Un po’ per soldi, un po’ per amore

il

[per Diritto di Critica]


Nei giorni in cui il Presidente del Consiglio si presenta di fronte ai P.M., almeno per il cosiddetto “processo Mediatrade“, è logico aspettarsi la presenza di molte persone nel largo dedicato alla memoria di Marco Biagi antistante il Tribunale di Milano. Tra curiosi e giornalisti, a rimanere fissi con striscioni, bandiere e gazebo sono i supporter del premier, pronti ad attaccare una “magistratura politicizzata”, e gli ovvi oppositori, divisi tra militanti iscritti a partiti e “popoli viola” vari.

Nuova frange di ultras, praticamente. Stavolta non negli stadi, ma nel bel mezzo di una strada centrale del capoluogo lombardo. Una massa di gente che, inevitabilmente, oltre a provocare i più classici “disagi alla circolazione”, rende difficile la vita degli inquirenti e delle parti in causa. Il “regolare svolgimento del processo”, sancito anche dall’art. 45 del Codice di Procedura Penale, infatti, è messo a dura prova dalle urla dei contestatori, così come dai megafoni e i canti dei fan del celebre inquisito. Un potenziale danno, persino dal punto di vista dell’economia processuale tanto discussa nelle ultime ore.

Sebbene il Capo del Governo abbia sovente affermato che ad attaccarlo in quasi tutti gli eventi a cui presenzia, da Milano a Lampedusa, sia «una squadra composta sempre dalle stesse persone», non è da escludere che vi siano veri e propri “nuclei organizzati” che facciano da presidio anche in suo favore. A rigor di logica, difficilmente si può creare spontaneamente un gruppo di individui pronto ad esporre simboli di questo o quel partito, mostrare foto del leader preferito, distribuire ed attaccare migliaia di volantini nonché montare banchetti al coperto nel giro di pochi minuti.

Nella versione on-line de “L’Espresso”, testata notoriamente non vicina alle posizioni del Primo Ministro, è stata pubblicata la testimonianza in esclusiva di uno studente di Sociologia dell’Università “Bicocca”. Il 24enne, che si dichiara pressoché “finiano”, prima che l’attuale Presidente della Camera entrasse nel PdL (ma precisando di non aver mai avuto tessere di partito), ha analizzato e raccontato dal suo punto di vista il comportamento dei sostenitori del Cavaliere davanti al Palazzo di Giustizia. Alle 9 arriva il materiale necessario al sit-in, trasportato da due furgoncini. Subito dopo i vari fan («gran parte over 55», “di istruzione in generale medio-bassa” e – sempre secondo il resoconto del ragazzo – composti in particolare da “pensionati e disoccupati”) si radunano schematicamente fino alle 13 ogni giorno, week-end esclusi.

Prendendo per buone le domande poste e le conseguenti risposte, emergono i classici luoghi comuni. Ad esempio, per gli astanti, Prodi era – in soldoni – a capo dei “comunisti che hanno alzato le tasse”, risultando persino colpevole dell’introduzione dell’Euro (sic). Nel contempo, pochi dei presenti sapevano da cosa fosse scaturito il giudizio in cui il loro “idolo” è impegnato. Per assioma, in conclusione, costoro non erano a conoscenza esattamente del “perché” fossero lì. Questo enigma, però, viene risolto poco dopo: uno dei radunati ne avrebbe invitati altri, per la settimana successiva, «ai punti della campagna elettorale della Letizia Moratti». La risposta dei coinvolti, leggendo nel dossier, non sarebbe tardata: «Quello che vuoi, basta che paghino». Il senso di tutto.

Anche questa è democrazia.

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