Io Sono Stato

Dilungarsi sulle ultime esperienze riguardanti il Presidente del Consiglio è inutile. Cioè, non è che sia inutile parlarne in sé. Ma l’argomento è stato trattato da chiunque ed ovunque, su tutti i fronti e condito con ogni salsa immaginabile. Un riciclo continuo di materiale, con il premier che si ritrova, nel bene e nel male, a mostrare alle telecamere il suo ben noto faccione per difendersi ed attaccare. Tuttavia, come per ogni cosa che avviene in “grande stile”, alcuni punti abbastanza evidenti sono stati tralasciati dalle cronache.

Tanto per iniziare, la maggiore difesa di Capo dell’Esecutivo & C. su “tutto quello che avreste voluto sapere sul bunga bunga / ma non avete mai osato chiedere” (eccezion fatta per taluna magistratura: presumibilmente comunista, rossa, schierata, politicizzata, eversiva, complottista, strumentale e così via; tant’è vero che sarebbe altrettanto superfluo ricercare link appositi per catalogare i vari epiteti rivolti a giudici e P.M. che, negli ultimi anni, hanno iscritto agli atti il nome del Cavaliere) si basa su questa semplicissima frase: «è stata violata la privacy di un cittadino». Innegabilmente, rimanendo coerentemente in linea con le ipotesi di cui si tratta, il segreto d’ufficio che avrebbe dovuto aleggiare sulle indagini è andato a puttane.

D’altro canto, in un’era dominata dai vari Facebook, come si può parlare di “privacy” quando ognuno tende con nonchalance a pubblicare i propri dati personali e le allegre vicissitudini di vita vissuta? Inoltre, nel caso concreto, è una “privacy” che riguarda una persona fisica e giuridica molto particolare. Per chi è e cosa fa, è e deve essere soggetta agli sguardi di milioni di cittadini, ogni giorno. Si potrebbe replicare che, tramite la combinazione di dossier e trasmissioni televisive (ovviamente “di parte avversa”), del Primo Ministro è stato diffuso persino il numero del suo cellulare. Non bisogna dimenticare che lo stesso è un magnate: per lui i 5 Euro di una nuova scheda SIM dovrebbero essere bruscolini, anche in proporzione ai milioni del nuovo conio che – stando alle indiscrezioni – sono passati nei “luoghi del delitto”.

Ad una persona assennata dovrebbe suonare come ridicola (si, ri-di-co-la) qualsiasi invocazione della “privacy”.

– Perché un Presidente del Consiglio ha il diritto-dovere – come illustrato in precedenza – di mantenere l’aplomb istituzionale: non è la migliore delle immagini quella che vede l’Italia come un possibile ricettacolo (rectius: postribolo) di donne dalle facili abitudini, toccate con maniere rozze e polipesche dai suoi medi (o mediocri) rappresentanti (non solo compresi nella classe dirigente).

– Perché non è una mera questione di “morale”: da sempre uno dei desideri dell’uomo è disporre di donne formose, procaci e consenzienti al proprio fianco (e un cospicuo patrimonio contribuirebbe allo scopo). Ma se una di quelle femmine fosse una moglie, madre, figlia o sorella? Chissà se le famiglie delle predette, che hanno prestato ambigui “servigi”, si sentano davvero orgogliose. Probabilmente si, e questa eventuale risposta affermativa spiegherebbe davvero molte cose.

– Perché l’individuo strepitante per la “privacy” violata è lo stesso che, da imprenditore ed editore, produce e immette sui teleschermi trasmissioni come il “Grande Fratello”, dove l’esempio più becero dell’anticultura italiana si forma ora dopo ora. Senza andare troppo per il sottile (ed esemplificando il livello sociale di cui sopra): tette, culi, rutti e bestemmie. Tutto percepito, ironicamente o meno, dalla popolazione che inevitabilmente attinge (dis)informazioni di tal tenore al pari di una spugna umida. Forzatamente (tramite pubblicità o articoli in prima pagina) oppure con arguto interesse: l’ascoltatore tipico del GF è, magari, colui che non si perderebbe un secondo delle emissioni corporee dei concorrenti del reality prediletto. Ma, nel contempo, protesta contro chi mette in luce le possibili abitudini del leader del partito che vota. In fin dei conti, non sarebbe più “realtà” la vera vita di un ricco VIP?

– Perché, pur essendo uno dei principali abitanti del Paese, le sue proprietà sono – come è stato sostenuto e alla luce di quanto è apparso – aperte incredibilmente a chiunque. Dal politico alla starlette, dal carpentiere alla eufemistica “ragazza immagine”, dal giornalista al parrucchiere. Per l’umana specie, tra centinaia di invitati, un pettegolo ci sarà. Il principale esponente del Governo, cinto giustamente dalle forze dell’ordine durante manifestazioni e comizi, si ritrova vittima di un intrigo magistratual-popolare per aver dato troppa fiducia in alcuni momenti a determinati ospiti delle sue “umili dimore”. Peccato di ingenuità. O di ingordigia.

Anche se fosse, il dibattito si incentra sempre sull’attacco ai Tribunali, con la formazione di climi di “cacce alle streghe”. Di fatto, si muovono più frange di popolo, venendo poco e spesso allo scontro, per difendere un lavoro di procure disattente e negligenti (è dato sapere come le informazioni fuoriescano con tanta facilità dalle porte dei Fori?) o le parole populiste ma carismatiche pronunciate dall’uomo simbolo dell’attuale maggioranza. Circa venticinque anni fa, Enzo Biagi diceva di Lui: «Se avesse le tette farebbe anche l’annunciatrice».

Per ora si è “limitato” a minacciare di voler far causa allo Stato. Cioè, a sé stesso (la concezione costituzionale prevede poteri Legislativo, Esecutivo e Giudiziario). Nell’inchiesta, infatti, in virtù dei capi di imputazione (soprattutto per la presunta concussione) ne risponde non da privato, ma da “incaricato di pubblico servizio” (e che incaricato!). Dunque si potrebbe verificare un paradosso giuridico senza precedenti (ovviamente inammissibile e quindi nullo), esposto da uno “statista” dotato di laurea in Giurisprudenza.

Pensare che il “casino” è partito dalla (sic) “nipote minorenne di Mubarak“. Il medesimo che, in Egitto, è stato appena costretto dalla folla a dimettersi.

 

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