Provaci ancora, Cav.

il

Il 7 ottobre scorso, il cosiddetto Lodo Alfano venne dichiarato incostituzionale. Nonostante le invettive e le presunte congiure sbraitate da alcuni uomini dell’attuale maggioranza, di fatto veniva impedita la sospensione dei processi penali per le quattro maggiori cariche dello Stato. Gli articoli 3 e 138 della Costituzione (indicanti rispettivamente i principi di uguaglianza e rigidità della Carta) parlano chiaro. Tuttavia, tra pacchetti sicurezza o ddl sulle intercettazioni da approvare in piena estate, quando (quasi) tutti sollazzano in spiaggia o trovano refrigerio nelle baite (crisi economica, tu non esisti: ottimismo!), nonché tra manifestazioni e proteste correlate, il “fattore immunitario” che prende il nome dal Ministro della Giustizia rientra imperioso sulle pagine dei giornali.

Quel progetto che sembrava essere stato calciato via dalla finestra dalla Consulta – con tanto di impronta sul sedere come monito – è rientrato sorridente dalla porta principale di Montecitorio. Da iniziale “legge ordinaria”, ora verrà proposta nientepopodimenoché come “di rango Costituzionale”. Un iter, questo, sicuramente più ardimentoso del precedente per l’approvazione finale. Sia per “lunghezza” (quattro votazioni tra Camera dei Deputati e Senato, intervallate da almeno 3 mesi l’una dall’altra, a maggioranza assoluta) che per una probabile incognita referendum (nel caso in cui, nelle ultime due votazioni, non si dovesse raggiungere il quorum di 2/3 per ciascuna Camera – cfr. art. 138 Cost.). Però, alla luce della capacità dei governatori di recuperare atti platealmente antinomici con la Legge fondamentale, non è da escludere che il think tank abbia già escogitato ulteriori alternative nel caso in cui il piano dovesse nuovamente fallire: manca ancora qualche anno alla fine della Legislatura; c’è tempo.

Rispetto alla precedente stesura, le garanzie del “Lodo” sono in fase di ampliamento.  Gli effetti del provvedimento, infatti, verrebbero estesi a tutti i Ministri, senza distinzione sul “con” o “senza portafoglio”. Ma non solo: il premier, alla pari del Presidente della Repubblica, potrebbe avvalersi dello “scudo” anche per i reati commessi precedentemente. In pratica, un indagato per corruzione – ad esempio – potrebbe ritrovarsi indisturbato a governare lo Stato, attaccando a ruota libera chiunque osi controbattere alla sua particolare e poco acclarata situazione. Si tratterebbe, senza equivoco alcuno, di un lampante menefreghismo nei confronti di uno dei principali Tribunali dello Stato. Un atto dispregiativo di istituzioni verso altre istituzioni. Incredibile, in una democrazia definita tale.

Qualcuno (un Ministro, nello specifico) sostiene che tali circostanze «sono piccole cose. Il Presidente del Consiglio deve badare a un Paese: qualcosa gli devi». Vero. D’altro canto, ignorare le sentenze della Corte Costituzionale e “by-passandole” tramite altri strumenti (leciti, per carità, ma pur sempre ambigui in virtù dei precedenti) per tentare il conseguimento di uno scopo non certamente urgente e poco indispensabile per l’interesse generale (anche se l’attuale Capo del Governo ha dei fascicoli penali aperti nei suoi confronti) diventa, stando all’esimio parere, una “piccola cosa”. Favorire una ventina di cittadini (e perché, a questo punto, non i sottosegretari, i singoli onorevoli e senatori, i componenti di un consiglio e/o giunta regionale, e così via?) diviene, come è usuale, l’ennesima “facezia”. E allora, per decidere “piccole cose”, servirà sempre una Legge Costituzionale?

Si prevedono dibattiti già visti, frasi già ascoltate, discese in piazza già annunciate. Nel frattempo, le “persone comuni”, allorquando coinvolte in delitti, dovranno presentarsi davanti ai procuratori come da prassi. Viceversa, se per fortuna loro estranee a beghe di simile spessore, continueranno a seguire con maggior attenzione la cronaca cinica, propinata dai TG nazionali, che investe – magari – la morte di un personaggio famoso.

Per loro, nulla cambierà.

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