Che pena mi fai…

Inevitabilmente, da nove anni a questa parte, l’11 settembre diventa occasione per discutere anche sulla religione. In ogni sua sfaccettatura. Quel “maledetto” martedì del 2001, infatti, si sentì nuovamente parlare di fondamentalismo. Persino di Jihad e Crociate. Per onor di verità, già da un paio di settimane ha preso piede il dibattito sull’eterno dualismo tra la cultura “occidentale” e quella “islamica”. Teoricamente per ragioni diverse rispetto a ciò che concerne il terrorismo e gli attentati. Ogni Stato ha propri usi e tradizioni, ordinamenti e prassi da rispettare. Se nelle nazioni europee e nordamericane vigono costituzioni ed emendamenti, in quelle musulmane ci sono Shari’a e Fiqh, ossia Legge divina e sua relativa interpretazione giurisprudenziale (che varia da territorio a territorio).

E così, partendo dall’Iran, si diffonde a macchia d’olio nel mondo cosiddetto “avanzato” la vicenda riguardante Sakineh Mohammadi Shtiani, donna persiana di 43 anni, condannata a morte tramite lapidazione. L’accusa  principale nei suoi confronti è pesantissima: concorso in omicidio del marito, dopo aver commesso adulterio. Tante le reazioni e le manifestazioni di solidarietà, provenienti da Capi di Stato, Governi e Parlamenti (compreso quello di Strasburgo). Così come le iniziative popolari, divise tra sit-in e fiaccolate, e le raccolte di firme per evitare la pena. Che, in effetti, è stata ora sospesa.

La cronaca, contrariamente ad altre occasioni analoghe, è stata maggiormente pubblicizzata. C’è stato un giallo pure su presunte torture: si è detto che Sakineh abbia subito, qualche giorno fa, 99 frustate. Com’è noto, la Repubblica asiatica non è ben vista da buona parte delle Comunità Internazionali. I dubbi sul nucleare, le dichiarazioni negazioniste sulla Shoah, le posizioni politiche del Presidente Mahmud Ahmadinejad non hanno facilitato i dialoghi già in precedenti situazioni. Fonte di analisi è anche la posizione della donna: rigorosamente defilata e munita di chador (meno invasivi dei niqab o dei burqa, senz’altro). Questo fa sorgere altri enigmi sulla verità generale del caso e sulla autentica possibilità di difesa della imputata. Al di là della pena capitale in questione, decisamente arcaica.

Se nei Paesi “civilizzati”, dove il gentil sesso può permettersi il lusso di girare in gonna e tacchi a spillo, si grida all’orrore per la pratica a cui è sottoposta la donna, è necessario ricordare che, in alcune “democrazie”, le esecuzioni mortali esistono comunque. Non si faranno con le pietre, tuttavia basterà una siringa intrisa di veleni. È l’esempio degli Stati Uniti d’America (quasi lapalissiano sottolinearlo). Il boia non distingue i generi; dunque un reo potrebbe trovarsi steso e legato su un letto prima di patire l’atto finale della sua vita. Proprio qualche giorno fa, Amnesty International ha riportato un ennesimo caso, riguardante stavolta una “disabile mentale borderline” per la quale è previsto il patibolo.

Due pesi, due misure? Per Sakineh sono stati sfiorati gli incidenti diplomatici. Di quanto accade in “terra alleata”  (leggasi, volendo, USA – ma non solo: sono 76 gli Stati del Mondo in cui è prevista la condanna definitiva -), però, poco si recepisce. Da esterni è difficile poter appellarsi alla “giustizia”: essa sarà sempre soggettiva. Se è vero (come è vero) che ad ogni delitto corrisponde una pena proporzionale, è altresì vero che  la medesima equivalenza non sempre coincide tra culture diverse. Si compensano i brocardi “Dura Lex, sed Lex” e “Rex superiorem non recognoscens”. Potrà sembrare crudele quanto banale.

Probabilmente è più facile attaccare il “diverso”. Quello maggiormente distante da un determinato “credo“.

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