Auz!

Non era bello e né originale ricordare Leone di Lernia il giorno della sua morte. Sarebbe sembrata paracula come scelta.

Il “vecchiodimmerda”, come lo chiamavano in radio soprattutto gli ultradecennali colleghi de “Lo Zoo di [Radio] 105”, al di là della trasmissione pomeridiana, era un volto noto e la notizia della sua dipartita ha lasciato i più un po’ rammaricati, un po’ più “nostalgici”. Al pari di quando, cinque anni fa, si registrò la scomparsa di Lucio Dalla: chiunque minimamente avesse presente questo corpulento omaccione tranese sicuramente si ricorderà dove fosse o cosa stesse facendo al momento della novella. Ehm. Molto probabilmente magnando, dato che è morto nella mattina di martedì scorso.

Di Lernia era conosciuto per la spontanea verve comica, per essere se stesso sempre (come ha voluto sottolineare il direttore della sua emittente in un toccante editoriale), per l’esternazione di battute poco argute e spesso volgari. Dagli anni ’90, invece, ha fatto da scenografia perenne a “Quelli che… il calcio” sugli spalti di San Siro, dove appariva dietro gli ospiti del programma, impegnato a gustarsi la partita in tribuna VIP. Rimaneva più o meno per cazzi suoi, nel senso che non dialogava, ma si faceva volutamente vedere. Come quando compariva tra le guest star della sigla di un’edizione di “Mai dire Gol” sotto le note di “Amico uligano”.

Un compagno fedele, come le canzoni che reinventava e che vanno associate a momenti e periodi di vita: dalle curve percorse lungo una strada panoramica alle notti trascorse in una casa di universitari, dalle mattinate di scuola bigiata alle rive di una spiaggia. Quella voce roca e stonata era parte del quotidiano, pur non dando troppo peso alla cosa.

In altre parole, il cantante di parodie dei brani dance più o meno ballati dagli anni ’80 ad oggi è stato la trasposizione fisica dell’elogio dell’ignoranza. Qualcuno l’ha definito “re del trash”. Più realisticamente, l’esempio di come fare successo con “poco”, sviluppando una mediocrità esplicata tramite tormentoni, espressioni dialettali, luoghi comuni sulla dicotomia nord-sud, rumorose emissioni corporee, parolacce. Talvolta il tutto mescolato in un pentolone nonsense di perenne incazzatura.

Che funzionava, strappando qualche sorriso. Molti sorrisi, in verità. Solo per questo non va denigrato; ma rispettato anche da quei presunti puritani a cui, v’è da scommetterci, mancherà.

[photo credits|105.net]

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