spese di manutenzione, ordinaria e straordinaria, e garantire in tal modo un bel po’ di introiti nelle Casse della Repubblica. Ciò, di conseguenza, porterebbe a tariffe maggiorate per i consumatori. Classico rovescio della medaglia.

Mezzi o elementi che siano, forse converrebbe che la competenza rimanga generalmente allo Stato, almeno per evitare conseguenze spiacevoli, strumentalizzazioni, accuse o sospetti nei confronti di determinate persone. Per questo motivo, lungo lo Stivale, è partita in questi giorni una raccolta firme utile al referendum per la ripubblicizzazione dell’acqua. C’è da sottolineare che la stampa ha un tantino bistrattato questo evento (preferendo, evidentemente, gatti che ingoiano aghi o gelaterie per cani in provincia di Bologna, con tutto il rispetto per le bestiole): quindi la gente si troverà costretta a conoscere pochi istanti prima della possibile sottoscrizione il perché dei gazebo in piazza. Ancora una volta.

Di questo passo, un domani dovremmo pagare un pedaggio per percorrere marciapiedi. Oppure inserire un gettone in una fessura per aprire finestre e porte, consentendo il ricambio dell’aria. Fantascienza?

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