Ordine e disciplina

Molto spesso bisogna realmente inchinarsi alle Forze dell’Ordine. Le esaltiamo quando scovano delinquenti e mafiosi, quando alla televisione gli inviati raccontano i “blitz” che conducono alla cattura di qualche pezzo grosso. Agiscono, generalmente, per l’interesse pubblico. Persino quando arriva una poco piacevole contravvenzione da pagare via posta. Il loro lavoro, tra mille difficoltà, è talmente apprezzato che, negli ultimi anni, per omaggiare le loro operazioni, quotidiane e particolari, sono state dedicate decine e decine di serie televisive. Dai Vigili Urbani degli anni ’80 di Lino Banfi fino alle squadre antimafia con Fabrizio Corona da inseguire anche per esigenze di copione (sic).

Sono sempre acclamate negli inseguimenti stradali e negli scontri a fuoco. Rischiano la vita per proteggerne altre. Gli esempi sono innumerevoli, e non si fermano alle rapine in banca o alla lotta al contrabbando. Sono i casi delle scorte di Moro, Falcone o Borsellino, senza dimenticare chi si è battuto contro i terroristi, siano essi rossi, neri o fanatici. O persino contro ultras sfrenati. Nomi, una volta così comuni da scivolare inosservati, che passeranno ai posteri e verranno decantati come “eroici”, da cronache ed enciclopedie. Apposizione che poco servirà, soprattutto per famiglie orfane del proprio figlio o padre. Nemmeno una medaglia al valore, garantita dalle personalità dello Stato, potrà mai cancellare un lutto del genere.

Per questi ed altri motivi è necessario applaudire simili uomini e donne. Storie quotidiane che diventano memorabili, nel bene e nel male. Quando, nel 1994, Faletti sul palco di Sanremo intonava “Signor Tenente“, spiegava drammaticamente le condizioni difficili dei militi. A distanza di oltre 16 anni, i disagi quotidiani (dalla benzina mancante ai posti di blocco sotto neve o canicola) continuano. Tuttavia, non dovrebbero essere causa di frustrazione. Tanti elogi spesi nei confronti di potenziali martiri non meritano di finire nel cassetto a causa di azioni compiute da qualche pecora nera.

Con incredulità, talvolta, l’opinione pubblica legge di detenuti morti, spesso in circostanze dubbie. Impossibile scordare, per il clamore causato, il decesso di Stefano Cucchi. Cosa è successo tra quelle pareti? Chi è davvero coinvolto? Come sono state causate le lesioni su quel corpo scheletrico? Interrogativi che, da sei mesi ad oggi, non trovano risposte certe. Potrebbero registrarsi, maledettamente, decine di simili situazioni: prima della sua, pure i fatti del tragico G8 di Genova del 2001 sono poco chiari. Ci si chiede cosa avvenne di preciso nella scuola Diaz, dove trovarono bivacco alcuni manifestanti. O circa la morte di Carlo Giuliani. Vicende che contribuirono alle dimissioni del Ministro dell’Interno. Un tale Claudio Scajola. Il medesimo che, pochi giorni fa, affermava, in conferenza stampa, di non sospettare che la sua abitazione vista Colosseo fosse stata pagata da altri. Rimettendo nuovamente gli incarichi che deteneva nell’Esecutivo.

Più recentemente, ancora avvolte dal mistero sono le dinamiche sull’assassinio in una stazione di servizio sulla A1,  presumibilmente da parte di un poliziotto, di Gabriele Sandri (era in procinto di assistere ad una partita della sua Lazio), o sui ricatti subiti da uno sconvolto Marrazzo da qualche carabiniere. Sull’edizione on-line del “Corriere”, per concludere, un’intera famiglia denuncia un altro episodio. Protagonista un ragazzo che, totalmente estraneo agli scontri successivi alla finale di Coppa Italia tra Inter e Roma – almeno secondo le dichiarazioni rilasciate – , sarebbe stato fermato e malmenato dagli agenti. Come possono essere chiamati, questi? Abusi? Chi può dare risposte a comportamenti del genere?

Di sicuro, ecco cosa non fa bene all’immagine dell’Italia.

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