A far l’amore comincia tu

Canale 5, in modo molto paraculo (basti pensare che la distribuzione e produzione è a carico di Medusa e Mediaset – ergo Berlusconi, ma questo ora è secondario e parte del sistema), pensa bene di mandare in onda, il giorno dopo la “prima” della tredicesima edizione del Grande Fratello, “La Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino. Perché è il prodotto italiano che ha ridato – forse – lustro al cinema nostrano, vincendo domenica scorsa l’Oscar come miglior film in lingua straniera oltre ad un botto di altri premi che non si elencano in questa sede, visto che Wikipedia e giornali ce ne parlano abbondantemente.

Premessa doverosa: lo sciagurato blogger che vi scrive e che ormai questo spazio lo recupera una tantum quando “gli ingozza”, come si dice in parte del meridione, non è un critico cinematografico. È solo uno dei tanti che si è uniformato alla massa cavalcando l’onda della pubblicità, chiedendosi perché un film del Bel Paese abbia finalmente vinto la statuetta dorata. Consideriamo i pregressi: l’italiano è un po’ ruffiano, è una caratteristica che ha nel DNA. Benigni, come ultimo esempio utile, ha trattato con leggerezza e con una trama lineare, riportandola sui toni della commedia con finale strappalacrime, la tragedia della deportazione. La cosa gli è valsa tre awards nel ’99.

Sorrentino, invece, ha conquistato più il pubblico straniero che italiano (Nemo propheta in patria) tramite un’altra ruffianata (nell’accezione positiva del termine). Riportare richiami felliniani alla mente, uniti ad un collage di frammenti vorticosi e, solo ad una prima visione superficiale, apparentemente distaccati l’uno dall’altro, è stata una mossa vincente secondo il giudizio di taluna critica specializzata. Non che il regista napoletano sia un dilettante, visti i trascorsi (viene da “Il Divo”, nel quale Andreotti è praticamente crocifisso da vivo – seppur ultraottuagenario – e da “This Must Be the Place”, con Sean Penn e David Byrne, micapizzaefichieddaisu).

La grande cagata

Ritornando al tema principale della composizione, in queste ore tutti o quasi sono critici del prodotto. E allora, con ormai Twitter e Facebook appannaggio della moltitudine generale, agorà virtuali che vanno dalle Alpi alle Piramidi e dal Mazzanarre al Reno, chiunque deve dire la propria, quasi per obbligo della società civile. Cosa lascia ‘sto film, con Servillo che già interpreta uno scrittore in crisi vivente di rendita, dal nome improbabile di Jep Gambardella, in delirio di onnipotenza (su per giù ha l’ambizione di voler avere il potere di far fallire le feste, ma per la sinossi meglio rimandare direttamente a Wikipedia)? Qualcuno dice “nulla”. Sarà vero?

I messaggi in realtà sono banali, ma molteplici. Talmente banali che qualcuno o li percepisce male o rifiuta di percepirli, limitandosi ad esternare spessissimo il disagio con “questo film è ‘na cagata”, senza giustificare con critica del perché lo sia, preferendo “cambiare canale”. Già meglio del “continuare a vederlo perché-si”, pur consci della potenziale suddetta “cagata”, senza paradossalmente badare persino alla popolare colonna sonora da discoteca estiva oppure a culi, tette e camel toe tanto apprezzati dal pubblico che rifiuta i film d’essai, o comunque di un certo spessore aulico, preferendoli ai vari “Giovannona Coscialunga, l’Esorciccio e La polizia s’ incazza” (dove la Corazzata Potemkin era per assioma la “cagata pazzesca”, ma il contesto era diverso; Fantozzi dissacrava, ma quella più bonaria e caciarona presa in giro non puntava ad Hollywood e all’introspezione).

Nonostante i criteri di selezione, dev’essere comunque una merda “d’artista” seria per i premi già citati poco più sopra, ma non abbastanza per il classico italiano controcorrente e – appunto – ruffiano. Quest’ultimo tende, purtroppo, a non riconoscere i meriti di un suo prodotto (e, come detto, non è una questione politica: Berlusconi ha edito “Gomorra” via Mondadori e poi voleva prendere a calci nel sedere chi parlasse di mafia, fate vobis).

“La Grande Bellezza” è un titolo logicamente tanto ironico quanto soggettivo. Inizialmente poteva identificare la vita svolta dal protagonista tra feste, banchetti e incontri con l’alta società della Roma bene, così spettacolare e così falsamente bigotta e puritana, pronta a celare lussurie e baccanali. Altro non è che uno spaccato della società tanto solida quanto decadente, così vulnerabile e così attuale. Perché il film per alcuni, (in)consapevolmente più nichilisti o superficiali (senza offesa e in linea con la trama), è “una cagata”? Perché – con ogni probabilità – viene rifiutata una descrizione coerente già dal principio.

Sorrentino voleva appositamente creare scandalo, dare una sferzata. Con l’ausilio di ogni mezzo di marketing, pubblicitario e cinematografico (soprattutto il negativo fa rumore). Non è la prima volta che riesce nell’impresa, ma questa volta – e forse non con il suo prodotto migliore – ha fatto il botto. Non è quell’ “è una cagata” ad essere la critica, ma è il film paradossalmente la critica stessa al sistema. Anche a coloro i quali sostengono che “La Grande Bellezza” abbia nel titolo il suo destino. Sorrentino, Servillo, Ferilli, Verdone & C. si sono guardati e ci hanno guardato. Infine si sono presi e c’hanno preso per il posteriore bellamente. Se si fossero affacciati alla quarta parete, avrebbero detto: “ehi, belli, stiamo parlando di voi”.

Tramite la descrizione sommaria dell’ipocrisia galoppante di una Roma dei classici “nani e ballerine” (il protagonista “vede la luce” solo al compimento dei 65 anni, quando ormai egli stesso non capisce se, assorbito da quel sistema, sia consapevole della finzione della società ovattata e di plastica), la si mette letteralmente in culo (oh, si, passi il francesismo) allo spettatore, nessuno escluso, stavolta senza ipocrisie.

Che, in quel caso, si trova davanti al bivio: o inveisce paragonando l’opera all’escremento, oppure coglie una minima coscienza interiore almeno per i 140 minuti di proiezione. Si evidenziano delle verità generalizzate, fatte di molti vizi, agi, perdite di tempo, pigrizie, pessimo gusto, cafonaggine. Cose che accomunano l’abbiente della medio-alta borghesia (i titoli nobiliari fanno parte del cognome, ormai), che può permettersi quei “lussi”, noie e/o paranoie, al meno abbiente che pagherebbe per sguazzare in quell’ambiente nel quale caviale e champagne, fasti e mondanità sono i luoghi comuni (senza badare troppo ai retroscena, ovviamente).

Film (non) per tutti

Sorrentino ricalca altre presunte banalità che vanno dall’indifferenza di certa classe ecclesiastica al sesso vacuo e sfrenato o alla perdita dello status della fanciullezza (considerazione tra le più amare: i genitori vedono la propria bambina come miniera d’oro dalle capacità artistiche che si concretizzano con l’esplosione della sua rabbia, segno di un’età negata: mai sentiti padri o madri che si vantano delle attività compiute dai “figli prodigio”?).

Banalità che non sono poi così banali (passi anche il gioco di parole) se un buon campione di italiani si sofferma sulla pesantezza o la scarsa scorrevolezza del film evitando questo tipo di sfaccettature a pié pari. Dire “ci meritiamo il Grande Fratello” è altrettanto banale e qualunquista, considerando anche che Mediaset ha propinato sfacciatamente il promo della trasmissione durante le pause pubblicitarie. “W Checco Zalone”? La casa madre è comune per entrambi i film: uno leggero, spensierato e lineare; l’altro ti deve far spremere le meningi. Comunque la si veda, ognuno è libero di vedere ciò che gli piace di più senza necessariamente spaccare gli zebedei al prossimo.

Per concludere, è un canovaccio “trito e ritrito”. Una maniera moderna e ricercatamente più arzigogolata di un Satyricon o di una Divina Commedia (altri tempi, altre opere e altri Olimpi, ma è tanto per rendere l’idea di modelli di satira feroce). Se è per questo, in una realtà contemporanea e romana più esasperata di quella già estremamente eccessiva di Sorrentino, Ammaniti aveva ambientato “Che la festa cominci” nel 2009 (ma il suo romanzo ottenne meno riconoscimenti). Pirandello mise in evidenza le maschere dell’uomo moderno, Fellini potrebbe essere richiamato alla mente solo per gli scenari stile “La Dolce Vita” o “8 e 1/2”, ma ad ognuno il suo. Il regista copia? Tarantino ha fatto la sua fortuna sui mosaici composti da spezzoni di artisti ispiratori. Poi, in fin dei conti, i marchi di fabbrica dei singoli escono comunque durante lo scorrere delle immagini.

“La Grande Bellezza” è soggettiva, quindi. Ma siamo concordi lo sia la visione tiberina di Roma nei titoli di coda?

Postilla

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