Sic transit gloria mundi

Fuggitivo. Ferito. Rintanato in un buco, come un topo. Picchiato dalla folla. Colpito a morte. Mostrato alle telecamere ormai cadavere. Così finisce la ultraquarantennale storia di un dittatore. La vita di Mu’ammar Gheddafi si conclude a pochi passi dalla sua città natale, Sirte, sotto il sole africano e le bandiere del Regno di Libia sventolanti. Appena due anni fa era l’ “amico splendido” (con i seguenti significati di tali affermazioni) di un’Italia ossequiosa e permissiva. Niente più lussi, pistole d’oro o tende berbere in cui accogliere potenziali vergini di larghe vedute. Dell’uomo rimane solo un’immagine sanguinolenta e supplicante. Ma, come titolavano i giornali anglofoni, “no mercy”, nessuna pietà per chi è accusato di stragi, eccidi e repressioni. Nessun ultimo desiderio. Nessun processo.

Fine comune a tanti predecessori celebri. Il cadavere di Mussolini, assieme a quelli dei suoi fedelissimi – compagna compresa -, venne portato da Giulino di Mezzegra al centrale piazzale Loreto di Milano: legato a testa in giù sulla pensilina di un distributore di benzina, venne esposto a pubblico oltraggio, tra urine e sputi di una popolazione che prima invocava il suo nome. Sorte simile per il rumeno Ceausescu: tentò la fuga, ma venne catturato. Un processo-farsa servì solo a garantire la pena capitale per lo statista, fucilato in compagnia della consorte la sera di Natale dell’89. Soliti “corsi e ricorsi”.

Un trionfo? Si può parlare di “trionfo” nel veder nel dettaglio la morte di un uomo? Le nuove tecnologie documentano meglio la sequenza e tagliano via i dubbi su qualsiasi identità. Fa impressione sapere come una persona, in vita tronfia e sfacciata in ogni sua manifestazione pubblica, quasi incline alla superbia in ogni immagine televisiva che lo ritraesse, fosse così lacrimevole e bramante compassione a pochi istanti dalla fine certa. Una conclusione – intesa non solo come quella del Raìs – coraggiosa o vile?

Le teorie complottiste non lasciano scampo: la mano del possibile esecutore materiale (di appena 20 anni) potrebbe essere stata guidata dai pezzi grossi della NATO (solo arroganti intrusi, stando alla sintesi di altre autorevoli opinioni), che avrebbero approfittato dell’entusiasta rabbia giovanile (o dei 20 milioni di Dollari posti come ricompensa). Con quel proiettile conficcato nella tempia sarebbero evaporati migliaia di segreti scomodi contenuti nella testa del Colonnello. Una volta un liberatore della Nazione dai crociati occidentali, adesso un despota finalmente detronizzato dal “Consiglio Nazionale di Transizione”. Entità, quest’ultima, coadiuvata proprio dalle forze a cui il leader libico si era opposto una quarantina d’anni prima.

E adesso? A chi andrà il Governo del Paese dall’unico vessillo monocromatico (che verrà logicamente sostituito)? Certamente non verrà spartito, come una Germania qualunque, tra i vincitori: i rappresentanti del CNT dovrebbero occuparsi di ristabilire sicurezza e democrazia. Missioni come gestire le scorte petrolifere (con tutti gli interessi stranieri in ballo), riallacciare i difficili rapporti internazionali e combattere una costante minaccia terroristica (Gheddafi sosteneva di essere il “filtro” tra Europa ed Al-Qaeda) non sono affatto imprese facili.

Non dovrebbe esserci il tempo, dunque, per nuovi deliri oligarchi di onnipotenza. Ma la storia tende a negare facili soluzioni.

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