Viva Sallusti!

Povero Sallusti! Condannato a 14 mesi di detenzione per qualcosa che non ha pienamente commesso (ma, dopotutto, ha avallato a causa di un “omesso controllo”). Il direttore de “Il Giornale” si è visto notificare tale misura dalla Corte di Cassazione, dopo che il 18 febbraio 2007, sulle colonne di “Libero” – testata diretta da Sallusti all’epoca – , era comparso un editoriale di tale Dreyfus. Quest’ultimo, dall’alto del suo pseudonimo, aveva accusato un giudice di aver costretto una ragazza di 13 anni ad abortire contro la sua volontà.

Di fatto il magistrato (Giuseppe Cocivolo, n.d.r.), sebbene mai nominato, si è riconosciuto nell’episodio. Non l’ha considerato veritiero, al contrario lesivo, e ha querelato per diffamazione il responsabile del quotidiano. Il finale lo conosciamo ormai tutti, ma ecco il colpo di scena. Si fa avanti, dopo tutto l’ambaradan e – leggendo i vari giornali – con pentimento, il redattore dell’articolo nella persona nientepopodimenoché di Renato Farina. Conosciuto già come “Betulla”. E ora come Dreyfus, forse per ispirazione a quel generale Dreyfus che venne condannato ai lavori forzati dopo essere stato accusato di spionaggio. Non è mitomania; in verità sarebbe inutile prendersi simili colpe (specie dopo che dietro le sbarre o ai domiciliari andrà qualcun altro): per gli emergenti rapporti con il Sismi, lo stesso Farina venne radiato dall’ordine dei giornalisti (provvedimento poi annullato proprio dalla Cassazione). E Sallusti, a giugno dell’anno scorso, era stato sospeso per aver permesso a “Betulla” (che tra l’altro è parlamentare PdL coinvolto – con buona pace – in diversi procedimenti penali a suo carico) di firmare articoli per “Il Giornale” nonostante la validità dell’impedimento.

Insomma, una vicenda secondo la quale i protagonisti sono comunque recidivi in atteggiamenti poco consoni alla deontologia, almeno secondo una parte degli osservatori. Tuttavia nasce il dilemma sulla libertà di opinione in Italia: sorge sempre la stressante questione di coerenza, secondo cui, a seconda degli episodi, si trascina l’acqua al proprio mulino: nonostante una sommaria divergenza di molti con gli operati e i pensieri di Sallusti & Farina (noti per la vicinanza all’eclettico ex premier-editore), si è scatenata una gara di solidarietà per certi versi inaspettata (ma anche no). E i giudici, rappresentanti di una categoria santificata, sono diventati “cattivissimi liberticidi”. I soliti paradossi.

Non è chiaro se si sia spezzato il filo sottile che separa l’offesa dal commento (sebbene la professionalità imponga che un fatto non venga mai confuso con l’opinione: si corre il rischio di modificare una verità storica con una cronaca giornalistica, creata ad effetto per attirare – in modo non propriamente corretto – i favori dei lettori più affezionati). Secondo il Palazzaccio si; la negligenza (escludendo ogni mala fede) si paga. La pronuncia suprema forma però un precedente che obbliga qualsiasi persona del mestiere, sia esso professionista serio o blogger per hobby, a porre la massima attenzione. Un processo per accertare il reato di diffamazione renderebbe inutili le conciliazioni preventive, le rettifiche o persino la libertà di espressione. Non bisogna necessariamente essere pregiudizievoli nei confronti di Sallusti, oggetto delle ironie e della satira pure nel più recente passato.

Anche lui poteva sentirsi in diritto di denunciare chiunque lo paragonasse a Voldemort (l’antagonista dell’epopea di Harry Potter) o chiunque lo paparazzasse in compagnia dell’Onorevole PdL Daniela Santanchè Garnero. A testa alta ha però accettato una decisione durissima e potenzialmente pregiudizievole per la sua carriera, senza apparentemente troppe polemiche.

Giustamente.

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