Il treno dei desideri

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[per Diritto di Critica]

Una lettura superficiale dei giornali potrebbe far percepire l’idea che “gli abitanti della Val Susa non vogliano la TAV”. L’atmosfera nella piana piemontese certamente non è delle più tranquille, tra lanci di vernice sugli agenti in assetto anti-sommossa e lacrimogeni di risposta. La protesta popolare, però, tra tregue e assalti, va avanti da anni. Dal 2001, infatti, con il beneplacito dell’Unione Europea (il “progetto prioritario 6“), è prevista di fatto la costruzione di una nuova tratta ferroviaria che collegherebbe più rapidamente (almeno, così pare) Torino e Lione. Francia ed Italia.

In realtà i Treni ad Alta Velocità attraversano la zona già dagli anni ’90, con i francesi TGV che giungono quotidianamente alla stazione Porta Nuova nel capoluogo. Il vecchio tragitto che conduce fin sotto il Frejus, dunque, è ancora affidabile e adatto a trasferire merci e uomini. È davvero così urgente un nuovo percorso nella pacifica valle tra il Rocciamelone e la Sacra di San Michele? Nonostante nel diciannovesimo secolo non vi fossero regolamenti, valutazioni di impatto ambientale, tecnologie avanzate e quant’altro, la Torino-Lione costituisce un esempio storico di infrastruttura resistente nel tempo.

Ovviamente non si può giustificare la violenza dei residenti, pur tenendo conto della loro esasperazione per l’incertezza di una situazione che perdura ormai da almeno un decennio. Tra le denunce, danni ambientali come la distruzione delle falde e lo sprigionarsi di polveri inquinanti (escludendo i rumori, dei mezzi adesso e del passaggio dei convogli poi): il progetto è, a dispetto del circoscritto territorio coinvolto, a dir poco colossale. Altrettanto colossali sono le poste in gioco e non solo di matrice naturalista. Non vi sono infatti solo semplici linee elettriche, binari e traversine da piazzare, ma sono previste gallerie che andrebbero a nascondere buona parte della strada ferrata, che verrebbe così interrata sotto i prati.

Ironicamente, la tratta esistente dalla seconda metà dell’800 è parzialmente “nascosta” dai piloni dell’autostrada Torino-Bardonecchia, oltre che dai vari tunnel esistenti. I passeggeri, dalla loro prospettiva, hanno comunque la possibilità di assistere ad un panorama emozionante, con le nuvole tagliate dai monti e le luci dei borghi a illuminare le notti. Cosa impossibile da apprezzare a bordo di carrozze ultraveloci, nel sottosuolo come una qualsiasi metropolitana cittadina.

Secondo una logica imprenditoriale, che non bada a sentimentalismi di sorta, non sarebbe sufficiente un “aggiornamento” della linea già presente: se ne dovrebbe costruire una più efficiente, moderna, anche se più lunga (quindi persino il risparmio del tempo di percorrenza tanto decantato verrebbe messo in discussione). Con logica probabilità, un’edificazione ex novo potrebbe garantire appieno opportunità e sovvenzioni pubbliche; un mero adeguamento è meno dispendioso, ma non assicurerebbe i medesimi introiti nelle casse dei privati in ottica futura. I paesini tipici della valle restano impotenti testimoni di un giro di interessi collettivi, in preda a ruspe ed escavatori pronti all’attivazione.

E, giorno dopo giorno, la pazienza degli abitanti viene messa sempre più a dura prova.

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