Giro della morte

C’è poco da commentare. C’è poco da condannare. Specie quando un atleta perde la vita nel fare ciò che ama. Il vederlo steso immobile a terra, con la faccia appiattita dal trauma subito, con rivoli di sangue scuro scivolare lungo la discesa dalla testa (nonostante il casco, obbligatorio in una corsa ciclistica), riassume l’agghiacciante scena mostrata senza censura alcuna, in diretta televisiva. Un “onore” (se così si può chiamare) non ancora concesso a bin Laden.

Su per giù, il cronista diceva: «Questa è un’inquadratura che francamente non avremmo voluto commentare». Forse. Intanto, lo stacco sul (quasi ovvio) cadavere c’è stato. E, ora come ora, sarebbe decisamente ipocrita non descriverlo: anche questo, seppur sadico, tragico o cinico che sia, diventa cronaca. Da sempre il dettaglio macabro “fa pubblicità”. Molte testate, come inizialmente Gazzetta.it o TGCom, senza troppi scrupoli, hanno infatti usato lo “screenshot” del volto sfigurato, mostrato nel live dalla Rai, come foto atta ad illustrare il dramma riguardante Wouter Weylandt, schiantatosi in un soleggiato pomeriggio di maggio sull’asfalto di una strada provinciale della Liguria. Per certi versi, la dinamica ha riportato alla mente quanto accaduto allo sfortunato Fabio Casartelli durante la quindicesima tappa del Tour de France del 1995, dove un paracarro fermò la vita dell’allora campione olimpico in carica. Il giorno dopo, la sua squadra (la Motorola) tagliò il traguardo di Pau in testa, con Peron mesto vincitore per le statistiche.

A nulla sono valsi i tentativi di rianimazione, pur riconoscendo l’immediato intervento dei medici. Ma, nel frangente, anche un profano si sarebbe immediatamente conto dell’estrema gravità dell’incidente. Il corridore belga, che – ironia del destino – esattamente un anno fa vinse la terza tappa del Giro 2010, non avrebbe dovuto partecipare a questa edizione. Chiamato all’ultimo momento dalla sua squadra, la Leopard-Trek, sarebbe diventato padre a settembre, mese in cui avrebbe compiuto 27 anni.

Gli ultimi 25 chilometri di gara sono dunque passati in secondo piano (per la cronaca, Ángel Vicioso ha superato David Millar – nuova maglia rosa – in volata ristretta). Le attenzioni erano tutte concentrate sull’elicottero con difficoltà ad atterrare e sulle ambulanze ferme a pochi metri dal corpo dell’uomo. La titubanza e la contemporanea tensione dei giornalisti collegati da Rapallo era palpabile. Tuttavia, chiaramente provati, non riuscivano a dare immediatamente la notizia della morte del ciclista, a dispetto – a tappa ormai conclusa – delle inequivocabili immagini dall’alto che riprendevano gli addetti stendere il classico telo bianco sulla salma. Si è scoperto il motivo solo in un secondo momento: si temeva di turbare in modo ancora più eccessivo la compagna dello sventurato sportivo, in stato interessante.

Altrettanto imbarazzanti sono le descrizioni riportate da parte di diversi organi di stampa: come detto, i 26 anni di Weylandt sono diventati 25 o 27, eppure – per i giornalisti professionisti – poteva essere sufficiente una consultazione su internet o una rilettura per non incappare in errore e garantire così un’informazione solida. Per non elencare le storpiature del cognome (trasformato in Weyland o Wylandt) o addirittura la pubblicazione di foto errate. È il caso di Repubblica.it che, fino a ieri sera, in homepage esponeva un’immagine relativa alla caduta di Kivilev alla Parigi – Nizza del 2003 (anche lui morto in seguito alla stessa e che è “servita” all’uso obbligatorio del caschetto). Oppure l’enfatica falsa notizia secondo la quale il velocista aveva sostituito in extremis l’infortunato Daniele Bennati (la cui riserva è Brice Feillu).

Persino le ricostruzioni, basate sui riscontri tecnici e sulle perizie delle forze dell’ordine intervenute, sono discordanti: qualche giornale riporta all’occasione che lo sprinter delle Fiandre “ha sbattuto contro il guad-rail” (che non c’era, al massimo si poteva trattare di un’inferriata), “contro il muretto” ovvero “direttamente sull’asfalto”. E che l’evento è stato causato, forse, da una sbandata, da una distrazione o da entrambe. Difficile basarsi su testimonianze logicamente “distratte” (si scendeva a 70 km/h) e visioni repentine, senza filmati chiari a supportare le singole verità. Circostanze sicure sono unicamente la dipartita di Weylandt e l’inutilità del “mEssaggio cardiaco” (sic).

Si è fatto molto per la sicurezza negli sport. Purtroppo, talvolta studi e sforzi organizzativi non impediscono il verificarsi di una tragedia. Intanto, “the show must go on”. Come sempre.

[photo credits|Sky Sport]

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