“Io sono ancora qua”

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Dal 7 febbraio riecheggia nelle radio l’inconfondibile timbro della voce di Vasco Rossi che ricorda agli ascoltatori che “lui è ancora qua. Eh… già”. Il Blasco non ha bisogno di presentazioni. È un “re Mida” della musica italiana. I suoi fan delle più disparate età, impazziti e sempre presenti, affollano gli stadi nei suoi tour. Ogni album da lui lanciato è un successo di vendita.  Ma, cambiando una consonante, quello di Vasco, ora, è soprattutto un successo di rendita. Almeno questa è l’opinione di parte della critica, che possa piacere o no. Che sia un forum, Facebook o una semplice intervista i fedelissimi del rocker emiliano non si tratterrebbero mai dall’incazzarsi con chiunque attacchi il loro idolo. “Lui è ancora qua. Eh… già”. Appunto.

Vasco compirà a febbraio 60 anni. Ma non pensa affatto di ritirarsi dalle scene. Metterà sì fine alla sua “attività di rockstar”, ma continuerà ad esserci. Basta tour: quello che accompagna l’album Vivere o niente è l’ultimo. Potrebbe essere l’ennesima mossa pubblicitaria, un bluff per attirare l’attenzione. Provocazioni minori e più scontate rispetto alle Sensazioni forti degli anni ’80 che gli valsero epiteti quali “ebete, cattivo e drogato”. Già, perché lui in carcere finì davvero per possesso di cocaina nell’84. Appena un paio d’anni prima, sul palco di Sanremo, con l’aria disorientata e andando decisamente fuori tempo, concluse la performance trascinandosi microfono e amplificatore dietro le quinte. Insomma, faceva di tutto per legittimare quello stereotipo di “strafatto”. Andava al massimo. Lo sapeva e voleva farlo sapere.

Sfornava testi comunque impegnati, vivi, passionali, sofferti. Chiunque percepiva come fossero scritti “di getto”. E quanto simile arte potesse essere considerata, nel bene e nel male; così piena di esperienze, spesso personali, che andavano dalla trombata con la minorenne alla TV da lui non gradita. Dalle Gabry alle deluse, passando per gli angeli che non seguono strade buone. Ma, ad un certo punto della sua carriera, i sentimenti più puri sembrano affievolirsi. Quasi fino a sparire del tutto. Anche la voce è sempre più rotta, stanca. Colpa del Whisky, forse (o forse no), non più di Alfredo. Di sicuro le più incoscienti sue mani tra le gambe diventano altre mani, più consapevoli, da far “mettere là“. L’elogio dell’emozione, comune alle canzoni che son come fiori, si trasforma in “ode al culo” quando una ragazza (vista da un 57enne, naturalmente verso l’andropausa e dagli occhi spalancati) coi tacchi quasi galleggia.

Il nome Vasco Rossi fa (recentemente lo ammette lui stesso – “e ringraziando Dio / io non mi chiamo Mario” -). Ad esempio, se singoli del tenore di Gioca con me fossero stati scritti ed interpretati da cantanti più emergenti verrebbero snobbati, considerati persino monotoni e per nulla originali, o altrimenti etichettati – senza mezzi termini – come “sfoghi-sessuali-di-infimo-ordine-sfoderati-da-sedicenti-artisti-in-cerca-di-notorietà”, creati al solo fine di raggiungere obiettivi unicamente commerciali.

È vero che persino i Queen si presero il lusso di storpiare il finale di One Vision con un “Fried chicken” (“pollo fritto”) che nulla c’entrava con il serio contesto del brano (“I have a dream…”). Ma si tratta di universi a parte, distanti; in una parola, imparagonabili. L’attività di Vasco, nonostante video girati a Los Angeles e aperture discografiche al mercato estero, di fatto, si ferma alla sola Italia. Per rendere concreta l’idea: secondo qualsiasi purista della musica, la sua cover italianizzata e snaturata di Creep dei Radiohead (trasformata in Ad ogni costo) è, purtroppo, un oltraggio e non un omaggio. I “na-na-na”, tipici dello stile di Rossi, prendono il posto dello “svolazzare come una piuma in un mondo bellissimo” descritto da Yorke. Conseguenza: i cosiddetti “vascolizzati” difendono l’indifendibile dalla loro personalissima prospettiva, sminuendo trucemente (eufemismo) i veri artefici della composizione.

Morgan, un altro cantautore con qualche problemuccio alle spalle, sostiene che Vasco sia morto (musicalmente) a 27 anni. Forse un po’ eccessivo, ma non un numero dato a caso: basta notare chi sia iscritto (suo malgrado) al “club 27“. Ad ogni modo, un sarcastico VR (o chi per lui) non apprezza e risponde testualmente via profilo Facebook, venendo subito appoggiato da migliaia di approvazioni: “Il doppiatore di Johnny Depp? …Ma sì è lui…Morgan degli U2, quello che di concerti a Sansiro se ne intende, altrochè…!! poverinoo…per un barlume di popolarità…cosa non si fa”.

Poi, effettivamente, si ricorda che di anni ne ha 60. Troppo avanti per essere la parodia di se stesso. Eh… già.

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3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Jalo ha detto:

    Buuuuuu 🙂
    Cioé Leo, fammi capire. Ben 200.000 persone che lo vanno a vedere a San Siro li consideri praticamente incompetenti. Tutte queste persone dovrebbero invece, secondo te, seguire quello che una manciata di persone ha deciso per loro. Un critico dice che vasco è bollito, e allora tutti quelli che la pensano diversamente diventano esseri incapaci di giudicare da soli? 🙂

    Dici che Vasco è cambiato, e sai invece che cosa non è cambiato? Il fatto che nell’83 Vita Spericolata finì penultima a Sanremo, e poi nei primi posti delle canzoni italiane più importanti di sempre. Non è cambiato il fatto che i critici sono inutili, e che le persone comuni portano avanti il mondo, con i loro santi ed i loro eroi.

    Ciao Leo 🙂

    1. leoman3000 ha detto:

      Incompetenti no, non mi permetterei mai. Molti prendono cantonate (v. paragone con i Radiohead, per esempio), quello si. Un parere è prettamente soggettivo. Su altre fattispecie io o un critico potremmo pensarla in senso totalmente opposto alle masse. Né io od un critico siamo detentori di verità assolute.

      Tuttavia Vasco sembra aver perso lo smalto dei vecchi tempi (cosa comunque naturale). Ho sentito molte sue canzoni (tutte?) e non faccio mistero di aver comprato “Il mondo che vorrei” il giorno della sua uscita. Su “Vita spericolata” evidenzi il paradosso perfetto. Cosa simile alle polemiche di Nantas Salvalaggio sull’ “ebete drogato”. Mentre i professoroni lo snobbavano, Vasco veniva apprezzato da buona parte della massa (mica c’era il televoto a Sanremo nell’83). Ma tutti noi siamo incontentabili, in fondo 🙂 Ora avviene il contrario: parte dei fan si sente delusa da composizioni meno “sentite” o cover di dubbio gusto che sottolineano potenziali crisi creative (cantautore, non cantante). Magari in Italia ci fossero innovatori come Vasco fu a suo tempo.

      Ciao Jalo 😀 (e forza Juve… huahuahauhuahuahuh! 😀 )

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