Dieci anni

[per Diritto di Critica]

Sono passati dieci anni da quel giorno. Retoricamente, quello che ha cambiato la “storia”. Ogni minimo fotogramma, da allora, è rimasto impresso sulle retine di chi si trovava incollato alla televisione (o, suo malgrado, dal vivo). Per ore che sembravano non avere fine, l’attenzione globale si verticalizzò sulle torri fumanti di New York, sul Pentagono, su una macchia nera nella radura di un bosco della Pennsylvania. L’umanità prese coscienza mediatica del terrore.

Da allora si sono avuti dieci anni di continui videomessaggi di capi di Governo, di fucili ritratti sulle pareti di grotte, di vessilli a stelle e strisce branditi ovunque, di filmati truculenti di decapitazioni, di bare rientranti in patria. Enduring Freedom: la “libertà duratura” per liberare il mondo dai regimi, dalle dittature ultra-decennali, dai crismi oltranzisti dei fanaticiDieci anni di caccia agli uomini. Uno in particolare, colui che è stato ritenuto il responsabile dei dirottamenti dell’11/9, Osama bin Laden, è stato ucciso il 2 maggio scorso. A comunicare l’evento alla nazione il presidente Obama. Il successore Democratico di George W. Bush, nonché Nobel per la Pace nel 2009.

Dieci anni di teorie del complotto, dove emergerebbero esplosioni controllate all’interno delle Twin Towers o l’impossibilità di una fusoliera nel “bucare” una struttura seminterrata qual è il Dipartimento della Difesa statunitense. Fatto sta che, per lo meno a Manhattan, per dieci anni due voragini hanno ricordato che lì sorgevano due grattacieli alti oltre 400 metri l’uno. Collassati come castelli di carte, dopo che decine di persone (certe della morte) preferirono gettarsi nel vuoto, fracassandosi sui marciapiedi sottostanti.

Scene traumatiche, raccapriccianti: pochi interminabili minuti vissuti con incredulità davanti al tubo catodico (mica un LCD). RaiTre si vide costretta a continuare un telegiornale ormai concluso: la notizia dell’elezione di Daniela Ferolla a Miss Italia doveva allietare il pubblico. Ma lo stesso, qualche istante dopo, avrebbe visto del fumo denso e nero uscire da uno dei due simboli paralleli della Grande Mela, senza capire realmente cosa fosse successo. Un incendio? Un incidente? Una bomba? Poi un aereo si schiantò sull’altro, lasciando una palla di fuoco e detriti schizzati via quali indelebili segni di impotenza.

Chiunque comprese la gravità di quegli attimi: “Non è un film” fu una frase generica passata nelle menti. “Hanno colpito l’America”, si gridò tra case ed uffici che lentamente ricevevano le notizie (la diffusione di internet si è decisamente sviluppata, negli ultimi dieci anni). C’era chi telefonava alle proprie famiglie in ricerca di rassicurazioni, chi calmava figli spaventati, chi semplicemente pregava, chi – forse con un briciolo di egoismo – si sentiva al sicuro nell’abitare in un’anonima cittadina.

Lungo le sponde dell’Hudson, invece, migliaia di individui scappavano dalle polveri che invadevano le strade, alla pari di tante formiche impazzite. Tristi sopravvissuti che non avevano voglia di gioire. Le consolazioni dei potenti di turno, che con il loro faccione intervallavano l’innaturale nube sui teleschermi, non aggiungevano alcunché di nuovo o che non fosse oggettivamente condivisibile, aumentando tuttavia rabbia e rassegnazione degli spettatori. Bush in primis; poi Chirac, Aznar, Blair… volti che, a dieci anni di distanza, sono cambiati. Almeno nel resto del mondo: curiosamente, dopo dieci anni, il presidente del Consiglio italiano è sempre lo stesso.

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