Morti senza risposte

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[per Diritto di Critica]

Questa mattina, come preannunciato già negli ultimi due giorni, si sono svolti a Roma i funerali dei giovani militari morti in Afghanistan. Di scena, in quel di Santa Maria degli Angeli, sgomento, dolore e strazio. Come da programma. Immagini che chiunque vorrebbe risparmiarsi, soprattutto quando le vittime sono così giovani. Inutile aggiungere altro, sarebbe nuovamente pleonastico. I pronostici futuri vedono persino un aumento di presenze in quelle zone e, da qualche ora a questa parte, sembra che alcuni, prima scettici, siano maggiormente convinti della necessità della missione, continuamente definita “di pace”.

Altre considerazioni a margine: stante il fatto che una “missione di pace”, per assioma, teoricamente non dovrebbe causare macabri decessi (ciò presagisce che lo Stato asiatico sia tutt’altro che quieto dal punto di vista della tranquillità), quei soldati sono lì, fondamentalmente, per una operazione comunque nobile, come ha ricordato nell’omelia Monsignor Pelvi. E solo chi vive quelle situazioni può sapere e sentire realmente le sensazioni di pericolo o i rapporti umani con la gente del luogo. Chi parte non dev’essere definito un mercenario che, per il piacere meramente economico (come afferma qualche detrattore), sostiene comunque di voler “onorare la Patria”, nonostante essa sia effettivamente lontana migliaia di chilometri.

Infatti, sarebbe infamante appellare con questa apposizione chi viaggia per giorni e sa di rischiare la pelle una volta giunto a destinazione. Chi va in quei posti, tra l’altro, non è un eroe di “default”. Specie se dovesse ritornare  nel Paese di origine all’interno di una bara. Una qualifica offensiva per il caduto. L’origine mitologica della parola spinge ad azioni al di là delle proprie possibilità. Nell’immaginario collettivo, l'”eroe” è chi salva in prima persona delle vite, che talvolta sacrifica la sua in maniera sì consapevole, ma senza alcun compenso. Insomma, chi diventa “leggenda”.

Nel caso specifico, Massimiliano e Luigi (quanti si ricorderanno i loro nomi, fra qualche settimana?) potrebbero essere, verosimilmente, giudicati martiri: già un’attribuzione degna di più motivata gloria. Non hanno avuto occasione di diventare eroi, ma stavano svolgendo un loro preciso dovere. In ogni caso, sicuramente avrebbero preferito rivedere da vivi le loro famiglie che un metro di paragone postumo, spesso ottenuto a causa di un’emozione tanto generale quanto momentanea.

Traendo ulteriori somme, definire “mercenario”, “eroe” e pure “martire” queste persone è manicheo. Sono semplicemente Uomini; così meritano di essere ricordati. Uomini che inseguivano un obiettivo (ora non importa se idealista o egoista, generoso o fanatico). Uomini che vivevano una pillola di quotidiano, parlottando all’interno di un veicolo che, di lì a poco, sarebbe saltato in aria. Uomini che eseguivano ordini. Uomini che avevano fidanzate, mogli e figli. Uomini che sarebbero tornati “tali” una volta chiuso il loro ciclo. Uomini che ridevano nel vedere le foto dei loro cari. Uomini che ballavano sulle note di Lady Gaga per scaricare la tensione. Uomini che non avevano nulla di più rispetto ad un lavoratore scivolato in una cisterna piena d’acido e che ha visto svaniti i suoi sogni per sempre.

Anche soffermarsi sul rapporto “guerra e pace”, così ben disegnato da Orwell nel 1948, non è sufficiente per analizzare quanto di introspettivo ci possa essere in simili ambiti. Sono molte le incertezze, troppi i dubbi. Impossibili da decifrare persino per chi è costretto a risiedere in un edificio interrato, magari nel bel mezzo di città soggette ad una continua guerriglia. Proprio perché Uomo.

Letto come “umano”, “normale”. Esserlo è la qualifica migliore che possa essere pronunciata.

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