Cappella Vianello

Con la morte di Sandra Mondaini, indubbiamente, si chiude un altro prestigioso capitolo della storia televisiva italiana. Usando un velo di cinismo, e sfruttando la frase-chiave del film “Highlander”, “ne rimarrà solo uno”. Dei pionieri Tortora, Corrado, Bongiorno e – appunto – Vianello, in vita è rimasto il solo Pippo Baudo (facendo debiti scongiuri). Si potrebbe includere la Carrà, ma anche lei ha sfondato con il tuca-tuca negli anni ’70: un po’ tardi rispetto ai predetti. Ritornando seri, la Mondaini, alla pari degli altri già citati, è stata una delle ultime esponenti di quella TV fatta di varietà in senso stretto. Di uno show che non mostrava tette e culi, dove persino la parola “piede” veniva censurata. E la calzamaglia copriva le grazie delle gemelle Kessler.

I coniugi Vianello sono stati, quindi, tra gli ultimi testimoni attivi di un mondo fatto di risate pure e mai volgari. Senza trash, né gossip; insomma senza troppi esotismi linguistici e in carne ed ossa. Hanno portato sul piccolo schermo, quasi fino all’ultimo momento delle loro rispettive esistenze, la genuinità che li ha resi così popolari quanto inimitabili. Senza retorica, era impossibile – per i più “giovani” – snobbare un frammento della celeberrima “casa”. La cui sigla, inevitabilmente, è passata come ritornello in un sacco di teste durante le esequie di Raimondo in primavera e della consorte poche ore fa.

Sandra & Raimondo sono, sono stati e saranno lo stereotipo delle coppie litigarelle. Seppur estremizzato, come da esigenze di copione. Entrambi hanno saputo mantenere quell’identità garbata e recuperare così, dal fondo, l’educazione degli odierni spettatori per mezzo degli ironici screzi e delle battute sottili. Mai piatti volati, né improperi frenetici. Un’unione “rara”, nel lavoro e nella realtà: indissolubile e cortese. Fino alla fine. Un duo, ovviamente, all’antica in tutti i sensi (87 anni lui, 79 lei). Ma non erano poi così “vecchi” nei loro sketches: tuttora la clip di chiusura del programma “Noi…no!“, per esempio, è fonte di ispirazione.

Nell’immaginario collettivo è rimasta la sensazione, nonostante tutte le smentite e rassicurazioni dei medici, che Sandra avesse perso la voglia di vivere dall’estremo saluto a Raimondo. Insomma, da quel giorno piovoso di metà aprile, quando tutti videro una donna irriconoscibile: consumata dalla malattia, costretta a rimanere bloccata, coi piedi scalzi e con un cerotto sull’occhio, sopra una sedia a rotelle. Il flebile grido, incitato dai presenti alla messa, del nome del marito costituì l’episodio finale di una fiction così ben ancorata alla quotidianità.

Una sorta di “fusione”, dunque, che ha portato altresì ad una spettacolarizzazione dei funerali. Un’atmosfera grottesca, sia nella moderna chiesa di Milano 2 che fuori. Così come cinque mesi fa, si sprecano le solite belle parole. In trasmissioni andate in onda ad hoc non si evita di interpellare persino baristi e ballerine più o meno famose. Gente che, di fatto, non ha mai conosciuto (nel senso autentico del termine) i due defunti. E che poco ha concretamente da dire. Poi le polemiche: sulle diatribe “familiari” o sul luogo di sepoltura, con tanto di raccolta firme per non separare le salme tra Roma e Lambrate. Perché?

“Che barba, che noia, che barba. Buonanotte!”

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