I saved the World today

Invece di cercare le ragioni della guerra in Siria, forse l’altro interrogativo utile consiste nel chiedersi perché ci si atteggia a politologi internazionali ed esperti di affari esteri quando non si è capaci neppure di sturare il lavandino con una ventosa.

Meglio chiarire subito alcuni punti. Per quanto siano assolutamente banali.

Nessuno di noi è il Presidente degli Stati Uniti d’America. A meno che non vi chiamiate Donald Trump e non siate residenti a Washington D.C. in una “umile” dimora bianca.

Pochi saranno andati in Medio Oriente negli ultimi cinque anni. Ma non solo; se qualcuno dovesse sentir parlare di Pyongyang sarebbe capace di fare battute nello stile di Homer Simpson quando sul mappamondo trova l’Urrà-gay. Per la cronaca, lo Stato a cui si riferiva il nostro giallo amico era l’Uruguay e il toponimo impronunciabile è la capitale della Corea del Nord.

Secondo il tuttologo medio di Facebook, gli USA dovrebbero spazzare via alcuni degli Stati-Canaglia (sic) sopra citati per ottenere l’allegorica “pace nel mondo” (Orwell insegna). Non bisognerebbe avere l’arroganza di parlare dei “massimi sistemi”, probabilmente neppure nelle chiacchiere da bar. Invece, con disarmante facilità, proprio nelle piazzette di paese si trovano le soluzioni alle crisi mondiali o agli attacchi terroristici, puntualmente concluse con la frase “oh, ma possibile che quelli non ci abbiano pensato prima?” Bisogna considerare però che un Antonio Razzi “ce prova”, non si sa bene con quali risultati se non qualche selfie sullo smartphone.

Togliendo il caso estremo dell’istrionico senatore, siamo generalmente affetti dalla tracotanza del “sentito dire”, dimostrando talvolta di essere più estremisti di coloro che consideriamo fanatici religiosi, senza sapere persino di cosa si stia parlando. Quindi, tornando al paragone con il buon Homer, dove sia collocata la Siria sull’atlante, senza nemmeno andare a scomodare i rapporti con gli altri Stati.

Probabilmente i governatori rappresentano di riflesso l’elettore standard, colui che può alternare le più tragiche “soluzioni finali” da usare contro il Nemico al più fatalista “siamo nelle mani di pochi”. Quello che “vorrebbe ma non vorrebbe”, che “se ci fosse, farebbe”. Ma non c’è, non ci sarebbe comunque e “non farebbe” a prescindere.

È vero, non possiamo rimanere impassibili alle immagini di bambini in crisi d’ossigeno o alle code dei vapori sprigionati dai missili (niente scie chimiche, per favore). È logico essere incerti sul domani, consci che si possa morire per un attacco nucleare (di interesse generale) così come per un (più particolare) attacco cardiaco.

Il rifugio lo si trova, in un sotterraneo o nella preghiera, a seconda delle situazioni e della fede dei singoli. Forse conclusioni eccessive ma più sensate rispetto ad una baldanza che nutre solo qualche ego.

[photo credits|Savethechildren.it]

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