Impresa irripetibile

Diario di un mondiale (in)dimenticabile

Game over


Sarebbe scontato commentare il bilancio italiano dei mondiali di calcio in Sudafrica (in tanti l’avranno già fatto, altri lo faranno). Milioni di tifosi hanno assistito ad una plateale disfatta dei campioni uscenti. Peggiore di quella causata dal “biscotto” agli Europei 2004; peggiore rispetto alle prestazioni del ’96 in Inghilterra o di due anni fa negli stadi austriaci ed elvetici. Tornando in ambito mondiale, non tutti ricordano la “leggenda” di Pak Doo-Ik, detto il “dentista”: fu il giocatore nordcoreano che spazzò le certezze dell’Italia nel lontano 1966 (ma almeno la nazionale di Mazzola lì vinse contro il Cile). Sempre a proposito di Corea, nel 2002, gli Azzurri furono buttati fuori dai padroni di casa agli ottavi (anche per mezzo di un arbitraggio considerato discutibile). Per farla breve, è stato scritto un ennesimo capitolo negativo della storia calcistica italiana. Un altro ricordo che verrà snobbato in futuro, per forza di cose, dall’intera nazione.

Un ciclo che si chiude, dunque. Finisce l’era di una squadra che fu vincente. Ora vecchia per l’ordine naturale, priva di idee e di fantasia. L’unica perla l’ha regalata Quagliarella, una riserva, con un pregevole destro indirizzato nel “sette”, imparabile per il portiere slovacco. Peccato che sia stato un gol inutile, segnato al 92°, con una rete ancora da recuperare. Nessuna giustificazione: falle difensive, errori persino nei passaggi più elementari, marcature perse soprattutto durante i calci piazzati. Quando venne sorteggiato il girone F, gli italiani sorrisero nel sapere che i loro avversari erano Paraguay, Nuova Zelanda e Slovacchia. Nulla di così insuperabile, almeno sulla carta.

Non è da escludere che proprio questa tracotanza del “partire favoriti” sia stata una causa della débacle degli uomini di Lippi, scavalcati con facilità da rimesse laterali e punizioni di seconda, nonché frenati dai catenacci dei concorrenti. I cambi tattici e le sperimentazioni in corsa non hanno facilitato i compiti di staff e giocatori, costretti ad adattarsi in fretta e furia ai vari 4-4-2, 4-3-3 e più spregiudicati 3-4-3 (come quello dell’ultima partita). Quattro anni fa, invece, sembrava andare tutto liscio come l’olio. Alle sbavature si rispondeva con ordine: solo due i gol subiti in tutta la kermesse (un autogol e un rigore, per giunta). La vittoria finale arrivò poco dopo lo sfacelo di Calciopoli, per mezzo di una forza innegabilmente dovuta allo spirito di riconoscenza verso un popolo che perdeva la fiducia nei confronti dello sport che amava di più.

L’onda, nella più recente occasione, non c’è mai stata. Anzi, sembrava che vi fosse un senso di appagamento generalizzato. Un’inconsapevole svogliatezza che ha impedito la marcia voluta. Colpa del Commissario Tecnico, che, nella conferenza stampa di congedo, si è accollato ogni responsabilità sui piani di gioco e psicologici? Di sicuro gli infortuni di uomini importanti come Buffon e Pirlo non hanno contribuito a tenere quieto l’ambiente, perennemente pressato da supporters e giornalisti. La generosità di qualche singolo non ha pagato. E la nostalgia della Coppa alzata da capitan Cannavaro a Berlino inizia a farsi sentire. Il pallone d’oro, monumentale a Dortmund contro la Germania, non ha ripetuto affatto le imprese di quella stagione.

Adesso, lui, all’alba dei 37 anni, è pronto alla pensione. Dorata, a Dubai, nella squadra locale.

Mitt’ à Cassan’


È curioso come l’Italia, intesa come insieme di cittadini, possa affossare in maniera colossale coloro che, pochi anni fa, erano considerati i “salvatori della Patria”, acclamati al Circo Massimo dal coro che ricalcava “Seven Nation Army“. D’altronde, la saggezza popolare mette il suo zampino: “dalle stelle alle stalle”. Mai proverbio è stato più adatto. Il sentore era già nato lo scorso anno, quando una formazione similare già scese in campo, sempre tra Johannesburg e Pretoria, per la Confederations Cup. Finì con una vittoria illusoria sugli USA e due magre prestazioni contro Egitto e Brasile. Orrendo inizio del cosiddetto “Lippi-bis”, che riprese le redini dopo la altrettanto poco soddisfacente parentesi di Donadoni.

Il paragone tra i titoli della “Gazzetta dello Sport” del 10 luglio 2006 e del 25 giugno 2010 non lasciano scampo: una consonante è servita a modificare ogni senso. Una volta è stato “Tutto vero”. Adesso, invece, è “tutto nero“. “TuttoSport” ironizza con l’attualità e mette in prima pagina un eloquente “Mozzarelle azzurre”. Altre testate nazionali non del settore, d’altro canto, si sbrigano a gridare “vergogna” (facile indignarsi per il calcio, vero?). Per chi non vive all’interno di un ritiro, tra alberghi e allenamenti, è molto semplice dare il parere su qualsiasi cosa. Durante i Mondiali, poi, spuntano una quarantina di milioni di CT, pronti a schierare la formazione migliore e indicare le strategie vincenti per la gara. “Cambia questo, metti quest’altro, passa a lui, lanciala lunga”. Espressioni contornate, poco e spesso, con parolacce, ingiurie e accuse di prostituzione rivolte alle madri dei calciatori.

Per non parlare delle liste dei convocati. In prossimità di ogni evento chiunque ha da ridire su mancate presenze di lusso tra i 23. Stavolta sono stati rimpianti Miccoli, Borriello, Balotelli e Cassano. L’allenatore viareggino era già nel mirino dei più per questo motivo. Ma, a posteriori, molti restano con la convinzione che, in particolare, il genio e la sregolatezza del giovane italiano di colore dell’Inter e del fantasista di Bari Vecchia avrebbero giovato al gioco della Nazionale. Avrebbero. Stante l’impossibile previsione, come si sarebbero espressi gli italiani se i due avessero eventualmente “floppato” o avessero creato disagi nello spogliatoio? Fatto sta che le scelte sono state senz’altro impopolari. Tuttavia è altamente improbabile che un tecnico agisca nel disinteresse generale.

Il risultato finale è stato inequivocabilmente disastroso, comunque. In controtendenza rispetto a quello dell’Inter, che ha vinto (per ora) ciò che c’era da vincere (Scudetto, Champions League e Coppa di Lega). Un orgoglio italiano parziale, visto che molti atleti della stessa sono impegnati con le casacche di Brasile, Argentina, Camerun o Ghana. E nella quale Balotelli è addirittura un panchinaro. Insomma, la “squadra ottimale italiana” è composta principalmente da un organico straniero (coach compreso). Le scelte del selezionatore toscano, conseguentemente, sono ricadute – ad esempio – sulla difesa titolare di una compagine (la Juventus) che ha preso 56 gol nelle 38 partite del solo Campionato. Spazio a nuove speranze, come Bonucci o Palombo, presenti in rosa, non ce n’è stato.

Adesso si attende il lavoro di Prandelli, uscito da una brutta stagione con la Fiorentina.

Poteva esser peggio…

Mal comune mezzo gaudio, si dice. Infatti, anche l’altra finalista del 2006, la Francia, è uscita in malo modo dalla competizione. Ultima nel girone con appena un punto conquistato. Si era guadagnata il viaggio in Sudafrica grazie alla “mano” di Henry contro l’Irlanda di Trapattoni e Tardelli, solo durante i tempi supplementari di un contestato spareggio. La spedizione è stata tutt’altro che facile: le indiscrezioni suggeriscono che Domenech consultasse l’oroscopo prima di ogni match. In precedenza non aveva di certo agevolato lo scandalo sessuale che vide protagonisti alcuni uomini simbolo dei transalpini (in realtà molti provenienti da Territori e Dipartimenti d’Oltre Mare).

Nella terra d’origine Domenech non aveva i favori del pubblico. La sua posizione era pari a quella di un dente da latte che doveva lasciare il posto ad uno permanente già battente, costituito da Laurent Blanc (vecchia conoscenza del calcio italiano e scaramantico baciatore professionale di teste pelate). Il dolore è scoppiato dopo la sconfitta contro il Messico: Anelka non si trattiene e invita quello “sporco figlio di puttana” del suo mister, usando un francesismo, “a farsi inculare”. Il numero 21 dei Bleus ha visto successivamente da casa sua l’umiliazione sul terreno di gioco dei suoi ex compagni (con il morale sotto i piedi) contro l’orgogliosa squadra ospitante.

Conclusione: al rientro a Parigi, i vari componenti hanno fatto perdere le proprie tracce (ad eccezione di Henry, a colloquio con il Presidente Sarkozy). Domenech abbandona definitivamente la guida, alla pari del Presidente della locale Federcalcio. Anche Inghilterra, Germania e Spagna hanno avuto qualche intoppo di troppo, come papere di portieri, defezioni di alcuni giocatori simbolo, pali e traverse. Nonostante pareggi a reti bianche contro nazionali di valore inferiore e sconfitte evitabili, il 27 è previsto un ottavo di finale annunciato come spettacolare, che vede opposti i tedeschi ai britannici trainati da Capello: una possibile finale anticipata (e la vincente dovrà affrontare  ai quarti una tra Messico e Argentina).

Saranno ancora più soddisfatti quei quattro teutonici che hanno sperato, con spietata satira, che l’Italia non si aggiudicasse la seconda coppa di fila. La canzone dev’essere stata un ottimo malocchio. Ma, come ricordava il comico Dado nella risposta “suonata“, di sicuro i quattro cantori si ricordavano di quanto avvenuto nel 1970, nel 1982 e nel 2006.

Lo show va avanti lo stesso, stavolta con meno tonalità blu presenti sugli spalti.

Sbadiglio libero

I mondiali, quindi, non sono finiti. L’attenzione degli italiani, al contrario, senz’altro calerà. Non è mai stata altissima, a dire il vero: la Rai ha la programmazione decurtata e il pacchetto offerto da SKY via satellite non se lo può permettere chiunque. Gli speciali della TV di Stato sono stati letteralmente maltrattati dalla critica televisiva. In effetti, fuori contesto continuano ad apparire i siparietti tra Mazzocchi e i suoi ospiti pomeridiani, gli interventi su Brad Pitt e sul Viagra (sic) di Linda Santaguida (celebre per essere l’ex di Costantino Vitagliano – Carneade, chi è costui? – e già partecipante dell’Isola dei Famosi) e i colori cangianti dello studio in Sudafrica. Senza nulla togliere al valore della troupe presente nel meridione del Continente nero, la trasmissione poteva benissimo andare in onda da Roma. Con risparmio di mezzi e di denaro.

Altrettanto incredibili sono i collegamenti serali da Piazza di Siena (Villa Borghese, Roma) in compagnia di pseudo-tifosi dei vari team che si affrontano in serata, dai messicani con baffi posticci e sombrero ai brasiliani amanti del samba. Inviata è l’inedita coppia formata da Maurizio Costanzo e Giampiero Galeazzi (ri-sic), sottoposta ai rituali degli scalmanati agghindati con ovvia imitazione della maglietta della rappresentativa che appoggiano. A coadiuvare il tutto Paola Ferrari: per essere pungenti, per lei il tempo sembra non essere passato.

Sotto la scure anche i commenti di Civoli e Bagni. Se le introduzioni dei concorrenti Caressa – Bergomi sono entrate nell’immaginario collettivo per enfasi e ricercatezza, le opinioni di Bagni (che prende il posto di Mazzola nel parere tecnico) sono un ulteriore “cult”, sicuramente con lo zampino di internet. Qualche strafalcione e la passione irrefrenabile del centrocampista che fu di Inter e Napoli attirano, più che beneplaciti, sdegno e risate sarcastiche. Eppure ha analizzato diverse finali, tra cui alcune trionfanti per le italiane nella Champions League.

Di solito, quando sono in corso le partite internazionali di un certo livello, le questioni politiche passano in secondo piano. Quest’anno, invece, la richiesta di riduzione di stipendi ai calciatori e l’intervento ironico circa supposti sotterfugi da parte di due Ministri della Repubblica (entrambi quota Lega Nord) hanno tenuto banco. Il secondo, che prima ha grottescamente “gufato” contro la nazionale e poi ha ritrattato quanto detto, ha scatenato polemiche oltre ogni previsione.

Ad ogni modo Bossi può stare tranquillo: come dimostrato, l’Italia non ha comprato alcuna partita.

Cosa resterà


Per il momento, in attesa di nuove pagine di storia sportiva ed extra, di questa edizione mondiale rimarranno impressi alcuni frammenti nelle menti di appassionati e non. Per primo, il fastoso concertone di apertura, con Alicia Keys, Black Eyed Peas e Shakira, e con la morte della nipote di Nelson Mandela. Colui che ha avuto il merito di cancellare l’apartheid, nonché portare in auge uno Stato che lentamente sta uscendo dalla divisione in classi sociali e dai pregiudizi dovuti al colore della pelle, non ha potuto prendere parte alla cerimonia inaugurale così voluta.

Le vuvuzelas. Infernali trombe tipiche della cultura del Paese. Hanno caratterizzato il sottofondo “musicale” negli stadi. Un altro concerto, stavolta inevitabile, per giocatori, dirigenti ed arbitri. Inizialmente insopportabili, come ogni tradizione che diventa moda (quindi business), questi corni, riprodotti in plastica, hanno avuto una rapida diffusione globale: solito conformismo oltre confine. Come se non bastasse, anche su Youtube, in alcuni video, può essere attivata l’opzione che immette l’inconfondibile sonoro. Sarebbe inconcepibile non assistere virtualmente ad un incontro di boxe senza tale effetto.

Il pallone Jabulani. Tanto bistrattata dai portieri, questa sfera ipertecnologica fisicamente testata in laboratorio e dalle traiettorie imprevedibili ha causato non pochi incubi per gli estremi difensori, costretti a parate in tre tempi o più – non sempre con successo – pur di evitare gol tragicomici. Praticamente un Super Tele. Ma costa 25 volte tanto.

I fratelli Boateng. Vale a dire, Kevin-Prince e Jérôme. Entrambi hanno presenze con le selezioni giovanili della Germania. Fino a quando il primo non ha causato l’infortunio del capitano tedesco Ballack in una partita del campionato inglese, pregiudicandone la partecipazione al mondiale. Detestato pertanto dalla Repubblica Federale, viene chiamato dal Ghana. Kevin-Prince, pure per questo, non verrà visto di buon occhio nemmeno dal fratello. Lo scherzo del destino ha voluto che i due si affrontassero nella sfida decisiva del Gruppo D. Tutti e due, nei prossimi giorni, si giocheranno nuove chanches agli ottavi.

Le lacrime del nordcoreano: la Corea del Nord è uno Stato storicamente comunista, posto sotto una venerata dittatura. Non ha rapporti idilliaci con il resto del globo, né ha una grande tradizione calcistica (eccezion fatta per quanto avvenne nel già citato ’66). Tant’è vero che, per errore o per furbizia, un attaccante è stato registrato come portiere nelle liste ufficiali. Ma, allo scattare dell’inno nazionale prima di affrontare il Brasile, Jong Tae-Se scoppia a piangere come un bambino. I nordcoreani perderanno quella partita 2 a 1, però sapevano già di aver compiuto un’impresa.

Il Waka Waka. Ultima ma non ultima, la canzone di Shakira è il tormentone dell’estate. Opera commerciale, ostacolata dal jingle della Coca Cola in quanto ad orecchiabilità, ha avuto una rapida diffusione, a dispetto delle accuse di plagio. Reinterpretata da chiunque e in tutte le salse, è stata subito utilizzata come oggetto di aperture pubblicitarie, di programmi televisivi e di concorsi di bellezza. Persino il solo titolo del brano è stato sottomesso alla satira. Ha subito modifiche come Waka-gare (lapalissiano il senso diuretico) o Haka Haka, quando i neozelandesi hanno bloccato gli italiani sull’1 a 1. Durerà per l’intera stagione balneare.

Ai nostalgici, infine, mancheranno prodezze come i tackles di Cannavaro, i salvataggi di Buffon, le corse di Zambrotta , i colpi di testa di Materazzi e le realizzazioni di Grosso. Per crederci ancora, forse, conviene vedere le repliche di Germania 2006 via internet. O simulare incontri vittoriosi alla Playstation. Nulla più.

Abbracciamoci forte e vogliamoci tanto bene.

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