Sic

“Diobò…”

Marco Simoncelli, 24 anni, pilota di MotoGP in forza al Team Gresini motorizzato Honda, è morto da tre giorni. Ormai lo sanno tutti, non serve specificare troppo le cause. Del tragico evento si è discusso con molta solerzia: la cosa ha colpito chiunque, vuoi per la giovane età del motociclista, vuoi per la sua fama e il suo copioso seguito, vuoi per i “rischi del mestiere”. Difficilmente qualcuno – già da prima che Paolo Beltramo dai microfoni di Italia 1 annunciasse alla Nazione la dipartita del proprio portabandiera – è rimasto indifferente. Le immagini televisive, con quel casco che rotolava sull’erba e il centauro sdraiato immobile sull’asfalto, garantivano l’idea della gravità dell’accaduto anche al più profano degli spettatori.

Dopo la premessa, scontata ma doverosa, a mente fredda molte riflessioni vanno a sommarsi. “Perché”? Fatalità: chi vive nel circus sa quanto il mestiere sia rischioso. Tuttavia, quando “scappa il morto”, difficilmente si accetta la realtà. La sicurezza, nonostante tutti gli sforzi, non è (e verosimilmente non sarà) mai abbastanza. A dimostrarlo è anche l’incidente mortale occorso a Dan Wheldon la settimana scorsa, passato in secondo piano per ovvi motivi di cronaca. Costui era un pilota di IndyCar, formula automobilistica con base negli USA che comprende in calendario pure la celebre “500 miglia di Indianapolis”. I bolidi che partecipano a queste competizioni sfrecciano ad oltre 350 km/h su circuiti ovali, pertanto frequenti sono le carambole e gli impatti. L’auto del povero Wheldon è letteralmente decollata, schiantandosi su altre vetture incidentate prima e sulle barriere dell’ellittico di Las Vegas poi, diventando così una palla di fuoco che non ha lasciato scampo all’atleta. Sistema HANS, roll-bar e tanti altri accorgimenti – definiti da sigle strane sconosciute ai non appassionati – non sono serviti a preservare i traumi al corridore.

Alla notizia dell’immane lutto, lo sconforto tra fan e non è logicamente dilagato. Pagine in memoria, condoglianze, immedesimazioni. Tutti gli insulti piovuti nel paddock nei confronti del “Sic” (diventato “Super” con gli anni, così soprannominato a causa dell’abbreviazione grafica che lo identificava durante le corse) quando faceva a spallate con Pedrosa o si ritrovava comunque coinvolto in cadute dagli strascichi polemici, facendo storcere il naso al fedele seguito italiano di Rossi & C., vengono cancellati dalla memoria, come una gara resa inutile da una bandiera rossa come il sangue. Al cospetto della morte, giochi e frenesie, rancori e litigi del passato non sussistono. Ma è grottesco esprimere la frase “in pista siamo tutti fratelli“. Dopo.

All’apparenza è anche strano vedere gente comune, disinteressata e molto spesso offensiva verso le corse motoristiche, esprimere tanto cordoglio. Il sentir in TV il nome “Simoncelli”, seppur solo di sfuggita, aveva reso comunque una persona sconosciuta quasi familiare. Forse è esagerato farsi partecipe del “dolore”, nel senso stretto del termine. Non è chi ascolta per puro caso una radiocronaca a sapere come fosse davvero in vita un determinato individuo spogliato della tuta. Come accaduto per Jobs o Tarricone (ma molto meno per l’altro giovane attore Damiano Russo, anche lui deceduto in seguito ad un incidente stradale in moto qualche giorno fa), in moltissimi si sono riscoperti tifosi e amici (soprattutto su internet!) di un semplice ragazzo che si è trovato, suo malgrado, circondato da un involontario clamore. Ed altrettanta (in)volontaria speculazione.

Il “dolore”, quello vero, autentico, non è quello rappresentato da momentanee foto di profilo su Facebook o da approvazioni con un tasto sinistro del mouse. È quello di un padre che ha seguito il calvario del figlio dal primo istante, o di una ragazza appoggiata piangente alla parete di un garage. Il tutto ripreso cinicamente dalle telecamere, con i mass-media che ricreano costantemente negli appositi spazi reportage fotografici che vanno dalle lacrime dei suddetti (assolutamente visitato dai navigatori od osservato dai lettori) alla bara calata giù dall’aereo.

Senza escludere il “misterioso retroscena” potenzialmente complottista: un video amatoriale delle tribune riprende il mesto intervento dei sanitari e dei commissari di gara sul ferito. Causa l’erba, la fretta e la poca aderenza, l’intero staff di soccorso scivola a terra mentre trasporta verso l’ambulanza il malcapitato, sotto lo sguardo atterrito del papà di Marco, corso immediatamente sul posto con uno scooter poi abbandonato al di là del guad-rail. Quei pochi secondi per rialzare lettiga e portare l’opera a compimento, a dispetto di futili quanto precipitose condanne, non erano affatto determinanti per salvare una vita: il corpo era stato immobilizzato, pertanto è impossibile che abbia subito nel frangente ulteriori lesioni. Il filmato sopra descritto, diffuso spietatamente dalle agenzie, deve servire solo a dare un’idea più forte del legame tra un genitore e un figlio. Nulla più.

I paragoni si sprecano e vanno, solo per citarne alcuni, da Pasolini e Saarinen (motociclisti di un’epoca in cui il lutto era la prassi) a Senna e Villeneuve. La “morte in diretta” fa eco, sempre. Sotterra le mille e passa anonime vittime del terremoto in Turchia o manda in pensione quelle di un cantiere, che non avevano certamente le possibilità dello sfortunato Sic. Niente da eccepire: sono contraddizioni insite nella natura umana.

“Un senso non ce l’ha”

Il ritornello di una canzone degli anni ’80 sostiene che “Dio abbia un macabro senso dell’umorismo“. Evidentemente non è il solo: come detto in passato, sempre per sua peculiarità l’Uomo ha da sempre giocato con la morte. Correndo in moto a 300 km/h oppure prendendo in giro gente defunta come se fosse ancora viva. Senza scomodare nuovamente i passi di Dante, a ciò hanno pensato nell’immediato siti come Spinoza.it o Nonciclopedia. Il primo ha chiarito che “non si sterza sui morti“, ma unicamente nel titolo di un post dove Simoncelli non viene di seguito tirato in ballo.

La parodia di Wikipedia, da un po’ tempo nell’occhio del ciclone per gli alterchi con Vasco Rossi, è invece stata più esplicita nella sua homepage: “Ennesima caduta per Marco Simoncelli. Ma ha promesso che questa è l’ultima”. Entrambe le battute hanno dato fastidio a qualcuno: il dissapore si è percepito – inutile dirlo – sui vari social network. Contro Spinoza qualche (ormai ex) fan che, saltando a piè pari sarcasmi precedenti su Bongiorno, Jobs o Gheddafi, adesso si rivolta in preda alla rabbia, ergendosi a paladino dell’onore del recente defunto.

Per quanto riguarda Nonciclopedia, invece, è per l’ennesima volta il Blasco a scagliarsi in primis via web, gridando alla vergogna e muovendo il vespaio. Stavolta con l’appoggio implicito di altri VIP, che non hanno tardato ad esprimere – via Twitter – il proprio disappunto sulla questione. Tra questi Fiorello (“Mi piacerebbe molto vedere la faccia del vigliacco di nonciclopedia , che ha digitato quella battuta infame. Metti la foto! merda!”), Francesco Facchinetti (“Ragazzi devo andare a letto, fate in modo che quello schifo venga tolto da #nonciclopediadimerda, non so come ma facciamolo. Grazie di cuore”) o Paola Turci (un più semplice “sono schifata da #nonciclopedia”).

Di fatto non si saprà mai se Simoncelli avrebbe gradito un(a sorta di) umorismo post mortem, soprattutto se squallido per alcuni. Né lo potrebbero immaginare taluni contestatori delle ultime ore che, però, con molta probabilità, ridevano del Raìs paragonato al chitarrista Santana (per via della somiglianza tra i due) o vestito da kebabbaro. Nell’immaginario collettivo più generale, il Colonnello rivestiva il ruolo del “cattivo”; il motociclista con i riccioli e il sorriso perenne, invece, merita il rispetto “a prescindere”.

Non sarebbe un ragionamento errato, ma ricompare il dilemma del “due pesi/due misure” sulla coerenza, del tutto soggettiva, tra i “buoni e cattivi” o il “giusto o sbagliato” (per citare ancora una volta il cantante di Zocca). Molte opinioni, in poco tempo, sembrano essersi ribaltate, con la bilancia che ora sembra pendere più verso il partito di Vasco (tanti sono gli “aveva ragione!” comparsi nelle bacheche) che a quello di Nonciclopedia.

Leggendo però molti commenti, si intuisce che spesso si interviene senza conoscere appieno gli argomenti, appoggiando lapalissianamente un parere: lo spirito critico dei singoli, insomma, sparisce quando entra in campo la “fiducia” incondizionata. Altro atto inutile è minacciare di abbandonare il seguito di uno spazio web perché “è offensivo” (fosse l’unico…): forse, chi si lamenta di questo, non si è reso conto che una Nonciclopedia qualsiasi è infarcita di blasfemie e “scherza coi fanti” da sempre ma senza “lasciar stare i santi”. E, con la pubblicità ottenuta al momento, non sono questi indignati (usando un’altra parola che va di moda) a fare la differenza nel rating.

Ad indignarsi per davvero dovrebbero essere Rossi (Valentino) ed Edwards, da alcuni colpevolizzati come “assassini” o accusati in modo beffardo, rei di aver investito Simoncelli. Eppure, sia legalmente che per una incredibile casualità, non avrebbero potuto evitare il dramma. A differenza del loro compagno, loro sono vivi. Ma con un peso assurdo addosso che non potranno togliersi; anche loro vittime di quegli attimi.

Il vero insulto? Domandare a “The Doctor” se “pensa al ritiro”: neanche il tempo di scendere da un surreale volo partito dalla Malesia, dopo aver travolto (senza colpa alcuna) un amico poche ore prima.

Sic.

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