“Tu non sarai mai sola”

Lazio – Inter è finita 0 – 2. Il verdetto di domenica sera maturato all’Olimpico di Roma mette una seria ipoteca sul 5° scudetto consecutivo (di fatto 4° sul campo) dei nero-azzurri. Una vittoria netta, a tre giornate dal termine del Campionato, che conferma la supremazia degli uomini di Mourinho nell’ultimo anno. Finali di Coppa Italia e Champions League, con la Roma ad inseguire in Serie A a due punti di distanza. Insidacabilmente primi, nonostante polemiche interne sulla gestione di un 19enne dalle belle speranze e dalla troppa “indipendenza”. Problema marginale, visto che la società presieduta da Massimo Moratti non vedeva tanto “splendore” dai tempi in cui la dirigenza era nelle mani di suo padre: più o meno 40 anni fa.

Tutto farebbe presupporre un andazzo perfetto per la squadra che vede tra i nomi di punta Zanetti e Milito, a dispetto dello scarso numero di italiani in campo (Toldo e Orlandoni sono i portieri di riserva, l’altro giovane Santon è stato retrocesso nelle gerarchie, al pari di Materazzi, mentre Balotelli non viene nemmeno considerato compaesano da qualche malelingua). Stagione perfetta, nulla da eccepire. Come culmine, la vittoria contro i bianco-celesti vendica la perdita della Supercoppa di Lega a Pechino e sancisce la rimozione di quel “5 maggio 2002”, tuttora caro alla Juventus, ad 8 anni di distanza. Proprio quel giorno, infatti, l’Inter allenata da Cuper, sconfitta 4-2 dalla Lazio, venne scavalcata dai bianconeri e dalla Roma all’ultima giornata.

Questa volta, però, il clima era diverso. Grottesco. Prima, durante e anche dopo il match. L’altra squadra capitolina aveva già giocato sabato, superando di misura il Parma. Pur di non lasciare spazio ai rivali romanisti, alcune  frange di tifosi laziali avrebbero senz’altro preferito una disfatta della loro compagine. Cosa che poi si è concretizzata. Primo atto: pressioni (goliardiche e non) nei confronti di giocatori, tecnici ed amministratori. Minacce comprese. Proseguendo, nel corso dell’incontro, la tifoseria di casa ha esultato ai gol degli ospiti, proponendo persino striscioni di falsa delusione e causando imbarazzo per chi era in campo.

In queste ore sta trascorrendo la vigilia della finale della cosiddetta Tim Cup, che si giocherà nuovamente nella Capitale. Ancora di fronte Inter e Roma. L’atmosfera non è affatto distesa, né tra i club, né nella Federcalcio stessa, costretta – da terza imparziale – ad alleviare tensioni difficili da limitare, visti anche i commenti di esperti (o presunti tali) e diretti interessati. Anche far giocare le gare in contemporanea non avrebbe evitato, per la posizione dei team in graduatoria, lo scenario cupo che ha nuovamente attratto, in negativo, gli sguardi dell’opinione pubblica sul mondo del calcio. Dimostrazione che non sempre solo gli scontri fisici generano violenza.

Fonti di riflessione per quest’altra pagina rovinata dell’almanacco del calcio? Forse due in particolare. In primo luogo si è avuta un’ulteriore constatazione di come un ideale sia facilmente “prostituibile”, sia esso politico, religioso o calcistico. Si è giunti ad un paradosso che vede protagonista il tifoso medio, capace di remar contro la formazione che esalta da anni, pur di ostracizzare un possibile successo dei rivali. Sarebbe come godere nel vedere la propria donna a letto con un amante, il quale si rivela essere il marito di quella “troia” del proprio dispotico capo. Cambio di casacca, seppur momentaneo. Ma davvero amaro per chi veste determinati colori sapendo di non dover deludere le aspettative di centinaia di persone paganti.

Infine, un individuo quantomeno assennato dovrebbe chiedersi per quale motivo un intero Stato si indigna o trova motivi di scontro su un qualcosa di meramente marginale come può essere uno sport. Utile, bello da seguire. Certamente non indispensabile per la vita. I riottosi, in egual massa e in egual misura, quanto si preoccuperebbero se, a loro discapito, un preciso soggetto ottenesse vantaggi a loro precedentemente (e magari giustamente) negati?

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