Nuovo cinema inferno

[per Diritto di Critica]

L’11 maggio è iniziato il 64° Festival di Cannes, una delle principali mostre cinematografiche a livello internazionale. Già in apertura è stata consegnata la prima Palma d’Oro. Ad un italiano, Bernardo Bertolucci, per i meriti artistici conseguiti. Il classico “premio alla carriera” per il regista di “Ultimo tango a Parigi” e “L’ultimo Imperatore”, dedicato «a quella parte di italiani che hanno l’energia, la forza di combattere, protestare e anche di indignarsi». Ancora, venerdì l’ “Habemus Papam” di Moretti è stato applaudito in sala per 5 minuti. Tanta considerazione, nello specifico in terra francese, dovrebbe rendere orgoglioso proprio il Bel Paese. Sfortunatamente, molte testate relegano le notizie nei trafiletti o negli speciali dedicati alla kermesse.

Curioso, per uno Stato che ha dato i natali a Rodolfo Valentino, una delle prime “star” della “settima arte”. Dove è presente Cinecittà e dove sono cresciuti Sophia Loren, Vittorio De Sica o Federico Fellini (solo per citare alcuni degli innumerevoli artisti). Tuttavia è innegabile come il cinema italiano sia in crisi competitiva con le produzioni estere. Basta fornire alcuni dati concreti: gli ultimi Oscar di un film completamente realizzato in Italia risalgono al 1999, grazie a “La vita è bella” di Benigni (l’ultima nomination è del 2006 con “La bestia nel cuore” di Cristina Comencini). Fine a sé stessa, invece, è stata la gioia di qualche tecnico o sceneggiatore italiano impegnato in kolossal stranieri, poco pubblicizzata da chi di dovere. Ennio Morricone compreso, che ha ricevuto l’Academy Award alla carriera nel 2007 per le sue composizioni. Altro segnale significativo: dal ’98 ad oggi, il maggior risultato ai botteghini di casa nostra l’ha ottenuto all’inizio di quest’anno Checco Zalone con il suo “Che bella giornata“. Una pellicola ben fatta ma che certamente non ambisce a premi di portata mondiale.

Ciò non significa che tutti i lungometraggi italiani siano semiseri o comunque non degni di critica positiva. La ragione di questa sorta di “cattività” va ricercata pure nella scarsa rilevanza data dai media al settore. Recentissime sono le cronache sui “tagli alla cultura”, con le conseguenti proteste e levate di scudi da parte degli addetti ai lavori. Eppure, periodicamente, sono in programma mostre che nulla hanno da invidiare a quella della “Promenade de la Croisette”. Come quella di Roma, nata nel 2007, o la più storica di Venezia, in programma dal 1932. Ma, soprattutto, l’Italia ha, da 56 anni, le sue “statuette” da distribuire in un’unica sera: quelle del “David di Donatello”. Venerdì 6 maggio, all’Auditorium Conciliazione di Roma, sono state assegnate le riproduzioni della scultura. Con un po’ di polemica, quanti ne erano realmente a conoscenza? Per la cronaca, sette premi (compreso quello di “miglior film”) sono andati a “Noi credevamo” di Mario Martone, dramma storico basato sull’omonimo romanzo di Anna Banti, ambientato nell’epoca risorgimentale (curiosamente, proprio nella ricorrenza dei 150 anni dell’Unità d’Italia).

La cultura cresce dalle basi: come si può ricostruire una “fabbrica dei sogni”, che tanto lustro ha dato in passato, se mancano gli strumenti (intesi come attenzione e pubblicità) per apprezzarla?

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