The End (?)

“Te ne vai o no… Te ne vai, si o no?”

Scene di delirio a Roma, ieri notte. Silvio Berlusconi, verosimilmente fra qualche ora, non sarà più il Presidente del Consiglio italiano (in altre parole, ha dato le dimissioni e rimarrà in carica fino a quando il Parlamento non darà la fiducia ad un nuovo Esecutivo). Ritorna ad essere un cittadino più comune (di quanto lo fosse prima). Sa che ad aspettarlo al varco ci sono dei procedimenti a suo carico. Se vorrà, anche Consigli di Amministrazione aziendali, oltre alla gestione di ville, proprietà fisiche, mantenimenti ad ex mogli e quant’altro. In quanto garante della libertà ostentata, potrà sentirsi più libero – appunto – di trombarsi (o fare “bunga bunga”, se ci si sente spiritosi) chi si vuole, senza destare tanto scandalo: dopotutto, l’attenzione – specie negli ultimi tre anni – è stata incentrata su di lui perché sedeva in quel di Palazzo Chigi (o, almeno, così pare).

Sotto i centri del potere nell’Urbe, tantissima (forse troppa) gente dileggiava in cattolici “Alleluja” e bottiglie di spumante stappate, con il solito Paolini a fare capolino nelle telecamere intente a riprendere le auto blu che entravano e uscivano dai cancelli. Il Cavaliere si arrende: in avanscoperta escono a piedi gli ultimi fedelissimi condottieri rimasti. I cori di giubilo e di scherno del popolo sovrano (“Vergogna! Buffone!”) vengono rimandati al mittente tramite corna e medi alzati al cielo. I rappresentanti eletti dalla folla contestati da quest’ultima; per rimando, costoro mostrano disprezzo nei confronti dei loro creditori, quasi considerati comune plebaglia. L’immagine più brutta.

Anche festeggiare sul momentaneo “nemico” non è affatto una bella cartolina. Berlusconi (ora finalmente può essere citato per esteso, senza apposizioni), una volta acclamato, idolatrato e soprattutto votato dai cittadini, adesso viene esonerato come un allenatore di una mediocre squadra di calcio che lotta per la salvezza (lui, presidente onorario del Milan). Istanti ingloriosi: stereotipi di corsi e ricorsi storici, ben illustrati da qualche monetina lanciata sulla vettura d’ordinanza (Craxi, ’93). Se non ci fossero stati i cordoni di polizia, non è da escludere che sarebbe finita a linciaggio pubblico sull’impotente (Mussolini, ’45). Oppure lo stesso sarebbe stato crocifisso, dopo l’accoglimento con le palme (Gesù, ca. 33), in una qualunque sala mensa (Fantozzi, anni ’70). In ogni caso, il dimissionario ha preferito defilarsi dalle classiche “uscite dal retro”, ignorando apparentemente buona parte degli insulti popolari (tra i vari: “Tirateje er Colosseo, ché la Madonnina non c’è riuscita!”).

Come hanno già scritto tanti analisti, non è un fallimento di Berlusconi, ma di un’intera nazione. Per quanto al potere (intervallato) per anni, è stato – a fasi alterne – esaltato ed affossato da gente che dimentica e ricorda all’occasione. Nell’ultimo periodo è stato costretto a cedere: inopinatamente si è visto “abbandonato” da qualche fedelissimo, in un momento cruciale per uno Stato contornato da Spread, Bund, Rating ed altre parole dal sapore “british” tuttora sconosciute ai più in quanto a significato. Se l’ormai dimissionario Capo del Governo ha lasciato alle spalle i palazzi salutando sarcasticamente, alla pari della più ovvia scena di un film drammatico, suoi accoliti l’avevano rinnegato addirittura poche ore prima. Novelli Giuda? No, forse più topi (o “zoccole“) che abbandonano una nave che imbarca acqua.

“Berlusconi, chi è?”

È innegabile che l’imprenditore prestato alla politica abbia fatto cazzate immense, ovvero abbia dato uno sfoggio patetico (euf.) di sé pure in ambiti internazionali: gli aneddoti si sprecherebbero, ma non è questa la sede per discuterne ora. I detrattori e gli oppositori si fanno vanto di “averlo fatto cadere“, di essere stati partecipi alla disfatta e brindano con gioia, come se l’ “antiberlusconismo” fosse il primo degli ideali-cardine di un Paese sbandato. Nulla di più errato: non si possono fare campagne elettorali sui comportamenti (esageratamente) estrosi di una persona che ha visto la politica nel suo modo – per così dire – poco ortodosso per crismi e canoni.

Per anni l’Italia ha avuto un politico-pubblicitario (ben servito da una squadra globale) capace di portare un’ottica aziendale all’interno della Res Publica. Canzoni e slogan (dallo storico “L’Italia è il Paese che amo” a “Meno male che Silvio c’è“), frasi brevi e ad effetto (dallo stesso nome “Forza Italia“, con tanto di inno con karaoke annesso, ai più recenti “l’amore vince sempre sull’odio” o l’intento profano e blasfemo del “sconfiggere il cancro“), termini semplici ad uso e consumo della gente che non si sforza nel leggere pipponi romanzeschi sui giornali, contratti unilaterali in senziente diretta televisiva: questi i suoi emblemi. Prospettava come la pubblicità negativa fosse sempre una maniera per far parlare di sé, per attrarre l’attenzione su una personalità egocentrica e sistematica: un modo utile per risorgere dopo le sconfitte. In poche parole, “il più grande piazzista che ci sia, non in Italia, ma nel mondo“.

Un’epoca finita? Chi può dirlo. Dopo 17 anni qualche ferita da leccare c’è. Quella di ieri sera è sicuramente una delle più profonde. Non è stato un dittatore, come ha sostenuto qualcuno; semmai ha peccato di arroganza con fervore: specie quando si rivolgeva ai “komunisti!” o a “certa stampa” (che, al di là di tragicomici “editti bulgari”, a lungo andare è emersa comunque). Ma il Nostro non è morto, né questo scritto vuol essere un lungo epitaffio. Lui potrebbe combattere – da buon Cavaliere – fino a quando potrà. È già riuscito nel 2006 nell’impresa, quando venne dato per “politicamente spacciato”.

Invece, a 70 anni, si è rialzato (“Rialzati, Italia!”), è ringiovanito (sic) ed ha riconquistato la maggioranza dei non ignavi (circa un 30% del solito popolo che non ha esercitato la predetta sovranità astenendosi o non recandosi alle urne). Non è detto, dunque, che si ritirerà pontificando in Tunisia come qualche suo predecessore oppure che possa raggiunga amici e/o conoscenti a Saint Lucia, o giù di lì.

Mari o Monti

E adesso? Le ovvie consultazioni di Presidenti di Camere e gruppi parlamentari al Quirinale. Si va verso una direzione chiamata Mario Monti. Napolitano l’ha appena scelto come senatore a vita ed è un degno rappresentante della finanza internazionale. Advisor in Goldman Sachs, Coca-Cola Company e già rettore alla Bocconi: un curriculum di tutto rispetto. Di politica se ne intende, in quanto Commissario Europeo per 10 anni, tra supervisioni di Concorrenza e Mercati interni. Andrebbe a costituire uno di quelli definiti “Governi tecnici”, di conseguenza non scelti dall’espressione elettorale. Una giunta transitoria composta da “professoroni” (o “vecchi bacucchi”, o “baroni”).

Eppure, per quanto si tratti in linea generale di una categoria tendenzialmente detestata da studenti e precari, si tratta di persone comunque esperte ed affidabili, imparziali e distanti. Ma le riserve esistono comunque: senza vedere un minimo effetto di operato, dall’estrema sinistra all’estrema destra, passando per Popoli Viola, sono sorte immediatamente critiche nei confronti di Monti. Epiteti che spaziano dal “Capitalista” al “servo delle Banche”. Urgenza vuole amministratori in grado di svolgere le funzioni basilari. L’analisi della crisi ed una nuova legge elettorale che garantisca una minima preferenza nominale sono priorità maggiore rispetto a blocchi di intercettazioni o malcelati ed assurdi obblighi di rettifica.

Andare al voto ora significherebbe usufruire di un metodo tanto semplice quanto anomalo, con plutocrati pronti a decidere chi far sedere tra gli scranni. Inoltre, per i motivi già esposti, è indispensabile un controllo immediato: troppo tempo scorre tra lo scioglimento delle Camere ed una nuova tornata elettorale, senza considerare l’ulteriore elevato sforzo economico.

I contestatori, dopo aver raggiunto IL risultato ricercato da anni (le dimissioni dell’arcinemico per eccellenza), non tardano a pubblicare ironicamente su internet “manifesti a lutto” (dove è invocato persino Wikileaks: perché?). Ma, nel contempo, non vogliono Monti, non vogliono Renzi, non vogliono Montezemolo, etc. . Votare porterebbe ad una nuova casta composta dai “soliti noti”. S’incazzano, s’indignano, si organizzano nel lancio di oggetti contro le ammiraglie (v. infra) ma non propongono alcuna logica soluzione. (In)volontariamente sconfinano nel populismo più spicciolo che sostengono di voler affrontare. L’Italia è una Repubblica Democratica, ma essa scade quando si penetra nell’invettiva pura e semplice. Trasformarla in anarchia è il vero “colpo di stato“, non lo è il lasciare un minimo arbitrio costituzionale alla massima carica dello Stato.

Siamo all’alba di una “Terza Repubblica”? Forse è ancora troppo presto per dirlo, ma, per ora, Sic transit gloria mundi. Ipse dixit.

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Lario3 ha detto:

    Speriamo che sia End veramente 😀

    Grazie mille per il commento, CIAO!!!

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