Uccisi nell’orgoglio

Tra tante notizie di alto spessore, per l’ennesima volta finiscono in secondo piano altri lanci di agenzia. Forse sono meno importanti per la collettività, ma costituiscono un notevole segnale in prospettiva passata e futura.

A Roma, mercoledì scorso, si è tolto la vita un viceprefetto, Salvatore Saporito, sparandosi con la pistola d’ordinanza. A suo carico, il Tribunale di Napoli aveva aperto un fascicolo d’inchiesta in una vicenda di appalti truccati, con l’accusa di aver avvantaggiato un’impresa affiliata a Finmeccanica per la realizzazione di impianti di videosorveglianza nella città partenopea. Secondo il resoconto dei giornali, il funzionario era “depresso e preoccupato” per la situazione nella quale era rimasto invischiato.

Sempre mercoledì, sempre a Roma, è pure Francesco Maria De Vito Piscicelli che tenta di farla finita, ingerendo – seguendo nuovamente le cronache – “un intero flacone di tranquillanti”. Viene salvato in tempo nel suo studio in pieno centro nell’Urbe. A differenza di Saporito, Piscicelli era già stato sottoposto in passato a custodia cautelare in carcere prima e agli arresti domiciliari poi. Inoltre è tuttora imputato davanti al Tribunale di Firenze per un filone del processo per corruzione e appalti truccati (ma va?), con riferimento anche alle infrastrutture costruite per il G8 a La Maddalena. Summit mai tenutosi in Sardegna, in quanto venne spostato a L’Aquila terremotata. Questo è invece il principale legame tra Piscicelli e la “fama mediatica”: in un’intercettazione telefonica, infatti, l’imprenditore edile campano rideva alla notizia appena ricevuta del sisma a colloquio con il cognato. Un simile evento, per quanto tragico, gli avrebbe potuto garantire investimenti in loco e, di conseguenza, rilevanti introiti economici.

Non ci si può improvvisare psicologi e presumere cosa abbia spinto entrambi a compiere l’estremo gesto. Si parla sempre di rimorsi e sensi di colpa, ingigantiti dal possibile verdetto negativo dei giudici. L’esito di colpevolezza può portare allo smembramento dei successi ottenuti, magari – come si viene a sapere – in modo non proprio pulito. In precedenza vi sono stati fulgidi esempi comportamentali: c’è chi ha affrontato a testa alta tutta la trafila, giungendo all’assoluzione, alla condanna o alla prescrizione del reato; c’è chi ha preferito lasciare il Paese e morire all’estero da latitante; c’è chi demonizza interamente la magistratura a prescindere; infine c’è chi non intende aspettare ulteriore tempo, preferendo uccidersi (o provare a farlo) pur di evitare la minima ombra della cosiddetta “vergogna” (o, appunto, la perdita di quanto acquisito negli anni, sia esso quanto di più concreto – l’auto di lusso oppure l’abitazione nel centro della Capitale – ovvero di astratto – la stima di amici e parenti).

Alla mente tornano i (presunti) suicidi nel ’93 di Gabriele Cagliari (tra le mura di San Vittore a Milano) o di Raul Gardini (nella lussuosa dimora di Palazzo Belgioioso), protagonisti delle trattative tra ENI e Montedison che costituirono in seguito uno dei fulcri dell’inchiesta che balzò agli onori dei mass-media come “Tangentopoli”. Diciott’anni dopo “Mani Pulite”, quando la folla era generalmente crudele nei confronti di politici e personaggi dell’alta finanza dell’epoca, le voci che considerano “martiri” gli stessi divengono sempre più numerose.

La speranza è l’ultima a morire, si dice.

 

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