Roulette afghana

[per Diritto di Critica]

Otto mesi fa perdevano la vita in sei, poche ore fa in due. Non è una guerra di cifre, questa. È l’ultimo drammatico bilancio dei militari italiani morti in Afghanistan, a migliaia di chilometri dalle coste dello Stivale. Nemmeno la possibilità per le famiglie di salutare, nell’immediato, i propri figli dai corpi dilaniati. Per onor di cronaca, oltre alla coppia citata, altri due loro colleghi (tra cui una ragazza) sono rimasti feriti seriamente a causa di un’esplosione che ha coinvolto, per casualità o proposito – poco importa -, un mezzo dell’Esercito Italiano.

Ancora una volta l’Italia esprime il suo cordoglio, spendendo, attraverso i maggiori rappresentanti politici, lacrime per gli “eroi”, “caduti per la libertà e per la pace“. Cose del genere. Solite frasi, solite medaglie. Come solita è pure l’umana vicinanza di qualcuno visto prima solo sui giornali. Come solite sono le domande di taluni giornalisti cinici e invadenti, meritevoli di risposte retoriche. Come solito è l’abbraccio durante le esequie di un tizio che sovente appare sui volantini durante le campagne elettorali. Belle “consolazioni” momentanee. Quanto, in concreto, utili per padri, madri, fratelli, e anche zii e cugini, che non vedranno più, se non in foto, i loro cari di appena 25 e 33 anni, definitivamente chiusi in bare saldate e avvolte da un tricolore metaforicamente insanguinato?

Di nuovo ripartono interrogativi già sentiti. In risposta si sprecano, ad uso e consumo delle telecamere, parole come “libertà” o “pace”. Esempio banalissimo: dato che si vocifera che Cuba non sia propriamente un “libero Stato”, perché non si pubblicizza la presenza di militi italiani di stanza sull’isola caraibica? Molti sono convinti che i nostri concittadini restino nel cuore dell’Asia perché in “missione pacifista”. Eppure, a volte, finiscono spiaccicati e contorti dalle lamiere di veicoli saltati in aria, un po’ come quando una formica viene schiacciata crudelmente dal piede di un bambino. Immagine sadica, ma realistica. “Lottano per riportare una democrazia”, senza usare la violenza. Tuttavia  sono costretti ad indossare mimetiche e portare strumenti di terrore.

Diceva qualcuno: “mettete dei fiori nei vostri cannoni”. Magari nei bunker (bunker!) non ci saranno cannoni, ma fucili e pistole si. E pure carri armati. E mezzi blindati. Le armi servono per una legittima difesa, a volte inutile (i nefasti risultati si sono verificati). Ma come può definirsi “portatrice di pace” un’azione che prevede la potenziale liberazione di una nazione, attraverso anche scontri a fuoco e la copertura in trincee, con la presenza sul terreno di mitragliatrici e mine anti-uomo? I soldati non sono volontari, non rimangono in tende sotto piogge di granate per garantire primi soccorsi a gente terrorizzata e smembrata.

Sono consci dei pericoli che dovranno affrontare in prima persona, sapendo di rischiare la pelle ogni secondo: è il loro mestiere. Solo al concretizzarsi della tragedia si ripetono le filastrocche mnemoniche su permanenze a breve termine degli uomini, sui rifinanziamenti delle campagne (non doveva essere “un nuovo Vietnam“, come predicava il precedente Presidente degli USA, ossia colui che volle Enduring Freedom), persino sugli scopi dei singoli: c’è chi dice di voler andare all’estero per “amore per la patria”, chi ammette di farlo per tornaconto personale e/o introito economico.

Nell’immediato si prova naturale commozione per i ragazzi deceduti, lontani chilometri al fine di creare una propria storia. Poi più nulla. Le comunità che ospitano le salme nei cimiteri  si chiudono nel dolore anche anni; ai loro caduti dedicheranno vie e piazze. D’altro canto, la restante opinione pubblica, spesso, tende a dimenticare. Allo stesso modo il mondo politico, troppo impegnato con leggi e decreti da analizzare, sport e beghe personali dei vari membri divisi tra Camera, Senato o Governo. Distratti da impegni mondani o improrogabili. E che si fermano quando giovani connazionali cadono vittime di agguati, arsi vivi o mutilati da bombe.

Poi tornano nuovamente a dialogare, discutere, sbraitare, litigare sulle conseguenze dell’ennesimo lutto. Fino a quando non prenderanno drastiche decisioni, però, dagli aerei continueranno a scendere lugubri feretri.

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