L’importanza di essere italiano

Domenica 12 e lunedì 13 si va a votare per quattro quesiti referendari. Ci si lamentava che “i media non fanno sapere che ci sono dei referendum, lo nascondono”. Ma i tempi sono cambiati, confermati da un passaparola continuo e – soprattutto – informatico funzionante. La tornata, su un periodo stabilito ex lege tra 15 aprile e 15 giugno, si svolgerà praticamente negli ultimi giorni utili. Per il solito postulato andreottiano sul “peccato del pensar male – e dell’azzeccarci -“, perché, con delle elezioni amministrative svoltesi pochi giorni prima, non sono state scelte due date uniche per recarsi alle urne? Domanda retorica. Si sa che i quesiti si basano, in maniera spicciola, su acqua pubblica/privata (due), nucleare e legittimo impedimento.

Solo per minime specificazioni, è errato parlare di acqua pubblica/privata (l’acqua è e sarà sempre pubblica; sarebbe più coerente parlare di “gestione”), il dibattito sul nucleare si fonda invece nelle coscienze principalmente per gli eventi di Chernobyl e Fukushima e non sul merito (anche se, per motivi simili, il popolo italiano si espresse 25 anni fa), mentre il legittimo impedimento, in soldoni, permetterà all’intero gotha ministeriale di non partecipare ad eventuali processi penali che dovessero malauguratamente vedere qualche singolo nella veste di imputato. Un problema di interesse generale (sic)!

Stop. Aggiungere altro sugli argomenti equivarrebbe a creare altri dubbi, pregiudizi e confusione nei cittadini. Questi ultimi, generalizzando (cosa che a molti non piacerà, ma tant’è), molto spesso non riescono a “capire” la politica, sia nei palazzi che vissuta. Hanno difficoltà a comprendere i tecnicismi, gli iter. Si basano maggiormente sulle figure, sui soliti noti che compaiono in TV per “dire la loro”, siano essi addetti ai lavori, cantanti, giornalisti o fancazzisti. Sarebbe un’utopia riuscire ad “educare” milioni di persone con guide sensate e comprensibili (troppo noiose, anche per chi le studia). L’unico risultato, percorrendo questa strada, sarebbe un trattamento in pieno stile “Arancia meccanica“; l’esatto contrario della manifestazione piena della Democrazia qual è il referendum.

Democrazia. Come sostiene correttamente il Presidente della Repubblica, votare è un dovere. Più correttamente un “diritto-dovere”. È appunto il maggiore strumento che un italiano può aver in mano: decide lui una legge, diventa importante per un giorno, si fa portavoce diretto del suo pensiero (sia esso corrotto – presumibilmente in buona fede – o meno). Finalmente lo può esprimere senza interposta persona. Apponendo una “X”, su SI o NO. O astenersi (cosa diversa dall’ “assentarsi“), se ritiene inutile, contrario ai propri precetti o semplicemente incomprensibile il tema proposto. Le ragioni dell’espressione sulle due risposte (o sulla terza via) sono individuali e meritano di essere diffuse. Sebbene il famoso “50%+1 degli aventi diritto” serva come deterrente per evitare che “pochi decidano per molti”, qualsiasi fattispecie posta sotto la tipologia della democrazia diretta è di rilevante importanza: è la legge quella su cui si ragiona, non certo lo scegliere i componenti delle squadre di scapoli ed ammogliati.

La “lotta” sarà dunque sul quorum: non alzando il culo dalla comoda sedia, ovvero preferendo il mare in caso di sole o la Playstation causa pioggia, si fa un danno nei confronti dello Stato e a se stessi. Non solo non si sfrutta un’occasione rara, ma si concretizza, con tale atteggiamento lassista, un menefreghismo istituzionale e morale. È un diritto anche disertare le urne, certo. Ma è un atto che tende a vanificare (insultare?) quello di migliaia di cittadini che riescono a dichiarare una volontà. Ed è curioso, probabilmente un unicum (forse sarà cosa comune a qualche regime assolutistico, chissà), che alcuni rappresentanti del Governo incitino al “non andare a votare“, ergendosi a testimonial di simile teoria*. Sarà paradossale, però sarebbe più intelligente prendere in mano la matita e disegnare un membro maschile su ciascuna delle schede. Gli scrutatori almeno avranno motivo di ridere, durante la monotonia degli spogli.

Indipendentemente dal trattarsi di un “SI”, un “NO” o persino un cazzo stilizzato, è sempre meglio dar voce al proprio credo (centocinquant’anni di storia italiana saranno pur serviti a qualcosa). In gergo più triviale, hai uno strumento: usalo!

*Ed è altrettanto scontato che non si debba votare con lo scopo di “andare contro” il Presidente del Consiglio (e chi per lui) o, viceversa, non recarsi al fine di ostracizzare “i komunisti”. In questi casi non esistono “destre”, “sinistre” e “centri” di sorta.

Qualche consiglio utile:

  • Non sovrapporre le schede una sull’altra; potrebbero compromettere l’espressione di voto. La carta è infatti di tipo copiativo e, imprimendo la “X”, si rischia di calcare quest’ultima involontariamente su un foglio sottostante.
  • Converrebbe bagnare con un pizzico di saliva, in assenza di apposita spugnetta inumidita, la mina della matita. Necessita di essere “umettata” per possedere efficacia ed evitare che il segno posto venga cancellato.
  • Sempre per il teorema del “pensar male”, in caso di mancata preferenza sarebbe meglio “annullare” la scheda. Lasciandola bianca, potrebbe essere sabotata con altrui decisioni durante la confusione degli spogli.
  • Non dimenticare tessera elettorale e carta d’identità. Può sembrar banale, ma può accadere.
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