Highway to hell

Spesso accade che, a causa di una circostanza improvvisa, possa “crollare il mondo addosso”.

O un ponte stradale addosso. Per la seconda volta nell’arco di un anno. Il primo ad ottobre, in provincia di Lecco. Il secondo su un’Autostrada, la A14, una delle principali arterie italiane, nei pressi di Ancona. Ieri.

Oltre al danno materiale, perché un simile incidente ha causato disagi alla circolazione dividendo di fatto la Penisola a metà, è la perdita di due vite umane in circostanze fatalistiche il vero dramma; l’essere “nel posto sbagliato al momento sbagliato”. La domanda retorica è consequenziale: si può perdere la vita in questo modo?

Per un quesito impossibile da sbrogliare, almeno in quanto a fede, altre risposte si avranno nelle solite aule di Tribunale, dove i familiari delle vittime invocheranno giustizia e con le imprese coinvolte che saranno protagoniste del solito scaricabarile civile, penale o amministrativo che sia (considerando che, nel caso specifico, vi fossero dei lavori su quella tratta che Autostrade per l’Italia, concessionaria per l’ “Adriatica”, ha appaltato ad una ditta esterna nell’ambito dei lavori di ampliamento a tre corsie).

Le udienze, comunque, risultano poi sempre seconde all’emozione del momento. I social prendono la scena: ecco che le colpe vanno, in ordine sparso e senza un filo logico, al Governo, allo Stato, al Presidente della Repubblica che “non fanno niente” secondo i più informati (specie su scie chimiche e chip sottocutanei). Strano, perché in genere i lavori vengono svolti proprio per “fare” qualcosa.

È vero; “non fanno niente”. Ma non nel senso immediato imposto da qualche commentatore da tastiera: le istituzioni sopracitate non sono composte da supereroi che sfidano la forza della gravità con la vista laser all’occorrenza bloccando la caduta di un cavalcavia. Bisogna andare un po’ nel profondo per pronunciare con rigore il “si poteva evitare”: si discute da decenni (o più) sulla sicurezza del lavoro, sul rispetto dei contratti, sui salari adeguati, sugli incidenti, sulla stabilità delle strutture. E solo alla fine sulle famiglie distrutte.

Il clamore ormai è parte del quotidiano, poi svanisce presto. Al pari di un agglomerato di cemento e acciaio rimosso nell’arco di poche ore, al fine di ripristinare la regolare circolazione di persone e merci. The show must go on.

 [photo credits|Ansa.it]

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